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In Calabria la sanità parla piano. Il potere parla da solo

In Calabria la sanità parla piano. Il potere parla da solo.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

In Calabria le cose importanti non si dicono nei palazzi. Si dicono a mezza voce, davanti a un bar chiuso, in una corsia troppo lunga, seduti su una sedia di plastica che scricchiola più delle promesse.

La sanità qui non è un sistema: è un’attesa.

A Locri, davanti all’ospedale, una donna tiene in mano un foglio spiegazzato.
«La Tac?» chiede.
«Tra sei mesi», risponde l’impiegata senza alzare lo sguardo.
«E se non ci arrivo?»
L’altra sospira: «Signora, io posso solo prenotare».

A Cosenza, al pronto soccorso dell’Annunziata, un infermiere dice a un collega:
«Se avessimo la metà dei posti letto promessi, oggi non sarebbe così».
Il collega ride amaro: «Promessi a chi? A noi o alla televisione?»

A Catanzaro, nei corridoi dell’Azienda Dulbecco, un medico giovane — calabrese — parla sottovoce:
«Appena finisco la specializzazione vado via».
«Dove?»
«Dove posso lavorare senza chiedere scusa per ogni cosa».

È così che la Calabria continua a perdere. Non per mancanza di intelligenze, ma per stanchezza morale. Qui la sanità non muore di colpo: si consuma lentamente, come le cose che nessuno ha davvero deciso di salvare.

Intanto, altrove, il Presidente della Regione — che è anche Commissario alla Sanità — racconta. Racconta di riforme, di svolte, di rinascite imminenti. Una narrazione fantasiosa, lucida solo nelle parole, scollegata dai luoghi reali. Una sanità che esiste solo nei comunicati.

Se lo si ascolta, sembra che il problema sia già alle spalle.
Se si cammina la Calabria, il problema ti viene incontro.

A Vibo Valentia un uomo aspetta su una barella da dodici ore.
«Perché non ci chiamano?» chiede.
«Perché non c’è posto», risponde un operatore.
«E a chi lo devo dire?»
«Non a noi».

A Polistena un medico anziano scuote la testa:
«Una volta avevamo meno macchine, ma più rispetto».
«Per chi?»
«Per i malati».

A Reggio Calabria, al GOM, una madre parla al telefono:
«No, Milano. Qui non c’è».
Poi chiude e aggiunge: «Pure stavolta ce ne andiamo».

E mentre la Calabria parte, chi governa resta. Resta a spiegare, a rassicurare, a raccontare una sanità che non coincide con quella che la gente attraversa ogni giorno. In oltre quattro anni di presidenza e commissariamento di Roberto Occhiuto, i risultati non si vedono nei reparti, ma nelle conferenze. Non nelle liste d’attesa, ma nelle parole ben allineate.

Forse bisognerebbe fare una cosa semplice.
Prenotargli una Tac.
Una normale Tac, da cittadino qualunque.
Fargli aspettare sei mesi. Poi nove. Poi dodici.

Seduto lì, con il numerino in mano, potrebbe studiare davvero il problema. Capire cosa significa “piano di rientro” quando il tempo non rientra mai. Capire che la sanità non si governa con la fantasia, ma con la presenza, la competenza, il coraggio di rompere equilibri marci.

La disperazione più grande è non sapere a chi chiedere giustizia.
Oggi, in Calabria, la sanità è questo: una domanda senza interlocutore.

E una Regione che non può permettersi altri racconti.
Perché la realtà, qui, non ha più voglia di ascoltarli.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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