La prigione delle scuse che non arrivano
IL PESO DEI TORTI SUBITI E LA LEZIONE DI JOSÉ MUJICA
Andare avanti non significa dimenticare, ma smettere di abitare nella stanza dell’offesa. La vera rivincita comincia quando smettiamo di mendicare giustizia da chi ci ha ferito, riprendendoci il diritto al futuro.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Alcune parole non arriveranno mai.
Scuse che resteranno impigliate nella gola di chi avrebbe dovuto pronunciarle.
Ingiustizie che nessun tribunale, nessuna memoria, nessuna vendetta saprà rimettere davvero al loro posto.
È una delle lezioni più dure della vita. Forse la più adulta. Noi cresciamo convinti che il mondo, prima o poi, debba pareggiare i conti. Che chi ci ha ferito capirà. Che chi ha mentito confesserà. Che chi ha tradito busserà alla porta, magari tardi, ma con la dignità minima del pentimento.
Non accade quasi mai.
E allora molti restano lì, fermi davanti a quella porta chiusa, aspettando una frase, un gesto, una riparazione. Chiamano giustizia ciò che spesso è soltanto attesa. Chiamano memoria ciò che, a forza di essere accarezzato, diventa catena. Chiamano forza la propria ostinazione, quando invece è il passato che continua a comandare.
José Mujica, uomo che ha conosciuto la prigione vera prima ancora di parlare delle prigioni interiori, ci lascia un pensiero semplice e feroce: non si vive aspettando che ieri diventi finalmente educato. Il passato non chiede permesso. Non si scusa. Non risarcisce. Non sempre paga.
Ma noi sì, paghiamo. Paghiamo ogni giorno in cui consegniamo la nostra pace a chi non ha avuto il coraggio di darci nemmeno una spiegazione.
Andare avanti non significa assolvere. Non significa dimenticare. Non significa mettere una mano sulla spalla del carnefice e chiamarlo fratello. Sarebbe una menzogna, e le menzogne pietose restano menzogne.
Andare avanti significa smettere di abitare nella stanza dell’offesa. Significa capire che alcune battaglie si perdono due volte: la prima quando subiamo il torto, la seconda quando gli permettiamo di diventare la nostra identità.
La rivincita più grande, a volte, non è vedere l’altro cadere. È non averne più bisogno.
È riprendersi la mattina. Il sonno. Il passo. Il futuro. È tornare padroni del proprio nome senza pretendere che chi ci ha ferito lo pronunci correttamente.
Perché la libertà, quella vera, comincia nel momento esatto in cui smettiamo di mendicare giustizia da chi non ha mai saputo riconoscerla.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara La prigione delle scuse che non arrivano IL PESO DEI TORTI SUBITI E LA LEZIONE DI JOSÉ MUJICA Andare avanti non significa dimenticare, ma smettere di abitare nella stanza dell’offesa. La vera rivincita comincia quando smettiamo di mendicare giustizia da chi ci ha ferito, riprendendoci il diritto al futuro. L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune parole non arriveranno mai. Scuse che resteranno impigliate nella gola di chi avrebbe dovuto pronunciarle. Ingiustizie che nessun tribunale, nessuna memoria, nessuna vendetta saprà rimettere davvero al loro posto. È una delle lezioni più dure della vita. Forse la più adulta. Noi cresciamo convinti che il mondo, prima o poi, debba pareggiare i conti. Che chi ci ha ferito capirà. Che chi ha mentito confesserà. Che chi ha tradito busserà alla porta, magari tardi, ma con la dignità minima del pentimento. Non accade quasi mai. E allora molti restano lì, fermi davanti a quella porta chiusa, aspettando una frase, un gesto, una riparazione. Chiamano giustizia ciò che spesso è soltanto attesa. Chiamano memoria ciò che, a forza di essere accarezzato, diventa catena. Chiamano forza la propria ostinazione, quando invece è il passato che continua a comandare. José Mujica, uomo che ha conosciuto la prigione vera prima ancora di parlare delle prigioni interiori, ci lascia un pensiero semplice e feroce: non si vive aspettando che ieri diventi finalmente educato. Il passato non chiede permesso. Non si scusa. Non risarcisce. Non sempre paga. Ma noi sì, paghiamo. Paghiamo ogni giorno in cui consegniamo la nostra pace a chi non ha avuto il coraggio di darci nemmeno una spiegazione. Andare avanti non significa assolvere. Non significa dimenticare. Non significa mettere una mano sulla spalla del carnefice e chiamarlo fratello. Sarebbe una menzogna, e le menzogne pietose restano menzogne. Andare avanti significa smettere di abitare nella stanza dell’offesa. Significa capire che alcune battaglie si perdono due volte: la prima quando subiamo il torto, la seconda quando gli permettiamo di diventare la nostra identità. La rivincita più grande, a volte, non è vedere l’altro cadere. È non averne più bisogno. È riprendersi la mattina. Il sonno. Il passo. Il futuro. È tornare padroni del proprio nome senza pretendere che chi ci ha ferito lo pronunci correttamente. Perché la libertà, quella vera, comincia nel momento esatto in cui smettiamo di mendicare giustizia da chi non ha mai saputo riconoscerla. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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