Don Nino Carta, il Gianburrasca di Dio
Sessantatré anni da prete.
Scriverlo è facile. Capirlo, molto meno.
Perché sessantatré anni non sono una ricorrenza da sistemare dentro una fotografia, una torta, due candeline simboliche e qualche frase di circostanza. Sono una vita. Anzi, più di una vita. Sono migliaia di giorni trascorsi a parlare con Dio e, soprattutto, a parlare di Dio agli uomini. Che è mestiere assai più difficile.
E poi c’è la data.
15 agosto.
Il giorno dell’Assunzione di Maria. Il giorno della Madonna.
Anche questo, per chi crede, non può essere liquidato come una semplice coincidenza di calendario.
Sessantatré anni di sacerdozio che si compiono proprio nel giorno in cui la Chiesa guarda a Maria, alla Madre, alla donna del silenzio, dell’obbedienza, del dolore e della speranza.
Io lo chiamo un segno.
Perché ci sono date che sembrano scelte da noi e altre che, invece, sembrano scegliere noi.
E forse non è casuale che il cammino sacerdotale di Don Nino Carta porti impressa proprio questa data: il 15 agosto. Quasi a ricordare che ogni sacerdote, prima ancora di parlare, deve saper ascoltare. Prima ancora di guidare, deve sapersi affidare. Prima ancora di spiegare Dio, deve avere il coraggio di consegnarsi a Lui.
Come Maria.
Ripercorrere il cammino di Don Nino Carta non sarà facile. Probabilmente nemmeno per lui.
Io, poi, ho un handicap ulteriore: non l’ho mai incontrato.
Eppure lo conosco.
O almeno credo di conoscere quella parte di lui che arriva attraverso una voce, poche parole, una preghiera, uno dei suoi “Passaparola”. Talvolta basta questo. Ci sono persone che puoi frequentare per trent’anni senza incontrarle mai davvero, e altre che entrano nella tua vita con un messaggio vocale di pochi minuti e vi prendono dimora.
Don Nino è entrato nella mia vita così, quasi per caso.
E dal caso, ne sono convinto, non uscirà più.
Ha una gentilezza che disarma. Ma attenzione: non è la gentilezza innocua di chi vuole andare d’accordo con tutti. È quella di chi possiede una certezza e non ha bisogno di urlarla.
Prega per Dio, con Dio, per gli uomini, per chi soffre, per chi sbaglia, forse persino per chi non crede.
E lo fa con una forza che, a volte, è devastante.
Per questo mi piace chiamarlo un Gianburrasca dello spirito, anche se altri lo hanno fatto prima di me.
Perché nel vero sacerdote c’è qualcosa di irriducibile. Qualcosa che disturba la nostra comoda normalità. Il prete autentico non è un funzionario del sacro, non è un burocrate della fede, non è un uomo che timbra il cartellino fra una Messa e un funerale.
È un soldato.
Ma senza fucile.
La sua arma è la Parola.
La sua trincea è la vita degli altri.
La sua battaglia è contro quella disperazione silenziosa che, prima o poi, visita tutti.
Ecco il prete che riconosco in Don Nino Carta.
Qualcuno dice che i preti siano superati. Che la preghiera appartenga a un tempo antico, quasi archeologico. Che l’uomo moderno non abbia più bisogno di inginocchiarsi.
Può darsi.
Ma chi dice queste cose, forse, non ha mai assaggiato questa bellezza.
Perché la fede ha una caratteristica singolare: non la vedi, non la tocchi, non la pesi.
Eppure è lei che tocca te.
Ti entra nel cuore proprio quando credevi di averlo chiuso.
La preghiera, nella mia vita, c’è sempre stata. Soprattutto nei momenti peggiori.
Ho pregato quando non capivo.
Ho pregato quando mi sembrava che Dio mi avesse castigato senza ragione.
Ho pregato anche con rabbia.
E oggi penso una cosa che da giovane non avrei avuto il coraggio di dire: sono ciò che sono molto più grazie al dolore che alla spensieratezza.
La felicità ti fa parlare con Dio.
Il dolore ti costringe a cercarlo.
