L’Italia dei mille campanili che lo Stato ha deciso di dimenticare
L'Editoriale di Luigi Palamara
Un’Italia che non compare nelle mappe dei ministeri, ma sopravvive nelle mappe della memoria. Un’Italia che non inaugura metropolitane, non taglia nastri, non annuncia hub tecnologici, non promette Silicon Valley in versione appenninica. È l’Italia dei campanili senza campane, delle piazze dove il bar è anche municipio, farmacia e confessionale laico. È l’Italia dove il sindaco sa i nomi dei cani prima ancora di quelli degli abitanti — perché i cani, almeno loro, non emigrano.
Il dossier dell’Anci certifica ciò che chiunque abbia ancora occhi — non solo grafici Excel — sa da anni: un italiano su sei vive in un piccolo Comune. Nove milioni e seicentomila persone, mica una nicchia folkloristica da cartolina per turisti tedeschi in cerca di autenticità. Eppure lo Stato li considera esattamente così: un fondale scenografico. Come i borghi nelle fiction televisive, belli finché non parlano.
La metà vive in paesi sotto i tremila abitanti. Un milione sotto i mille. Mille abitanti significa che quando nasce un bambino lo sanno prima le galline che l’anagrafe. Significa che quando muore un vecchio non serve il manifesto funebre: basta chiudere le persiane.
E qui la parola chiave è una sola: fragilità. Demografica, organizzativa, amministrativa. In realtà sarebbe più onesto chiamarla abbandono. Fragile è un vaso di cristallo. Questi sono territori lasciati a se stessi mentre la politica si occupa della nuova pista ciclabile metropolitana con conferenza stampa e hashtag.
Ottocentosessantasette Comuni classificati con fragilità massima. Un milione e quattrocentomila persone. E la concentrazione è al Sud e nel Centro — cioè nei luoghi che tutti invocano quando parlano di identità nazionale, radici, tradizione, patria. Parole grosse pronunciate con la stessa leggerezza con cui si cancella un ufficio postale.
Il 10,3% del territorio è a rischio frane. Più del doppio dei grandi Comuni. Naturalmente, quando crolla una collina si parla di fatalità. La fatalità è l’alibi preferito degli irresponsabili: piove, la montagna cade, destino cinico e baro. Mai che qualcuno dica la verità: la montagna cade perché lo Stato non sale più fin lassù.
Ma il vero capolavoro è la macchina amministrativa. Cinquantatremila dipendenti a tempo indeterminato: meno 13,9% in dodici anni. Raddoppia il part-time. Tradotto: meno Stato dove lo Stato è già poco. È come curare l’anemia con il salasso.
E poi il dato che basterebbe da solo a spiegare il nostro tempo: l’82% delle sedi di segreteria comunale sotto i tremila abitanti è vacante. Il Comune senza segretario è come un tribunale senza giudice o una nave senza timone. Ma nessuno se ne scandalizza. Perché lo scandalo oggi richiede audience, e un paese di ottocento anime non fa share.
Ci riempiono la testa con la retorica del “piccolo è bello”. Lo ripetono urbanisti, influencer rurali e ministri in visita domenicale. Poi però arrivano otto miliardi di tagli agli investimenti nel prossimo decennio. È la versione contabile dell’ipocrisia nazionale: la poesia dei borghi e la prosa dei bilanci.
La verità è brutale: l’Italia non sta morendo nelle periferie delle metropoli, sta morendo nei luoghi dove è nata. La desertificazione non è solo demografica, è istituzionale. Prima se ne va la banca, poi il medico, poi la scuola, poi il segretario comunale. Alla fine resta solo il cartello: “vendesi casa arredata”. Arredata di memoria.
Eppure proprio lì abita ancora l’idea stessa di comunità. Non la comunità digitale — dove ci si insulta senza conoscersi — ma quella reale, dove il vicino ti presta la scala e non il parere. Distruggere questi luoghi significa spezzare l’ossatura civile del Paese. Le metropoli sono la faccia, i piccoli Comuni sono lo scheletro. Senza scheletro, anche il volto più moderno diventa una maschera molle.
L’Italia è un Paese che ama i monumenti e dimentica i cittadini. Un Paese che lascia morire i propri paesini rinnega se stesso. Non è una questione di nostalgia, è una questione politica.
Perché quando uno Stato smette di amministrare il territorio minore, smette di essere Stato e diventa amministrazione condominiale delle grandi città. Il resto è paesaggio. E il paesaggio, si sa, non vota.
Fino al giorno in cui scompare. E allora non resta più nemmeno la patria da evocare nei discorsi ufficiali. Resta solo un silenzio lungo mille campanili spenti.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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