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La destra liberale, ovvero l’arte di dirsi seri senza mai sporcarsi le mani.

La destra liberale, ovvero l’arte di dirsi seri senza mai sporcarsi le mani.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Vi è qualcosa di profondamente rassicurante nelle parole di Roberto Occhiuto. Rassicurante come una poltrona in pelle Frau: comoda, elegante, e rigorosamente lontana dalla strada. Marina Berlusconi parla, Occhiuto annuisce. Marina riflette, Occhiuto rilancia. Marina evoca il liberalismo, Occhiuto lo imbottiglia, lo etichetta e lo mette sullo scaffale “buoni propositi”, accanto alla certezza del diritto e alla fiducia nello Stato, che lì riposano da decenni senza essere mai disturbati.

La riforma della giustizia, ci viene spiegato, non è ideologica. È sempre così: quando una questione è profondamente politica, la si dichiara “non ideologica” e il gioco è fatto. Un po’ come dire che una tempesta non è meteorologica ma solo “un temporaneo squilibrio atmosferico”. E infatti tutto torna: equilibrio tra i poteri, garanzie, sviluppo, crescita, futuro. Manca solo la parola “buonsenso” e il rosario è completo.

Il centrodestra, secondo Occhiuto, deve riscoprire il “metodo liberale”. Metodo, non ideologia: parola comodissima, perché non impegna. Il metodo non chiede sangue, non chiede scelte, non chiede nemici. Il metodo consente di parlare di riforme senza riformare, di coraggio senza rischiare, di responsabilità senza mai pagare il conto. È la politica come galateo: si sa come stare a tavola, ma non si decide cosa mangiare.

E poi c’è il grande spauracchio: il populismo. Sempre evocato, mai combattuto davvero. Il populismo è l’alibi perfetto della classe dirigente: serve a spiegare perché il popolo non capisce, mai perché chi governa non convince. Così la “destra di governo” viene dipinta come l’unica adulta nella stanza, circondata da bambini urlanti e slogan identitari. Peccato che, a furia di fare l’adulto responsabile, abbia spesso dimenticato di governare davvero.

Il liberalismo europeo viene chiamato in causa come una nobile ascendenza, un blasone da esibire nei salotti buoni. Ma il liberalismo, quello vero, non vive di dichiarazioni: vive di conflitti risolti, di regole applicate, di poteri limitati sul serio. È scomodo, antipatico, spesso impopolare. Tutte qualità che lo rendono poco frequentabile nelle stagioni elettorali.

Occhiuto promette di continuare a lavorare per tutto questo, dentro il partito e dentro la coalizione. È una promessa solenne, come quelle che si fanno a Capodanno: sincere, nobili, e destinate a infrangersi contro la realtà già a metà gennaio.

Nel frattempo, il liberalismo resta lì, evocato con rispetto, maneggiato con cautela, celebrato a parole. Come un vaso di porcellana cinese: tutti dicono che è prezioso, nessuno osa usarlo.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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