Il caso Trump-Infantino e la richiesta di indagine sui vertici della Fifa sollevano il velo sulla crisi del pallone
LA POLEMICA CONTINUA
Se il calcio perde l’anima nel salotto dei potenti
Dalla squalifica congelata di Balogun al declino dei vivai italiani, lo sport più amato si è trasformato in una multinazionale del consenso. Quando il business e la politica cancellano le regole, il gioco si arrende e diventa solo un casinò emotivo globale.
L'Editoriale di Luigi Palamara
C’era una volta il calcio. Quello che si giocava nei campi spelacchiati, nelle periferie, negli oratori, nei cortili dove un pallone sgonfio valeva più di una console e una maglia sudata più di un contratto pubblicitario. C’era una volta il calcio che faceva discutere al bar, dividere le famiglie, riempire le domeniche e, qualche volta, perfino insegnare qualcosa sulla vita: la fatica, il talento, la disciplina, la sconfitta.
Oggi quel calcio non c’è quasi più. O, se c’è, è stato sequestrato.
Sequestrato dal denaro, dalle televisioni, dagli sponsor, dalle burocrazie internazionali, dai procuratori, dai fondi, dagli sceicchi, dagli algoritmi e dai presidenti che sorridono troppo. Il calcio mondiale è ormai una macchina perfetta per produrre denaro e una macchina sempre più imperfetta per produrre bellezza. Si parla di “progetto”, di “brand”, di “mercati emergenti”, di “diritti audiovisivi”. Si parla sempre meno di gioco. E quando il gioco sparisce, resta il business. Quando resta il business, le regole diventano elastiche. E quando le regole diventano elastiche, vince chi tira più forte la corda.
Il caso Balogun, con la richiesta di alcuni eurodeputati di indagare sul presidente della Fifa Gianni Infantino, non è dunque un incidente isolato. È la punta di un iceberg. E l’iceberg, questa volta, non sta davanti alla nave: è già dentro la stiva.
Secondo quanto denunciato da un gruppo di europarlamentari, bisogna accertare se Infantino sia stato coinvolto nella decisione di sospendere la squalifica di una giornata inflitta a Folarin Balogun dopo un cartellino rosso e se eventuali pressioni dell’amministrazione americana abbiano pesato sulla scelta. Si invocano lo Statuto Fifa e il Codice Etico. L’articolo 4 parla di neutralità politica e religiosa. L’articolo 15 impone ai dirigenti calcistici di restare politicamente neutrali. L’articolo 16 richiama il dovere fiduciario verso l’istituzione e la sua reputazione.
Parole solenni. Belle. Giuste. Ma le parole, nel calcio moderno, spesso servono come i tappeti nei palazzi: non a decorare, ma a coprire la polvere.
Il punto non è soltanto se Trump abbia telefonato a Infantino. Il punto non è soltanto se Infantino abbia ascoltato, sorriso, spiegato, rassicurato o negato. Il punto non è nemmeno soltanto Balogun. Il punto è che un presidente della Fifa non dovrebbe mai trovarsi nella condizione di dover spiegare se una decisione sportiva sia stata influenzata da un capo politico. Perché nel momento stesso in cui la domanda diventa plausibile, il danno è già fatto.
Infantino ha dichiarato che gli organi giudiziari della Fifa sono indipendenti. Ottimo. Allora lo dimostrino. Non con comunicati levigati, non con frasi da conferenza stampa, non con quel linguaggio gommoso che dice tutto e non chiarisce nulla. Lo dimostrino con atti, documenti, procedure trasparenti, responsabilità individuali. Perché l’indipendenza non si proclama: si vede. E quando non si vede, puzza.
La reazione è stata ampia. La Uefa ha parlato di linea rossa superata. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha definito la decisione incomprensibile. Il commissario europeo Glenn Micallef ha ricordato che le regole sportive spettano agli organismi sportivi, non ai politici. Giovanni Malagò ha parlato di pericoloso precedente. Hanno ragione tutti, naturalmente. Ma viene da chiedersi dove fossero tutti, o quasi tutti, mentre il calcio veniva trasformato pezzo dopo pezzo in una multinazionale del consenso, dove le competizioni si allargano non perché migliorino, ma perché incassino; dove i calendari esplodono non perché serva giocare di più, ma perché serve vendere di più; dove il merito sportivo è sempre meno una fede e sempre più una variabile commerciale.
