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Morire soli non è normale

Morire soli non è normale

Lazzaro - Motta San Giovanni (RC) 22 agosto 2026. La notizia non finirà in prima pagina. Non farà tremare i palazzi, non muoverà ministri, non occuperà per giorni televisioni e giornali. È una di quelle notizie piccole, quasi invisibili, che la cronaca inghiotte in poche righe.

Un uomo di circa ottant’anni è morto nella sua casa. Solo.

Qualcuno, dopo alcuni giorni, si è accorto che qualcosa non andava. Ha telefonato. Nessuna risposta. Ha bussato. Silenzio. Poi la chiamata ai carabinieri. I militari sono arrivati, sono entrati nell’abitazione e lo hanno trovato morto. Forse da giorni.

Questa, con tutte le cautele che una cronaca ancora sommaria impone, è la notizia.

Ma poi viene tutto il resto.

E il resto pesa molto più della cronaca.

Perché si può morire a ottant’anni. È nell’ordine naturale delle cose, ci diranno. Si può morire per una malattia, per un malore improvviso, perfino serenamente nel proprio letto. Ma c’è qualcosa che non dovrebbe mai essere considerato naturale: morire nella solitudine senza che nessuno se ne accorga per giorni.

Un anziano non è un numero su un registro anagrafico. Non è una pratica dei servizi sociali. Non è semplicemente “un vecchio”.

Prima di essere vecchio è stato bambino. È stato figlio. Forse fratello, marito, padre, amico. Ha avuto paure e speranze, giorni felici e giornate storte. Ha lavorato, sofferto, riso. Ha attraversato una vita intera.

E alla fine di quella vita nessuno dovrebbe diventare invisibile.

Abbiamo costruito una società che ama riempirsi la bocca di solidarietà. Pronunciamo parole magnifiche: inclusione, comunità, assistenza, fragilità, tutela. Abbiamo uffici, servizi, strutture, assistenti sociali, associazioni, protocolli.

Eppure, qualche volta, dietro tutte quelle parole rimane una porta chiusa.

Dietro quella porta, un anziano solo.

E nessuno che bussi.

Siamo capaci, giustamente, di commuoverci davanti a un animale abbandonato, di mobilitarci per un cane legato al sole o per un gattino rimasto intrappolato. È un sentimento civile, e guai a deriderlo.

Ma allora una domanda diventa inevitabile: quanto vale, per noi, la solitudine di un essere umano?

Quando abbiamo cominciato a considerare normale che una persona anziana possa trascorrere giornate intere senza che qualcuno sappia se ha mangiato, se sta male, se è caduta, se è ancora viva?

Non servono processi sommari e non servono colpevoli costruiti prima di conoscere i fatti. Servono risposte.

Per questo riteniamo doveroso che l’amministrazione comunale di Motta San Giovanni, a partire dal sindaco e dagli uffici competenti, chiarisca pubblicamente ciò che è possibile chiarire.

Quell’uomo era conosciuto dai servizi sociali? Viveva completamente solo? Riceveva assistenza? Esisteva una rete di vicinato o di sostegno? Qualcuno ne seguiva le condizioni? E, soprattutto, esistono oggi nel Comune altri anziani che rischiano di vivere la stessa solitudine?

Non sono domande accusatorie.

Sono domande necessarie.

Perché davanti a una morte così il compito delle istituzioni non è soltanto spiegare ciò che è accaduto. È domandarsi che cosa si possa fare perché non accada ancora.

Magari scopriremo che nessuno avrebbe potuto evitare quella morte. La morte, purtroppo, non chiede permesso ai sindaci, agli assistenti sociali o ai vicini di casa.

Ma la solitudine sì.

Quella possiamo combatterla.

Possiamo conoscere i nostri anziani più fragili, telefonare, bussare, costruire reti di prossimità, organizzare controlli periodici, coinvolgere associazioni e volontari. Possiamo fare in modo che una persona non scompaia dal mondo mentre è ancora seduta nella propria casa.

Costa certamente fatica.

Forse costa anche denaro.

Ma una comunità si misura soprattutto da questo: da come tratta chi non ha più la forza di farsi sentire.

Quel signore di ottant’anni non diventerà famoso. Probabilmente, tra qualche giorno, il suo nome sarà dimenticato dalla cronaca.

Ma la sua morte non dovrebbe essere dimenticata da noi.

Perché un uomo che muore solo, senza che nessuno se ne accorga, non muore soltanto una volta.

Muore un poco anche la comunità che gli stava intorno.

E quel silenzio, se abbiamo ancora una coscienza, dovrebbe fare molto rumore.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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