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Quando l'antimafia diventa una posa

Quando l'antimafia diventa una posa: la lotta alla criminalità oltre la vanità e il narcisismo civico

Il pericolo dei falsi paladini e il paradosso dei professionisti dell'indignazione

​La mafia si combatte con le prove, le indagini e il lavoro silenzioso delle istituzioni. Il rischio di trasformare una causa nobile in un marchio personale, in un palcoscenico o in un ascensore sociale.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


C’è una frase che disturba proprio perché costringe a pensare: a volte l’antimafia può fare più paura della mafia.

Detta così sembra una bestemmia civile. E infatti bisogna maneggiarla con cura, perché la mafia ammazza, ricatta, corrompe, compra silenzi e divora territori. Non c’è retorica che possa cancellare questa elementare verità.

Ma esiste un’altra verità, più scomoda.

Esiste l’antimafia autentica. E poi esiste l’antimafia recitata.

Leonardo Sciascia aveva intuito il pericolo quando parlava dei “professionisti dell’antimafia”. Non negava la mafia. Non la assolveva. Metteva in guardia da qualcosa di diverso: dalla possibilità che perfino una causa nobile diventi una carriera, una rendita, un lasciapassare morale.

Perché succede anche questo.

Intorno alle grandi battaglie civili si raccolgono persone generose, coraggiose, disinteressate.

Ma non soltanto loro.

Ci arrivano anche i frustrati. Gli arrivisti. I falsi perbenisti. Gli egocentrici. I vanitosi. Quelli che nella vita non sono riusciti a costruirsi un'identità e improvvisamente scoprono quanto sia comodo farsene una indossando la divisa morale del paladino della giustizia.

Non serve una pistola.

Basta un microfono.

Non serve una divisa.

Basta una fotografia davanti a uno striscione.

Non serve aver condotto un’indagine.

Basta pronunciare abbastanza volte le parole “legalità”, “coraggio”, “denuncia”.

Ed ecco comparire una categoria curiosa di personaggi: gli eroi per autocertificazione.

Sono quelli che non combattono soltanto un fenomeno. Hanno bisogno che tutti sappiano che lo stanno combattendo.

La lotta diventa rappresentazione.

La denuncia diventa palcoscenico.

La memoria diventa curriculum.

La legalità diventa marchio personale.

E qui comincia il problema.

Perché la mafia è un’organizzazione criminale e come tale va combattuta con indagini, intercettazioni autorizzate, intelligence, riscontri, prove, processi, sentenze. Non con le pose. Non con le conferenze. Non con il narcisismo civico.

L’antimafia investigativa lasciamola ai professionisti dello Stato.

Magistrati. Forze dell’ordine. Investigatori. Uomini e donne che conoscono fascicoli, responsabilità, regole, limiti. Persone che spesso lavorano senza che nessuno sappia il loro nome e che, proprio per questo, non hanno bisogno di costruire attorno a sé una leggenda.

La società civile ha naturalmente un ruolo fondamentale: educare, ricordare, denunciare quando possiede fatti, rompere l’omertà, sostenere chi combatte la criminalità.

Ma una cosa è essere cittadini consapevoli.

Un’altra è improvvisarsi investigatori, accusatori e giudici.

Perché quando l’antimafia smette di essere una battaglia e diventa un'identità personale nasce una tentazione terribile: aver bisogno della mafia per continuare a esistere come antimafioso.

È il paradosso che nessuno vuole ammettere.

Se tutta la tua notorietà dipende dal mostro, il giorno in cui il mostro scompare rischia di scomparire anche il tuo personaggio.

E allora il sospetto diventa utile.

L’allarme permanente diventa indispensabile.

Ogni ombra diventa una cosca.

Ogni avversario un colluso.

Ogni critica un tentativo di intimidazione.

Ogni domanda un favore alla mafia.

È così che una battaglia sacrosanta rischia di trasformarsi in una religione laica nella quale qualcuno distribuisce patenti di purezza e qualcun altro finisce sul banco degli imputati senza processo.

Ed è pericoloso.

Perché quando basta definirsi “dalla parte giusta” per considerarsi automaticamente giusti, il controllo scompare.

E una democrazia senza controllo, perfino quando agisce in nome delle migliori intenzioni, diventa fragile.

La mafia prospera nel silenzio.

Ma anche l’antimafia fasulla prospera nel conformismo.

Ha bisogno degli applausi, della riverenza, della paura di fare domande.

Guai a chiedere: “Ma questo signore cosa ha fatto davvero?”

Guai a domandare: “Quali risultati ha prodotto?”

Guai a osservare che forse dietro certe aureole c’è molto ego e poca sostanza.

Immediatamente qualcuno ti guarderà come se avessi tradito la causa.

È precisamente questo il meccanismo da spezzare.

La legalità non ha bisogno di sacerdoti.

Ha bisogno di istituzioni credibili.

La giustizia non ha bisogno di protagonisti.

Ha bisogno di prove.

Lo Stato non ha bisogno di eroi improvvisati.

Ha bisogno di servitori preparati.

Ed è qui che occorre fare una distinzione che oggi sembra quasi rivoluzionaria: combattere la mafia non significa automaticamente essere migliori degli altri.

La superiorità morale non si acquista con una tessera associativa, una manifestazione, un palco o una telecamera.

Si dimostra nei comportamenti.

Nella coerenza.

Nel rispetto delle regole anche quando quelle regole proteggono qualcuno che ci è antipatico.

Nel rifiuto di trasformare un sospetto in una sentenza.

Nel non usare una causa collettiva come ascensore personale.

Perché esiste una vanità perfino nel bene.

Ed è probabilmente la vanità più difficile da riconoscere: quella di chi non vuole soltanto fare la cosa giusta, ma pretende che il mondo lo guardi mentre la fa.

Io diffido dei salvatori.

Di tutti.

Preferisco un carabiniere che lavora in silenzio a cento professionisti dell’indignazione.

Preferisco un magistrato che parla attraverso gli atti a chi emette sentenze sui social.

Preferisco un cittadino che denuncia un’estorsione rischiando davvero qualcosa a chi costruisce la propria reputazione raccontando quanto sia coraggioso.

L’antimafia vera non è una posa.

È un lavoro.

È competenza.

È responsabilità.

È rischio.

È soprattutto misura.

Per questo bisognerebbe avere il coraggio di dirlo: non tutto ciò che si presenta come antimafia serve davvero alla lotta contro la mafia.

Talvolta serve soltanto a chi lo pratica.

E quando accade, quella parola così importante viene consumata, svilita, trasformata in una clava.

La conseguenza è devastante: la gente smette di credere persino a chi combatte davvero.

Ecco perché i falsi paladini non sono soltanto ridicoli.

Sono pericolosi.

Perché screditano i veri.

Lasciamo dunque agli uomini e alle donne dello Stato il mestiere difficilissimo dell’indagine e della repressione. Alla società civile lasciamo ciò che le appartiene: vigilare, educare, testimoniare, non tacere.

Ma senza divise immaginarie.

Senza piedistalli.

Senza aureole.

Perché la mafia è una cosa troppo seria per diventare il teatro delle nostre vanità.

E l’antimafia, quella vera, dovrebbe avere una caratteristica semplicissima:

non aver bisogno di essere chiamata antimafia.

Le basta fare il proprio dovere.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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