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La Calabria che diventa ponte: Giusi Princi e la diplomazia del prestigio in Asia Centrale.

La Calabria che diventa ponte: Giusi Princi e la diplomazia del prestigio in Asia Centrale.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Una parola che in Italia pronunciamo sempre meno: prestigio.
La sostituiamo con “visibilità”, con “post”, con “evento”. Ma il prestigio è un’altra cosa: è quando una bandiera arriva prima della fotografia. Quando una stretta di mano pesa più di un comunicato. Quando un territorio periferico si presenta al mondo senza chiedere permesso.

In questi giorni, a migliaia di chilometri dalle nostre piazze litigiose e dai talk-show rumorosi, una donna calabrese — categoria antropologica spesso sottovalutata a Roma — si è seduta davanti al presidente del Kirghizistan, Sadyr Japarov. Non per turismo politico, non per folklore diplomatico, ma per fare ciò che l’Europa, quando si ricorda di esserlo, sa ancora fare: politica estera.

Non è una notizia clamorosa. È qualcosa di più raro: è una notizia seria.

La missione guidata dall’europarlamentare Giusi Princi non ha il fascino cinematografico delle crisi internazionali né la teatralità delle sanzioni. È diplomazia quotidiana, quella che costruisce i ponti mentre i giornali guardano i crolli. Ed è proprio per questo che conta.

Il Kirghizistan non è una comparsa geografica: è un nodo.
Sta tra Russia e Cina, tra energia e acqua, tra stabilità e caos.
Chi pensa che l’Europa si difenda solo nei confini di Schengen non ha capito nulla del XXI secolo: oggi la sicurezza europea comincia sulle montagne dell’Asia centrale.

Parlare lì di diritto internazionale, energia, ambiente, resilienza idrica significa occuparsi del nostro futuro domestico, delle nostre bollette e persino della pace. L’Europa, se vuole esistere, deve smettere di reagire e iniziare a presidiare.

E presidiare non vuol dire minacciare.
Vuol dire esserci prima che arrivino altri.

In quella regione arrivano tutti: Cina, Russia, Turchia, Golfo.
Se manca l’Europa, non resta neutrale il mondo — resta occupato.

La politica estera è presenza, continuità, affidabilità. Tre virtù poco appariscenti e quindi poco celebrate. Ma sono le uniche che fanno storia. Il fatto che la delegazione europea sia stata la più numerosa mai recatasi lì non è una curiosità statistica: è un messaggio. Significa: non vi consideriamo periferia. Significa: vogliamo essere interlocutori, non spettatori.

E qui entra la Calabria.
In Italia siamo abituati a raccontarla come problema interno. Emigrazione, marginalità, cronaca nera: sempre oggetto, mai soggetto. Ma la diplomazia moderna non vive solo nelle capitali. Vive nei territori che hanno identità forte e memoria lunga — cioè credibilità. La credibilità non si improvvisa nei palazzi, nasce nelle comunità.

Portare la Calabria in Asia centrale non è folklore regionale: è una dichiarazione politica.
Vuol dire dire al mondo che l’Europa non è un’astrazione burocratica, ma una somma di culture vive.
Che la cooperazione non passa solo per i grandi numeri industriali ma anche per filiere produttive, università, giovani, patrimonio.

E proprio i giovani — incontrati nelle università kirghise — sono forse la parte più importante della missione. Perché le democrazie non si esportano, ma si contagiano. Non con le prediche, bensì con l’esempio. Uno studente che parla con un rappresentante europeo incontra una cosa concreta: uno Stato di diritto incarnato in una persona, non in un trattato.

Le relazioni internazionali cominciano sempre così: da qualcuno che scopre che l’Europa non è una parola ma un metodo.

La politica italiana spesso vive di polemica domestica: chi ha vinto ieri, chi cadrà domani. Ma la politica vera si misura a distanza di anni, quando una crisi scoppia e qualcuno trova una porta aperta grazie a un dialogo iniziato in silenzio.

La diversificazione dei mercati, dell’energia, delle rotte commerciali non si improvvisa il giorno dell’emergenza. Si prepara molto prima, nei viaggi che non fanno audience. Incontri apparentemente lontani determinano prezzi, sicurezza, approvvigionamenti. In altre parole: quotidianità.

C’è anche un altro aspetto: il rispetto reciproco.
L’Europa non può permettersi di presentarsi al mondo come maestra stanca che assegna voti. Deve tornare a essere partner affidabile. Il dialogo con Paesi in via di sviluppo sostenibile — ricchi di biodiversità e risorse — non è beneficenza geopolitica: è interesse reciproco.

Questo viaggio racconta un’idea precisa: l’Europa non si difende chiudendosi, ma moltiplicando relazioni. E l’Italia, quando smette di parlarsi addosso, sa ancora interpretarla.

Per una volta, la notizia non è uno scontro ma una costruzione.
Non un tweet ma un percorso.
Non una promessa ma una presenza.

Ed è forse questa la cosa più bella della vicenda: la politica non è la frase ad effetto, è il carattere. La volontà ostinata di esserci dove sembra inutile, finché diventa indispensabile.

In un’epoca di sovranità urlate e influenze aggressive, l’Europa riaffiora così: con una delegazione, tre giorni di incontri, e una regione del Sud che smette di essere margine per diventare ponte.

Il prestigio, appunto.
Che non fa rumore. Ma resta.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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