Francesco Calabrese. Separare per rafforzare: la riforma che non vuole paura.
di Luigi Palamara
Un equivoco di fondo che avvelena questo dibattito fin dall’inizio: l’idea che la separazione delle carriere sia un attentato alla magistratura.
Un’idea sbagliata. Radicalmente sbagliata.
Francesco Calabrese parte da qui, e non è un dettaglio. Il sistema attuale affonda le sue radici nel dopoguerra, in un assetto pensato per un Paese diverso, per una giustizia diversa, per un mondo che non esiste più. Pensare che ogni modifica sia un condizionamento significa trasformare la Costituzione in un monumento immobile, non in un organismo vivo.
E allora sgombriamo il campo: questa riforma non dovrebbe spaventare nessuno.
Prima la Costituzione, poi la tecnica.
Il Parlamento, dice Calabrese, non può partire dalla “tecnologia normativa”. Prima viene una domanda più alta, più seria: serve o no una riforma costituzionale?
Ed è proprio nelle Commissioni che avviene il confronto vero, l’interlocuzione con la magistratura, non nelle piazze urlanti o nei titoli semplificati. Qui non si inseguono fantasmi, non si coltivano sospetti: si cerca di introdurre tecniche che riducano le influenze indebite.
Negli ultimi anni, il rapporto tra Pubblico Ministero e giudice è diventato critico. Non per colpa dei singoli, ma per struttura del sistema. Calabrese è netto: l’indipendenza dei magistrati va difesa, ma va accompagnata da una parità delle armi, fondata su regole chiare, quasi scientifiche.
Studiosi del diritto, non tifosi.
Qui nessuno è chiamato a fare il tifo.
Siamo — dice Calabrese — studiosi del diritto.
La giustizia sociale non nasce solo dalle sentenze, ma dalla cultura della società e dalle leggi che la governano. Discutere di efficienza non è un atto ostile, è un dovere.
Eppure basta nominare il doppio CSM perché il dibattito si incendi.
Si dice che lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura ne distruggerebbe la funzione. Ma quali funzioni?
Assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità: tutte restano intatte.
Eppure, nel dibattito pubblico, sembra che il cielo debba crollare.
Impermeabilizzare il sistema.
Se davvero vogliamo far crescere il sistema, dobbiamo renderlo impermeabile.
Non ai cittadini, ma alle pressioni dei media e della politica.
La separazione delle carriere non è una punizione, non è una “psichiatria” istituzionale. È un assetto necessario. Serve proprio a evitare il rischio di condizionamento politico, non a crearlo.
Si è parlato di magistrati attaccati per decisioni sgradite alla politica. Vero. Ma la politica usa queste storie come le conviene. La domanda giusta è un’altra:
questa riforma rende il magistrato più vulnerabile o più protetto?
Calabrese risponde senza esitazioni: un magistrato davvero terzo, distante dalle parti e dalla politica, non ha nulla da temere.
Il sorteggio e il falso mito del controllo politico.
C’è poi il capitolo più frainteso: il sorteggio nel CSM.
Si dice che aprirebbe la strada alla politica. È esattamente il contrario.
Eliminare il peso delle correnti significa recidere il legame con i centri di potere.
Una platea ampia — mille, millecinquecento magistrati sorteggiabili — riduce drasticamente ogni possibilità di condizionamento.
È molto più trasparente dell’attuale sistema, in cui le carriere correntizie decidono chi conta e chi no.
Non punire, rafforzare.
L’avvocatura non chiede teste.
Chiede strumenti di garanzia.
La separazione delle carriere non serve a indebolire il magistrato, ma a rafforzarlo nella sua specializzazione.
Non è un atto di sfiducia, è un investimento sulla qualità.
Non c’è nessuna volontà di sottomissione politica.
Si vuole una situazione di parità, chiarezza e semplicità nel lavoro quotidiano.
E, non ultimo, una definizione chiara dei ruoli pubblici del Pubblico Ministero e della Polizia Giudiziaria.
Nessun disegno oscuro.
Calabrese chiude come ha iniziato: con un chiarimento necessario.
Non esiste alcun disegno oscuro contro la magistratura.
Le norme discusse sono funzionali a un disegno costituzionale che, a suo giudizio, è equilibrato.
Separare le carriere non significa dividere per dominare.
