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​La miseria dei diffamatori.

La deriva social tra vigliaccheria digitale e illusioni di impunità

​La miseria dei diffamatori
​Dai post nel fango all’invidia travestita da indignazione morale: il mestiere misero di chi colpisce alle spalle. Ma la dignità non si difende urlando, e la calunnia prima o poi trova il vero tribunale: quello della legge.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Pensate, c’è ancora chi crede che basti un post, un’allusione, una frase gettata nel fango dei social per ferire una persona. È l’illusione dei piccoli. Di quelli che, non avendo costruito nulla, passano il tempo a demolire ciò che altri hanno tentato di edificare.

La diffamazione è la vigliaccheria dei tempi moderni: non richiede coraggio, non pretende prove, non conosce responsabilità. Basta uno schermo, un profilo, qualche complice pronto ad applaudire nel buio. E così la paura si traveste da giudizio morale, l’invidia da indignazione, il rancore da verità.

Sono figure note, quasi sempre uguali a se stesse: predicano dignità senza averne, parlano di onore senza conoscerlo, giudicano vite che non comprendono. Rovistano nelle insinuazioni come chi cerca nella spazzatura qualcosa con cui imbrattare gli altri. Ma alla fine sporcano soltanto se stessi.

Chi diffama non combatte: sussurra. Non denuncia: avvelena. Non discute: colpisce alle spalle. È il mestiere misero di chi non ha argomenti e cerca nella calunnia una forma di esistenza.

Ma ogni parola ha un peso. Ogni accusa infondata lascia una traccia. Ogni offesa pubblica può diventare prova. E chi pensa che il tribunale dei social sia l’unico luogo in cui si risolvono certe meschinità, scoprirà che esiste anche il tribunale vero: quello della legge, dei fatti, delle responsabilità.

A costoro non serve rispondere con la stessa moneta. Sarebbe concedere loro una statura che non hanno. Meglio lasciare che parlino gli atti, le carte, le sedi competenti. Perché la dignità non si difende urlando più forte: si difende restando in piedi quando altri strisciano.

E allora sì: state alla larga dai diffamatori seriali, dai professionisti del fango, dai moralisti senza morale. Non perché facciano paura, ma perché contaminano l’aria. Vivono di rancore, si nutrono di veleno, e chiamano giustizia ciò che è soltanto frustrazione.

La verità, prima o poi, presenta il conto. E quando accade, non servono insulti. Basta la legge.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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