Le luci di Roccaforte del Greco.
A Roccaforte del Greco le case parevano nate dalla montagna e non costruite dagli uomini.
Erano dello stesso colore delle rocce, e quando il sole cadeva dietro i crinali dell’Aspromonte diventavano tutte d’un colore antico, tra il rame e la cenere, come certe fotografie conservate nei cassetti delle famiglie. Le strade si stringevano tra muri alti, porte basse, scale consumate. Da qualche cortile veniva odore di legna bruciata, da qualche stalla il respiro degli animali. E sopra ogni cosa passava il vento.
Non era un vento qualunque. Quello dell’Aspromonte aveva memoria.
Entrava nelle finestre, sollevava le tende, spingeva le porte mal chiuse e pareva frugare nelle case per ricordare agli uomini ciò che essi avrebbero voluto dimenticare.
Quando eravamo ragazzi, non sapevamo ancora che anche noi saremmo diventati memoria.
Gianluca aveva diciassette anni e un modo di camminare che sembrava sempre quello di uno che non sa se deve andare o restare. Era alto, magro, con i capelli scuri che il vento gli metteva continuamente davanti agli occhi. Parlava poco. Gli uomini del paese dicevano che era timido; sua madre sosteneva invece che pensava troppo.
«Pensare troppo non serve a niente», gli diceva mentre impastava il pane.
«E pensare poco a cosa serve?»
La madre alzava gli occhi.
«A vivere.»
Gianluca sorrideva appena.
Non sapeva ancora che per certi uomini vivere e pensare diventano la stessa fatica.
Marion la vide una sera di settembre.
Scendeva dalla parte alta del paese, lungo la strada che portava alla piazza. Il sole era già dietro la montagna, ma un ultimo chiarore rimaneva sospeso sulle pietre. Marion camminava piano, con una mano appoggiata alla parete, come se ascoltasse qualcosa provenire dall’interno delle case.
Gianluca era fermo vicino a un muro.
La vide arrivare e non si mosse.
Marion aveva gli occhi bassi. Non sembrava triste. Era piuttosto come se portasse dentro un pensiero che non riusciva a dire.
Quando gli fu vicina, Gianluca disse:
«Marion.»
Lei si voltò.
«Che vuoi?»
«Niente.»
«Allora perché mi hai chiamata?»
Gianluca guardò verso la valle.
«Perché se passavi senza che ti chiamassi, poi me ne pentivo.»
Marion lo osservò.
«Di cosa ti pentivi?»
Lui si mise le mani in tasca.
Dal fondo del vicolo veniva odore di terra secca e di fichi maturi.
«Volevo dirti una cosa.»
«Dimmela.»
Gianluca tacque ancora.
«Se aspetti che venga domani, sarà già un’altra cosa», disse Marion.
Lui la guardò finalmente.
«Sei bella.»
Marion non sorrise.
«Tutto qui?»
«No.»
«E allora?»
Gianluca indicò le montagne.
«Sei bella come quando il sole esce dietro quelle montagne.»
Marion abbassò lo sguardo.
Per qualche istante si udì soltanto una gallina razzolare dietro un muro e una donna chiamare un bambino.
Poi Marion disse:
«Tu dici queste cose perché hai paura.»
«Di cosa?»
«Di dire le cose semplici.»
Gianluca rimase interdetto.
«Questa era semplice.»
«No. Semplice era dire: mi piaci.»
Lui arrossì.
Marion allora sorrise appena.
«Buonasera, Gianluca.»
E se ne andò.
Lui restò lì finché la vide scomparire dietro l’ultima casa.
Quella sera, tornando a casa, gli parve che Roccaforte fosse diversa.
Le case erano le stesse, la montagna era la stessa, persino i cani abbaiavano come tutte le altre sere. Ma qualcosa si era spostato dentro di lui, e da allora ogni cosa del paese avrebbe avuto il volto di Marion.
La loro storia cominciò senza che nessuno potesse dire esattamente quando.
Non si diedero appuntamenti.
Non fecero promesse.
A Roccaforte le promesse erano cose serie, quasi quanto i debiti e i morti. I ragazzi imparavano presto che una parola pronunciata davanti agli altri poteva diventare una catena.
Così Gianluca e Marion si parlavano poco.
Si vedevano.
Bastava.
In piazza, Marion passava davanti alla fontana.
Gianluca era seduto sul gradino della bottega di suo zio.
Lei non lo guardava subito.
Lui fingeva di osservare la strada.
Poi, quando nessuno prestava attenzione, i loro occhi si incontravano.
Una volta, un vecchio seduto davanti al bar disse:
«Gianluca, che guardi?»
«Niente.»
«Il niente ha i capelli lunghi adesso?»
Gli altri uomini risero.
Gianluca arrossì.
Il vecchio aggiunse:
«Stai attento. Nei paesi le finestre hanno più occhi delle persone.»
Era vero.
A Roccaforte tutti vedevano tutto.
Le donne dalle porte.
Gli uomini dai balconi.
I vecchi dalle sedie sistemate contro i muri.
Perfino i bambini portavano notizie da una casa all’altra senza sapere che cosa significassero.
Ma nessuno vedeva ciò che accadeva veramente tra Gianluca e Marion.
Quello apparteneva soltanto a loro.
Quando pioveva, Gianluca usciva lo stesso.
Una volta Marion lo vide sotto l’acqua e gli gridò dalla finestra:
«Sei matto?»
«Perché?»
«Piove.»
«Me ne sono accorto.»
«E allora torna a casa.»
«Non posso.»
«Perché?»
Gianluca alzò la testa.
«Perché tu sei alla finestra.»
Marion scosse il capo.
«Un giorno ti prenderai una febbre.»
«Meglio.»
«Meglio cosa?»
«Meglio una febbre che non vederti.»
Lei chiuse la finestra.
Ma prima di farlo sorrise.
E Gianluca rimase sotto la pioggia ancora un poco.
Estratto dal libro: Aspromonte, dove l'anima non muore di Luigi Palamara.
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