Datemi i giganti

Sull'autostrada saltano i ruoli tra manifestanti e forze dell'ordine. Quando la dignità cede, le immagini catturate da Pietro Comito smascherano le divisioni e raccontano un Paese unito.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

«Datemi i giganti contro i quali combattere».

Forse basterebbe questa frase per raccontare ciò che è accaduto su quell’autostrada. Il resto, in fondo, è cronaca. Ma ci sono giorni in cui la cronaca smette di essere cronaca e diventa qualcosa di più scomodo: uno specchio.

A tenerlo in mano è stato il giornalista Pietro Comito.

La scena è semplice. Quasi povera. Un’autostrada, la protesta degli agricoltori, le forze dell’ordine schierate a controllare che tutto resti dentro i confini consentiti. Da una parte chi protesta, dall’altra chi deve vigilare.

Poi, all’improvviso, i ruoli saltano.

Un uomo piange.

Piange come piange un padre quando non sa più cosa dire ai figli. Come un nonno quando sente di aver lavorato una vita e di non riuscire più a riconoscere il mondo che gli è cresciuto attorno. Come un fratello, un amico, uno qualunque di noi quando la dignità ha resistito fino all’ultimo centimetro e poi, semplicemente, cede.

Si lascia cadere sull’asfalto.

Gli altri lo seguono.

E poco prima un dirigente della Polizia di Stato lo aveva preso sottobraccio. Non come un funzionario prende un manifestante. Come un uomo sorregge un altro uomo.

È questo il dettaglio che fa male.

I poliziotti sono lì, giovani, composti, quasi impacciati davanti a un dolore per il quale non esiste regolamento di servizio. Non sanno più se stanno controllando una protesta o assistendo a una confessione collettiva.

Perché a un certo punto non esistono più i manifestanti e non esistono più quelli chiamati a contenerli.

Esistono soltanto persone.

Sull’asfalto rimane il dolore.

Quello vero, che non ha tessere, colori, slogan. Quello che non domanda a chi voti prima di stringerti la mano. Quello che non ha bisogno di essere spiegato perché, quando lo incontri, lo riconosci.

Ed è qui che quelle immagini diventano qualcosa di diverso.

Pietro Comito non ha immortalato soltanto uomini inginocchiati, divise, trattori, lacrime. Ha fermato un sentimento.

E i sentimenti, quando sono autentici, sono più pericolosi di mille comizi.

Perché una rabbia può essere divisa. Una protesta può essere etichettata. Un avversario può essere deriso. Ma il dolore condiviso è un’altra faccenda. Il dolore condiviso attraversa le barricate. Le rende inutili.

È devastante.

Ed è, nel significato più profondo della parola, rivoluzionario.

Non perché rovesci governi o sistemi. Ma perché per qualche minuto rovescia le parti che ci siamo assegnati. Il poliziotto non è più il poliziotto. L’agricoltore non è più il manifestante. Il giornalista non è più soltanto il testimone.

Sono uomini davanti a un altro uomo che piange.

Dopo, naturalmente, arriva il dopo.

Arrivano quelli che rovistano. Quelli che cercano il dettaglio sporco, la frase sbagliata, il passato da mettere sul tavolo per rendere meno rispettabile il presente. È un mestiere antico: quando non si riesce a confutare un dolore, si prova a sporcare chi lo prova.

Ma quelle immagini restano.

Restano perché, per un istante, hanno raccontato un’Italia che siamo abituati a dichiarare divisa e che invece, davanti alla sofferenza, ha saputo riconoscersi.

Un Paese, prima ancora che una somma di fazioni.

Una comunità, prima ancora che una platea di avversari.

Sofferente, certamente.

Ma unita.

E c’è una cosa che chi produce fango in serie non comprenderà mai: il dolore può piegare un uomo, ma quando diventa dolore comune produce l’effetto opposto.

Lo rimette in piedi.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno