Il caso Ranucci, le polemiche e la libertà di critica
La setta della Verità e il flop dei censori: le domande non si processano con gli insulti
La replica alle reazioni scomposte dopo gli articoli su Ranucci: i tentativi di intimidazione via social non fermano il dibattito, anzi rendono la questione ancora più interessante. La promessa di continuare a scrivere e approfondire.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Caspita, allora è proprio vero: basta scrivere di Ranucci e qualcuno perde immediatamente il senso della misura.
Non molti, per carità. Ma abbastanza da offrire uno spettacolo istruttivo.
Arrivano indignati, sprezzanti, aggressivi. Non discutono ciò che scrivi: giudicano chi sei. Non contestano un dubbio: pretendono di scomunicarlo. Non rispondono alle domande: insultano chi osa formularle.
E così, senza neppure accorgersene, finiscono per mostrarsi esattamente per quello che sono: arroganti, scostumati, convinti di appartenere a una specie di aristocrazia morale dell’informazione.
Una confraternita. Quasi una setta.
La setta della Verità. Con la maiuscola, naturalmente.
Perché la verità, quando diventa proprietà privata di qualcuno, smette spesso di essere verità e comincia ad assomigliare molto a un dogma.
La cosa divertente è che pensavano probabilmente di ottenere l’effetto opposto. Qualche insulto da quattro soldi, un po’ di sarcasmo, due lezioncine impartite dal piedistallo virtuale e il disturbatore avrebbe dovuto tacere.
Peccato.
Avete ottenuto esattamente il contrario.
Più leggo certe reazioni, più mi vengono dubbi. Più qualcuno pretende che non si facciano domande, più quelle domande diventano necessarie. E più si cerca di liquidare chi le pone con l’insulto, più cresce la curiosità di capire che cosa ci sia dietro tanta irritazione.
Perciò mettiamola così, affinché non ci siano equivoci: continuerò a scrivere.
E scriverò molto.
Anche due editoriali al giorno, se servirà, finché questa vicenda non sarà chiarita nei suoi aspetti che ritengo meritevoli di approfondimento.
Non perché qualcuno me lo chieda. E tantomeno perché qualcuno tenti di impedirmelo.
Ma perché il tentativo infantile di intimidire attraverso l’offesa ha prodotto un solo risultato: ha reso la questione ancora più interessante.
È questo il problema dei censori improvvisati dei social: si credono potentissimi perché ricevono qualche applauso dalla propria curva. Immaginano che una raffica di commenti indignati equivalga a una sentenza. Confondono il consenso della propria bolla con l’autorevolezza.
Poi scoprono che fuori da quella bolla il mondo continua tranquillamente a esistere.
Quindi un consiglio, gratuito: scendete dal piedistallo virtuale.
Non siete giudici. Non siete custodi della verità. E soprattutto non decidete voi quali domande possano essere poste.
Avete provato a spegnere una discussione con qualche insulto.
Avete fatto flop.
Adesso, invece, la discussione comincia.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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