Calabria. Caso Occhiuto. Il tempo del verdetto.
L'Editoriale di Luigi Palamara
In Italia non è mai il fatto a pesare davvero. È l’attesa.
Il sospetto dura più della verità, e spesso la sostituisce.
Così la vicenda di Roberto Occhiuto entra nella sua stagione decisiva: maggio 2026.
Diciotto mesi. Il limite naturale di un’indagine che non può restare sospesa in eterno senza trasformarsi da garanzia a pena.
La Procura dovrà scegliere.
Archiviare.
Oppure procedere.
Non esistono terze vie giuridiche.
Esistono invece infinite conseguenze politiche.
Eppure, a guardare il protagonista, non si direbbe.
Occhiuto non appare inquieto, non rallenta, non abbassa il tono.
Si muove come se l’inchiesta non esistesse, come se fosse un rumore lontano, non il rombo di un temporale.
Una sicurezza autentica? O la consapevolezza che in Italia la giustizia ha tempi più lunghi della memoria politica?
Nell’aria però resta un sibilo sottile: qui nessuno dimentica davvero.
La Calabria, più di altre terre, ha memoria lunga dei processi e dei loro tempi.
Sa che il silenzio giudiziario non è assoluzione e non è accusa: è attesa.
E l’attesa, spesso, è la pena più lunga.
A voler approfondire, sorprende anche altro.
Neppure la nuova minoranza sembra affondare il colpo.
Come se valesse il principio antico: se cade Sansone, cadono tutti i Filistei.
In Calabria la poltrona non è solo potere — è equilibrio.
Si attacca l’avversario finché non si rischia di travolgere il sistema intero.
Se arriva l’archiviazione.
Che cosa succede se tutto finisce nel nulla giudiziario?
Lo Stato avrà fatto il suo mestiere: verificare fino all’ultima carta, fino all’ultimo bonifico, fino all’ultimo rapporto personale.
Nessuna persecuzione. Nessuna assoluzione morale. Solo un controllo completo.
Ma basterà?
La domanda vera non è se Occhiuto sarà innocente davanti alla legge.
È se tornerà innocente davanti all’opinione pubblica.
Perché in Italia l’assoluzione cancella la colpa giuridica, non il sospetto sociale.
Il cittadino medio non legge le motivazioni: ricorda il titolo.
E allora:
chi restituirà il tempo politico perduto?
chi restituirà l’autorevolezza consumata?
chi restituirà la normalità amministrativa a una Regione governata per mesi sotto osservazione?
L’archiviazione chiude il fascicolo, ma chiude davvero la storia?
O resterà quel dubbio italiano — non provato, ma eterno — che accompagna ogni assoluzione pubblica?
Se invece arriva un provvedimento.
Qui comincia l’incertezza vera.
Non tanto giuridica — quella seguirà i suoi riti — ma istituzionale.
Può governare un presidente rinviato a giudizio?
Può farlo in Calabria, terra dove la credibilità vale più del codice?
Può farlo con un’opposizione che vivrebbe di quell’atto per anni?
Può farlo con una maggioranza costretta ogni giorno a difendere prima l’uomo e poi i provvedimenti?
E soprattutto:
governerebbe ancora lui o governerebbe il processo?
Perché in Italia accade sempre questo:
la politica si ferma, la cronaca giudiziaria diventa programma amministrativo.
Un rinvio a giudizio non è una condanna — ma politicamente lo diventa quasi sempre.
Non per legge, per logoramento.
E allora apparirebbe ancora più singolare ciò che già oggi sembra normale:
un presidente indagato per corruzione che si dimette, si ricandida, vince e resta indagato.
Normalità istituzionale o anestesia collettiva?
Si era mai visto davvero, o ci stiamo abituando a tutto?
La Calabria sospesa.
Oggi la regione vive una pausa innaturale.
Non paralisi, ma attesa. Non crisi, ma trattenimento.
Funziona tutto, formalmente.
Ma ogni decisione ha un’ombra temporale: quanto durerà?
Gli assessori programmano fino a maggio.
Le opposizioni aspettano maggio.
I funzionari temono maggio.
E i cittadini — quelli che non parlano nei talk show — semplicemente sospendono il giudizio.
Non difendono, non accusano: aspettano.
È forse la cosa più rara nella politica italiana: un popolo che non ha ancora deciso.
Noi siamo garantisti.
Ma il garantismo non è indifferenza al tempo.
Perché anche i calendari fanno politica: pochi mesi ancora e si chiuderà un capitolo oppure se ne aprirà uno completamente nuovo.
Le domande che restano.
Se verrà archiviato, sarà una liberazione o solo la fine di una parentesi?
Se verrà rinviato a giudizio, sarà una crisi politica o una lunga agonia amministrativa?
Chi governa davvero durante un processo: l’eletto o la sua reputazione?
E soprattutto: quanto può durare un potere che deve prima spiegarsi e poi agire?
Maggio 2026 non dirà soltanto qualcosa su Occhiuto.
Dirà qualcosa sul nostro sistema.
Se archivieranno, avremo la prova che lo Stato ha controllato fino in fondo senza paura di concludere.
Se procederanno, avremo la prova che il sospetto ha trovato sostanza.
In entrambi i casi resterà una verità più scomoda:
in Italia non è mai il processo a finire la carriera politica.
È l’attesa del processo.
E quella — per Occhiuto come per la Calabria — sta finendo ora. A maggio 2026.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.