Sono due strade diverse, ma conducono alla stessa porta.
E forse proprio Maria, celebrata il 15 agosto, insegna questo più di chiunque altro.
Perché la sua fede non fu una fede comoda.
Fu una fede attraversata dall’attesa, dall’incomprensione, dalla paura, dalla perdita.
Fu la fede di una madre che vide il Figlio soffrire e non smise di credere.
E allora quel 15 agosto acquista un significato ancora più forte.
Non è soltanto il giorno di una festa religiosa.
È il giorno in cui, sessantatré anni fa, un uomo ha scelto di consacrare la propria vita a Dio e agli altri.
È il giorno in cui un giovane sacerdote ha cominciato un cammino che oggi porta il peso, la fatica e la bellezza di oltre mezzo secolo.
Il dolore, se riesci ad attraversarlo senza lasciare che ti trasformi in odio, possiede una forza terribile. Ti spoglia. Ti umilia. Ti mette davanti alle cattiverie, alle offese, alle ingiustizie. Ti obbliga a scoprire quanto sei fragile.
E proprio lì può nascere qualcosa.
Non la rassegnazione.
La fede.
Accettare non significa arrendersi. Significa impedire al male ricevuto di diventare il male che restituiamo.
Forse è questo uno dei misteri più difficili del cristianesimo.
Siamo fatti, dice la Scrittura, a immagine di Dio. Ma somigliargli non significa vivere senza ferite. Significa, semmai, decidere cosa fare delle nostre ferite.
Ed è qui che uomini come Don Nino diventano importanti.
Perché non spiegano Dio soltanto con le parole.
Lo testimoniano con il tempo.
Sessantatré anni.
E quel numero, quest’anno, ritorna ancora una volta dentro la luce del 15 agosto.
Dentro il giorno della Madonna.
Per qualcuno sarà una coincidenza.
Per me no.
Per me è un segno.
Un piccolo sigillo posto sopra una vita sacerdotale.
Come se Maria, nel giorno a Lei dedicato, ricordasse a Don Nino ciò che lui ha fatto per tutta la vita: indicare Cristo senza mai mettere se stesso davanti.
Sessantatré anni dedicati al Signore non sono semplicemente un anniversario.
Sono un capitale spirituale.
Appartiene certamente a Don Nino, ma un poco appartiene anche a tutti quelli che hanno incrociato il suo cammino. A chi lo ha ascoltato da vicino. A chi ha ricevuto una sua preghiera. A chi è stato consolato. A chi, magari senza conoscerlo personalmente, ha ricevuto una parola nel momento in cui ne aveva bisogno.
Io sono uno di questi.
Non ti ho mai stretto la mano, Don Nino.
Ma certe distanze sono soltanto geografiche.
Per questo oggi non voglio farti gli auguri come si fanno agli anniversari importanti.
Voglio dirti grazie.
Grazie per questi sessantatré anni.
Grazie per la tua voce.
Grazie per quei Passaparola che sembrano piccoli e invece, qualche volta, arrivano dove non riescono ad arrivare discorsi molto più solenni.
E grazie anche per questo 15 agosto.
Perché persino la data del tuo anniversario sembra raccontare qualcosa di te.
La Madonna non fa rumore.
Non cerca il centro della scena.
Non impone.
Accompagna.
E forse un sacerdote, in fondo, è chiamato proprio a questo: accompagnare gli uomini verso Dio senza chiedere che gli uomini guardino lui.
Continua allora a essere quel Gianburrasca dello spirito che scuote, consola, prega e disturba le nostre certezze.
Continua a fare il soldato senz’armi.
Continua a combattere con la sola arma che un sacerdote dovrebbe davvero portare sempre con sé:
la Parola di Dio.
E che questo 15 agosto, ancora una volta, sia per te non soltanto un anniversario.
Sia un segno.
Un abbraccio della Madonna.
E forse anche un piccolo messaggio del Cielo a chi ha dedicato sessantatré anni della propria vita a parlare di Lui.
E se vorrai permettermi ancora di sfiorare il tuo cammino, io continuerò a farlo con gratitudine.
Ti voglio bene, Don Nino.
Il tuo amico,
Luigi
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