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Remigrazione: la burocrazia della paura che nasconde la nostra miseria

Remigrazione: il nome nuovo di una vecchia paura

Il dibattito sui flussi migratori e l'uso politico delle parole che cancellano l'umanità

Remigrazione: la burocrazia della paura che nasconde la nostra miseria

Nessun essere umano può essere definito "illegale". Dietro l'idolatria dei confini e dei respingimenti non c'è la ricerca della giustizia, ma il timore inconfessabile verso la forza e la fame di vita di chi attraversa i mari.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Una parola, oggi, viene pronunciata con l’aria trionfale di chi crede di aver scoperto la soluzione della Storia: remigrazione. Suona tecnica, quasi amministrativa. Pare uscita da un verbale, da una commissione, da un regolamento europeo. Ma sotto la vernice burocratica si nasconde una cosa antica, rozza, feroce: l’idea che l’essere umano valga meno del confine che attraversa.

“Immigrati illegali”, si dice. E già qui bisognerebbe fermarsi. Illegale può essere un atto, una frode, una violenza, un crimine. Ma una persona? Una persona non è illegale. Può essere povera, disperata, perseguitata, affamata, perduta. Può avere sbagliato strada, documento, barcone, destino. Ma non è illegale. Perché se cominciamo a chiamare illegale un uomo, abbiamo già smesso di vederlo come uomo.

Il mondo, checché ne dicano i guardiani delle patrie impaurite, non è nato con i passaporti. I confini sono righe tracciate dagli Stati, spesso col sangue degli altri. L’umanità, invece, è più antica. Prima delle dogane c’erano i cammini. Prima dei muri c’erano le migrazioni. Prima delle bandiere c’erano gli uomini e le donne che cercavano acqua, pane, futuro.

Certo: la violenza va fermata. La cattiveria va fermata. Chi sfrutta, chi aggredisce, chi delinque deve rispondere delle proprie azioni. Ma questa è giustizia, non propaganda. Altro è usare la paura per colpire intere moltitudini, confondendo il colpevole con il povero, il criminale con il naufrago, il pericolo con lo straniero.

La parola “remigrazione” non nasce per amministrare: nasce per rassicurare chi teme. Teme che l’altro porti via qualcosa. Il lavoro, la casa, la lingua, l’identità. Ma spesso, dietro questa paura, ce n’è una più inconfessabile: che l’altro, proprio perché ha attraversato deserti, mari, umiliazioni e fame, sia più forte di noi. Che abbia più coraggio. Più fame di vita. Più futuro.

Io non sogno un’Europa che rimanda indietro i disperati e poi si applaude da sola nei corridoi di Bruxelles. Sogno un mondo senza confini, o almeno senza l’idolatria dei confini. Un mondo in cui appartenere a una terra non significhi usarla come clava contro chi arriva da un’altra. Un mondo in cui la patria non sia una trincea, ma una casa capace di aprire la porta.

Perché la civiltà non si misura da quanti respinge. Si misura da come distingue la paura dalla giustizia, l’ordine dalla crudeltà, la legge dalla disumanità.

E quando una politica ha bisogno di chiamare “illegale” un essere umano per sentirsi forte, non sta difendendo l’Europa. Sta confessando la propria miseria.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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