E noi italiani dovremmo tacere? Proprio noi?
L’Italia ha vinto quattro Mondiali. Quattro. È stata una potenza, una scuola, una grammatica del calcio. Ha prodotto portieri, difensori, registi, fantasisti, centravanti. Ha insegnato al mondo che si poteva vincere anche soffrendo, anche pensando, anche difendendo. Oggi rischia di saltare tre Mondiali di fila, e sarebbe una vergogna non solo sportiva ma culturale. Non perché una nazionale debba vincere per diritto divino. Ma perché un Paese che non produce più talento calcistico deve chiedersi che cosa ha smesso di produrre prima ancora del talento: campi, maestri, pazienza, coraggio, responsabilità.
I nostri vivai sono diventati vetrine, i nostri club supermercati, le nostre rose collezioni di stranieri spesso mediocri, non certo i migliori. Giocatori superpagati, straviziati, protetti da una narrazione in cui ogni ragazzo promettente è già “il nuovo” qualcuno prima ancora di essere se stesso. Si confonde la precocità con il talento, il prezzo con il valore, la visibilità con la grandezza.
E intanto i veri talenti arrivano sempre più spesso dai Paesi poveri. Non perché lì il calcio sia più moderno, ma perché lì è ancora necessario. Perché dove manca tutto, il pallone resta una via di fuga, una lingua universale, una speranza. I ricchi comprano, i poveri producono. I ricchi organizzano tornei, i poveri forniscono gambe, fame, sogni. È il colonialismo con i tacchetti, solo più elegante e molto più televisivo.
Questo è il cuore della questione. Il calcio mondiale predica inclusione, neutralità, valori, rispetto. Poi si inginocchia davanti al denaro, ai governi, agli sponsor e ai mercati. Parla di etica mentre costruisce imperi economici. Parla di uguaglianza mentre aumenta il divario tra chi può comprare tutto e chi può solo vendere i propri figli migliori al miglior offerente.
Il caso Trump-Infantino, allora, non è una parentesi. È un sintomo. E i sintomi, quando vengono ignorati, diventano diagnosi.
La Fifa non è più soltanto il governo del calcio. È un potere globale. E ogni potere globale, quando non è controllato, tende a considerarsi intoccabile. Il problema è sempre lo stesso: chi controlla i controllori? Chi giudica chi amministra il gioco più popolare del pianeta? Chi impedisce che una decisione disciplinare diventi una questione diplomatica? Chi garantisce che la maglia di una nazionale pesi meno del passaporto del suo presidente?
Il calcio ha bisogno di regole semplici e rispettate. Ha bisogno di arbitri liberi. Ha bisogno di dirigenti sobri. Ha bisogno di federazioni meno ricche e più credibili. Ha bisogno di tornare a essere uno sport prima che un prodotto.
Non si tratta di nostalgia. La nostalgia è spesso una bugia dei vecchi. Qui si tratta di decenza. Di limite. Di pudore. Parole antiche, certo. Ma non per questo inutili.
Perché quando il calcio perde la sua credibilità, perde tutto. Può ancora riempire gli stadi, vendere maglie, moltiplicare sponsor, inventare tornei, conquistare nuovi mercati. Ma non sarà più calcio. Sarà spettacolo, industria, propaganda, casinò emotivo. Una grande giostra globale dove tutti urlano, pochi comandano e nessuno risponde.
E allora sì: la polemica continua. Deve continuare. Non per moralismo, ma per sopravvivenza. Perché se anche il pallone diventa proprietà dei potenti, se anche un cartellino rosso può finire nei corridoi della politica, se anche la Fifa pretende di essere neutrale mentre siede nei salotti del potere, allora non siamo più davanti a una crisi sportiva.
Siamo davanti a una resa.
E il calcio, quando si arrende, non perde una partita. Perde l’anima.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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