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Caro Sigfrido, scendi dal piedistallo.

Caro Sigfrido, scendi dal piedistallo.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Certo che Ranucci, oggi, appare per quello che non è mai stato.

La frase è ambigua. Me ne rendo conto. Ma forse, in questa storia, la frase è la cosa meno ambigua di tutte.

Perché il punto non è Sigfrido Ranucci. O almeno non soltanto lui. Il punto siamo noi, questa nostra ostinazione tutta italiana nel fabbricare santi laici, eroi civili, martiri per procura. Abbiamo bisogno di piedistalli come altri hanno bisogno di altari. E appena troviamo qualcuno che parla più forte degli altri, che si presenta come custode della verità, che indossa l'abito dell'intransigenza, eccoci pronti a incoronarlo.

Poi arriva il tempo. E il tempo, quel vecchio maleducato, comincia a togliere gli orpelli.

Ranucci è un uomo normale. E non sarebbe affatto un'offesa, se in Italia la normalità non fosse considerata una diminuzione.

Il problema nasce quando un uomo normale decide - o accetta - di indossare un vestito di una taglia più grande. All'inizio fa impressione. Le spalle sembrano più larghe, la figura più imponente, la voce più autorevole. Poi però si cammina. E camminando le maniche cadono sulle mani, i pantaloni fanno pieghe, la giacca penzola. Quello che voleva apparire solenne finisce per diventare goffo.

Forse quel vestito non gli è mai appartenuto.

E allora la domanda, quella vera, diventa inevitabile: Ranucci ha fatto servizio pubblico o ha usato il servizio pubblico anche per costruire Ranucci?

Non ho la risposta. E diffido di chi pretende di averla.

Non sta a me pronunciare sentenze. Le sentenze definitive, in questi casi, le pronuncia il tempo. E il tempo, come dicevano i nostri vecchi, è galantuomo. Talvolta impiega anni, ma prima o poi presenta il conto a tutti: ai potenti, ai giornalisti, agli accusatori e perfino a coloro che si erano convinti di essere diventati indispensabili.

Io, ai miti, ho sempre creduto poco.

Ai falsi miti, per niente.

Forse perché rimango un incorreggibile sognatore. E i sognatori veri hanno un curioso difetto: non sognano gli uomini sul piedistallo. Sognano quelli che camminano per strada.

Credo nella poesia quando nessuno la legge. Nell'arte quando non serve a ottenere un applauso. Nella dignità delle persone comuni, quelle che ogni mattina fanno il proprio dovere senza una telecamera davanti e senza bisogno di proclamarsi coraggiose.

Credo più nell'uomo che porta la propria misura che nel personaggio costretto continuamente a dimostrare di essere all'altezza della leggenda costruita intorno a lui.

Perché i personaggi vengono fabbricati. Qualche volta dai giornali, qualche volta dalla televisione, qualche volta dalla politica. Altre volte da interessi che non conosciamo e che forse non conosceremo mai.

Le persone, invece, restano.

Con le loro grandezze e le loro miserie. Con il coraggio e la vanità. Con le intuizioni e gli errori. Senza aureole.

Ed è forse questa la cosa che più infastidisce: scoprire che dietro una figura diventata simbolo non c'era un eroe, ma semplicemente un uomo.

Non sarebbe una tragedia.

La tragedia comincia quando quell'uomo finisce per credere al proprio monumento.

Perciò, caro Sigfrido, un consiglio che non pretende di essere una condanna:

scendi dal piedistallo.

Lassù si vede più lontano, è vero.

Ma si perde facilmente di vista la propria altezza.

E soprattutto, quel piedistallo, non è cosa tua.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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