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​Il carcere, quel malato terminale che lo Stato finge di non vedere

​Il carcere, quel malato terminale che lo Stato finge di non vedere

Oltre la retorica dell'emergenza: tra sovraffollamento, suicidi e turni massacranti, il collasso del sistema penitenziario italiano

​Proteggere la Polizia penitenziaria e garantire i diritti dei detenuti non sono obiettivi opposti: se la pena diventa solo vendetta, abbandono e buio, il sistema fallisce e restituisce alla società una violenza ancora maggiore.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Una frase torna, puntuale come un rosario istituzionale, ogni volta che si parla di carcere: “proteggere la Polizia penitenziaria”. È una frase giusta. Persino ovvia. Chi serve lo Stato va protetto. Chi entra ogni mattina in un penitenziario, spesso con organici ridotti, turni massacranti, tensioni continue e il rischio di diventare bersaglio di rabbie, disperazioni e violenze, merita rispetto. Non indulgenza cieca, non retorica, non medaglie di cartone: rispetto vero.

Ma il punto, il vero punto, non è questo. O almeno non è solo questo.

Il problema non è proteggere una categoria dentro il carcere. Il problema è che il carcere, così com’è, non protegge più nessuno. Non protegge gli agenti. Non protegge i detenuti. Non protegge gli educatori, i medici, gli psicologi, gli operatori. Non protegge nemmeno la società, che dovrebbe uscire più sicura da un sistema capace di punire, contenere e rieducare. Invece esce più ipocrita, più incattivita, più abituata a voltare la testa dall’altra parte.

Il carcere italiano assomiglia sempre meno a un’istituzione e sempre più a un malato terminale. E non per una febbre passeggera, non per un malanno stagionale, non per qualche “criticità” da comunicato stampa. È un corpo invaso dalle metastasi: sovraffollamento, suicidi, tossicodipendenze, disagio psichico, carenza di personale, strutture fatiscenti, sanità penitenziaria in affanno, rieducazione spesso ridotta a parola ornamentale, diritti fondamentali sospesi in una zona grigia dove tutto si giustifica in nome dell’emergenza.

E l’emergenza, in Italia, è il modo elegante con cui chiamiamo ciò che non abbiamo mai voluto risolvere.

Si dice: attenzione alle organizzazioni criminali, non lasciamo che il carcere diventi un luogo di potere mafioso. Sacrosanto. Ma domandiamoci con un minimo di coraggio: dove prosperano le mafie? Dove lo Stato è forte o dove lo Stato è assente? Dove le regole sono chiare o dove il bisogno diventa ricatto? Dove la dignità è garantita o dove la disperazione è amministrata a colpi di chiavi, cancelli e silenzi?

Un carcere disumano non sconfigge la criminalità organizzata. La nutre. Le offre terreno, gerarchie, debiti, protezioni, appartenenze. Quando lo Stato rinuncia a essere Stato e diventa soltanto custodia, la mafia entra dalla porta laterale e dice: “Ci penso io”. È lì che il dominio criminale trova il suo ossigeno. Non nella debolezza dei diritti, ma nella loro assenza.

Per questo è troppo comodo ridurre tutto alla difesa della Polizia penitenziaria, come se bastasse blindare chi sta sulla soglia per salvare ciò che marcisce dentro. Gli agenti non hanno bisogno di essere trasformati in scudi retorici. Hanno bisogno di lavorare in un sistema che funzioni. Hanno bisogno di organici adeguati, formazione, supporto psicologico, strumenti, regole, responsabilità, trasparenza. Hanno bisogno di non essere lasciati soli a gestire ciò che la politica, i ministeri e l’opinione pubblica scaricano dietro le mura.

E i detenuti? Anche loro, sì, anche loro, hanno diritti. Dirlo non significa essere buonisti, né ingenui, né nemici delle vittime. Significa ricordare un principio elementare: lo Stato non si misura da come tratta i cittadini modello, ma da come tratta chi ha sbagliato, chi è fragile, chi è colpevole, chi è dimenticato. La civiltà giuridica non consiste nel negare la pena, ma nel non trasformarla in vendetta, abbandono o degradazione.

La pena deve esserci. Ma deve avere un senso. Se il carcere produce soltanto rancore, malattia, recidiva e disperazione, allora non è severità: è fallimento. E un fallimento pubblico non diventa giustizia solo perché lo chiudiamo a chiave.

La verità è che continuiamo a discutere del carcere con categorie false. Da una parte chi invoca ordine come se l’ordine potesse nascere dal caos. Dall’altra chi parla di diritti senza sempre avere il coraggio di dire che i diritti devono valere anche nei luoghi più impopolari. In mezzo, uomini e donne in divisa consumati da turni impossibili. In mezzo, detenuti stipati come numeri. In mezzo, famiglie, operatori, magistrati di sorveglianza, volontari, direttori penitenziari lasciati a rattoppare una nave che imbarca acqua da tutte le parti.

E allora sì, proteggiamo la Polizia penitenziaria. Ma proteggiamola davvero: salvando il sistema in cui lavora. Proteggiamo i detenuti: non perché siano santi, ma perché lo Stato non può diventare peggiore di chi punisce. Proteggiamo gli operatori: perché senza di loro la rieducazione resta una parola da convegno. Proteggiamo la società: perché un carcere che non rieduca restituisce persone peggiori di come le ha ricevute.

Tuteliamo i diritti fondamentali di tutti. Tutti. Questa è la parola che dà fastidio. Perché “tutti” include chi indossa una divisa e chi indossa una matricola. Include chi custodisce e chi è custodito. Include chi ha ragione e chi ha torto. Include persino chi non ci piace.

Quando avremo il coraggio di partire da qui, forse smetteremo di celebrare lettere, appelli e ricorrenze come fossero cerotti su una cancrena. Forse cominceremo a parlare di carceri meno affollate, di pene alternative, di salute mentale, di lavoro vero, di legalità quotidiana, di responsabilità e dignità. Forse ci ritroveremo finalmente a parlare d’altro.

Ma fino ad allora continueremo a fingere che basti proteggere una parte, mentre l’intero edificio crolla.

E sotto quelle macerie, prima o poi, ci finiremo tutti.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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