Significa separare per rafforzare.
Il resto — la paura, l’allarme, la narrazione apocalittica — appartiene più alla polemica che alla giustizia.
E la giustizia, quando si riforma, ha bisogno di lucidità. Non di slogan.
Francesco Calabrese. Separare per rafforzare: la riforma che non vuole paura. di Luigi Palamara Un equivoco di fondo che avvelena questo dibattito fin dall’inizio: l’idea che la separazione delle carriere sia un attentato alla magistratura. Un’idea sbagliata. Radicalmente sbagliata. Francesco Calabrese parte da qui, e non è un dettaglio. Il sistema attuale affonda le sue radici nel dopoguerra, in un assetto pensato per un Paese diverso, per una giustizia diversa, per un mondo che non esiste più. Pensare che ogni modifica sia un condizionamento significa trasformare la Costituzione in un monumento immobile, non in un organismo vivo. E allora sgombriamo il campo: questa riforma non dovrebbe spaventare nessuno. Prima la Costituzione, poi la tecnica. Il Parlamento, dice Calabrese, non può partire dalla “tecnologia normativa”. Prima viene una domanda più alta, più seria: serve o no una riforma costituzionale? Ed è proprio nelle Commissioni che avviene il confronto vero, l’interlocuzione con la magistratura, non nelle piazze urlanti o nei titoli semplificati. Qui non si inseguono fantasmi, non si coltivano sospetti: si cerca di introdurre tecniche che riducano le influenze indebite. Negli ultimi anni, il rapporto tra Pubblico Ministero e giudice è diventato critico. Non per colpa dei singoli, ma per struttura del sistema. Calabrese è netto: l’indipendenza dei magistrati va difesa, ma va accompagnata da una parità delle armi, fondata su regole chiare, quasi scientifiche. Studiosi del diritto, non tifosi. Qui nessuno è chiamato a fare il tifo. Siamo — dice Calabrese — studiosi del diritto. La giustizia sociale non nasce solo dalle sentenze, ma dalla cultura della società e dalle leggi che la governano. Discutere di efficienza non è un atto ostile, è un dovere. Eppure basta nominare il doppio CSM perché il dibattito si incendi. Si dice che lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura ne distruggerebbe la funzione. Ma quali funzioni? Assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità: tutte restano intatte. Eppure, nel dibattito pubblico, sembra che il cielo debba crollare. Impermeabilizzare il sistema. Se davvero vogliamo far crescere il sistema, dobbiamo renderlo impermeabile. Non ai cittadini, ma alle pressioni dei media e della politica. La separazione delle carriere non è una punizione, non è una “psichiatria” istituzionale. È un assetto necessario. Serve proprio a evitare il rischio di condizionamento politico, non a crearlo. Si è parlato di magistrati attaccati per decisioni sgradite alla politica. Vero. Ma la politica usa queste storie come le conviene. La domanda giusta è un’altra: questa riforma rende il magistrato più vulnerabile o più protetto? Calabrese risponde senza esitazioni: un magistrato davvero terzo, distante dalle parti e dalla politica, non ha nulla da temere. Il sorteggio e il falso mito del controllo politico. C’è poi il capitolo più frainteso: il sorteggio nel CSM. Si dice che aprirebbe la strada alla politica. È esattamente il contrario. Eliminare il peso delle correnti significa recidere il legame con i centri di potere. Una platea ampia — mille, millecinquecento magistrati sorteggiabili — riduce drasticamente ogni possibilità di condizionamento. È molto più trasparente dell’attuale sistema, in cui le carriere correntizie decidono chi conta e chi no. Non punire, rafforzare. L’avvocatura non chiede teste. Chiede strumenti di garanzia. La separazione delle carriere non serve a indebolire il magistrato, ma a rafforzarlo nella sua specializzazione. Non è un atto di sfiducia, è un investimento sulla qualità. Non c’è nessuna volontà di sottomissione politica. Si vuole una situazione di parità, chiarezza e semplicità nel lavoro quotidiano. E, non ultimo, una definizione chiara dei ruoli pubblici del Pubblico Ministero e della Polizia Giudiziaria. Nessun disegno oscuro. Calabrese chiude come ha iniziato: con un chiarimento necessario. Non esiste alcun disegno oscuro contro la magistratura. Le norme discusse sono funzionali
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