Colpire un poliziotto significa colpire lo Stato
L'Editoriale di Luigi Palamara
Torino.
C’è un’immagine che più di mille parole racconta lo stato di salute di un Paese: un poliziotto a terra, aggredito, circondato dall’odio. Non da un’idea. Non da una protesta. Dalla violenza pura. Quella che non ha argomenti perché non ne ha bisogno.
Qui non siamo davanti a un fatto di cronaca qualsiasi. Questo è un attacco allo Stato, a ciò che lo rappresenta nel suo volto più esposto e meno protetto. Chi colpisce un agente non colpisce una divisa: colpisce la regola che ci permette di non farci giustizia da soli.
La solidarietà alla Polizia di Stato non è uno slogan né un atto di fede. È una presa di posizione civile. È dire che senza chi garantisce l’ordine, restano solo il caos e la legge del più forte. E quella, storicamente, non ha mai favorito i deboli.
Dire che tutto questo è inaccettabile è persino superfluo. La vera questione è un’altra: scoprire i colpevoli, punirli, e smetterla di usare la violenza come clava politica. Perché quando si strumentalizza un’aggressione, si commette un secondo atto di irresponsabilità: si sposta il problema, lo si annacqua, lo si assolve.
La violenza non è mai giustificabile.
Non quando viene da chi protesta.
Non quando si maschera da rabbia sociale.
Non quando pretende di parlare “a nome di qualcuno”.
Va combattuta. Va stroncata. Senza esitazioni lessicali e senza ipocrisie morali.
E soprattutto bisogna dare risposte a chi non è violento. A chi subisce. A chi rispetta le regole e si ritrova, troppo spesso, solo. Uno Stato serio non ammicca agli aggressori: protegge i cittadini e chi li difende.
Il resto è rumore. E il rumore, quando copre la verità, diventa complice.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
Avviso ai lettori: l’articolo contiene immagini e contenuti adatti esclusivamente a un pubblico adulto.
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