La cantonata
L’Editoriale di Luigi Palamara
Tre mesi.
Non tre anni. Non una consiliatura. Non il tempo necessario per scrivere libri dei sogni, convocare conferenze stampa, distribuire promesse e spiegare ai cittadini perché una cosa semplice debba diventare terribilmente complicata.
Tre mesi.
Sono bastati poco più di tre mesi della nuova fase politica cittadina per costringermi a guardare diversamente una realtà che, per quanto mi riguarda, avrei preferito non vedere.
Perché prima ancora di giudicare gli altri, devo fare i conti con me stesso.
Dodici anni di Giuseppe Falcomatà, oggi, mi appaiono sotto una luce diversa. Una stagione amministrativa che giudico molto al di sotto delle aspettative create, del tempo avuto a disposizione e delle possibilità offerte alla città.
E lo scrivo con un’aggravante personale.
Io Falcomatà l’ho difeso.
L’ho fatto in buona fede. Ma la buona fede non assolve chi ha scelto di raccontare una città.
Può spiegare un errore.
Non cancellarlo.
Il Ponte sul Calopinace è diventato, suo malgrado, uno dei simboli di questa vicenda.
Anni di attese.
Anni di rinvii.
Anni di spiegazioni, procedure, ostacoli.
Oggi quell’opera, dopo una vicenda lunga e tormentata, arriva finalmente a compimento proprio mentre si apre una nuova fase politica cittadina.
Ed è qui che nasce la domanda.
Perché?
Perché ci sono voluti anni?
Quali passaggi hanno prodotto i ritardi?
Quali responsabilità appartengono alle diverse amministrazioni e quali, invece, alle procedure, agli affidamenti, ai finanziamenti o agli ostacoli tecnici?
Sono domande che pretendono documenti.
Non tifoserie.
Bisogna ricostruire atti, finanziamenti, affidamenti, cronoprogrammi e responsabilità.
Perché cambiare giudizio non significa cambiare curva dello stadio.
Significa smettere di accontentarsi delle versioni comode.
Nella pubblica amministrazione il tempo non è un dettaglio.
Il tempo dei cittadini ha un valore.
Un’opera consegnata anni dopo non è soltanto un’opera finalmente consegnata: è anche un servizio che, per tutto quel tempo, non è stato disponibile.
E le responsabilità, quando esistono e possono essere documentate, vanno individuate.
Il ponte, però, temo sia soltanto un simbolo.
In città continuano ad affiorare problemi irrisolti, luoghi dimenticati, situazioni che con il passare degli anni abbiamo finito quasi per considerare normali.
Ed è forse questa la cosa più grave:
ci eravamo abituati.
Al degrado fino a considerarlo paesaggio.
All’inefficienza fino a chiamarla difficoltà.
All’immobilismo fino a confonderlo con l’amministrazione ordinaria.
Io stesso ho raccontato questa città senza comprendere fino in fondo la dimensione di alcuni problemi.
Questa è la mia responsabilità.
Avrei dovuto guardare meglio.
Scendere più spesso per strada.
Toccare con mano.
Fare più domande.
Accontentarmi meno delle risposte.
Non l’ho fatto abbastanza.
E per chi racconta una città, l’ingenuità può spiegare un errore, ma non trasformarlo in una virtù.
Naturalmente, se avessi scritto cose diverse, Reggio Calabria probabilmente non sarebbe cambiata di un centimetro.
Un giornalista non posa ponti.
Non asfalta strade.
Non governa una città.
Ma può almeno evitare di raccontare come normale ciò che normale non dovrebbe essere.
E questo, guardandomi indietro, avrei potuto farlo meglio.
Molto meglio.
Non so se Giuseppe Falcomatà e chi ha condiviso quella stagione amministrativa stiano facendo oggi la stessa riflessione.
È una questione che appartiene a loro.
La politica, del resto, sa trovare quasi sempre una spiegazione: una procedura, una circostanza, un avversario, una congiuntura, qualcuno venuto prima.
I cittadini hanno uno strumento più semplice:
confrontano.
Guardano i tempi.
Guardano i risultati.
Guardano ciò che ieri sembrava impossibile e ciò che oggi diventa possibile.
Ed è su questo, più che sui comunicati, che costruiscono i propri giudizi.
Il 9 ottobre 2026, alle sei del mattino, l’apertura del Ponte sul Calopinace sarà quindi più di un’inaugurazione.
Sarà una fotografia.
Da una parte gli anni delle attese.
Dall’altra un’opera finalmente disponibile alla città.
E mentre Reggio Calabria farà colazione davanti a quel ponte in presenza di Francesco Cannizzaro, protagonista molto visibile di questa nuova fase politica, resterà aperta una questione molto più importante delle persone:
capire se al cambio di passo politico e comunicativo corrisponderà, nel tempo, un vero cambio di passo amministrativo.
Questo lo diranno i fatti.
Non gli slogan.
Non sto sostituendo una fiducia con un’altra.
Sarebbe il modo peggiore di imparare dalla cantonata che oggi riconosco.
Cannizzaro, come chiunque governi Reggio Calabria, dovrà essere giudicato sui fatti, sugli atti, sui tempi e sui risultati.
Senza cambiali in bianco.
Senza santini.
Senza tifoserie.
Perché il vero errore non è cambiare opinione.
Il vero errore sarebbe non imparare nulla dall’opinione sbagliata di ieri.
Su Falcomatà ho preso una cantonata durata più di un decennio.
Per questo non farò profezie.
Mi limiterò a guardare.
Questa volta meglio.
Con meno indulgenza.
Con più verifiche.
Con più domande.
Cambiare idea davanti ai fatti non cancella l’errore precedente.
Ma continuare a difenderlo per orgoglio sarebbe un errore ancora peggiore.
Non è una confessione.
Non è pentimento.
Non è nemmeno senso di colpa.
È semplicemente prendere atto di una cosa che, per chi scrive, è sempre difficile mettere nero su bianco:
ho sbagliato valutazione.
Una cantonata.
Colossale.
Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco, detto “L’Arciere”
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