La dittatura dell’applauso: quando il consenso divora la Democrazia.
L'Editoriale di Luigi Palamara
La politica non è più un’agorà, è un mattatoio. E chi vi entra, se non ha la pelle del rinoceronte e l’anima del giocatore d’azzardo, ne esce scorticato. La lotta è impari. Da una parte c’è chi cerca consenso come un rabdomante cerca l’acqua: con mestiere, cinismo, fiuto. Dall’altra c’è chi crede ancora che basti parlare chiaro, agire con semplicità, dire pane al pane. È un ingenuo. E in politica gli ingenui non fanno carriera: fanno da bersaglio.
Il professionista del voto — il politicante di mestiere — non discute mai nel merito. Sposta il discorso. Devia. Insinua. Non guarda mai la propria inettitudine: la copre con una cortina di fumo fatta di slogan, di nemici inventati, di emergenze perenni. È un illusionista. E come ogni illusionista sa che il trucco non sta nella mano veloce, ma nell’occhio distratto di chi guarda.
La sua vera arte non è governare, ma sopravvivere. Non è risolvere, ma galleggiare. Cerca la debolezza dell’avversario con la precisione di un chirurgo e la sfrutta con la freddezza di un usuraio. Non importa se il Paese arretra, se le istituzioni si sfilacciano, se la fiducia si consuma. Importa vincere. Importa restare.
E il fatto più sconfortante — sì, sconfortante — è che la gente gli crede. Gli crede perché è abile, perché ripete fino allo sfinimento una menzogna finché non assume l’aspetto della verità. Gli crede perché è rassicurante delegare il proprio giudizio a chi urla più forte. Così ciò che non è diventa ciò che sembra. E può durare a lungo, lunghissimo.
Intanto, chi non possiede quella forma mentis spietata viene travolto. Viene dipinto come debole, come inadatto, come “non all’altezza”. In realtà è soltanto estraneo a quel teatro di ombre dove la sostanza è un intralcio e l’apparenza è tutto.
Forse dovremmo darci una svegliata. Forse dovremmo smettere di premiare il mestiere e cominciare a premiare il merito. Ma il merito richiede pazienza, giudizio, memoria. Tre qualità che una democrazia distratta perde in fretta.
Perché il punto è questo: una democrazia ridotta a gara permanente di astuzie non è più democrazia. È un meccanismo che consuma sé stesso. E quando le regole restano ma lo spirito si svuota, quando il voto diventa solo uno strumento di legittimazione di professionisti del consenso, allora il rischio non è il caos. È qualcosa di più subdolo: una nuova forma di dittatura, non imposta con i carri armati, ma costruita con l’applauso.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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