L'argine e l'arena: La Repubblica al bivio del referendum.
Oltre il duello: Se la giustizia diventa un regolamento di conti.
Il silenzio della fiducia: Perché il 23 marzo non è solo un voto tecnico.
Parole come pietre: La fragilità delle istituzioni tra toghe e governo.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nella vita di una Repubblica, in cui il frastuono copre le parole e le parole tradiscono i fatti. È il momento che stiamo vivendo. Un referendum costituzionale — strumento solenne, figlio dell’articolo 138, non un sondaggio d’opinione — si trasforma in un duello televisivo, in una rissa da cortile, in una conta da curva sud. E intanto la sostanza evapora.
Si dice: non è un voto sul governo. Si ripete: qualunque sia l’esito, non ci saranno scossoni. Lo si giura con tono rassicurante, come si tranquillizza un bambino nella notte. Ma se davvero non è un voto sul governo, perché tanta foga? Perché questo accapigliarsi tra toghe e ministri, tra “paramafiosi” evocati e “delegittimazioni” denunciate? Le parole, quando sono pietre, non si possono lanciare fingendo che siano coriandoli.
La magistratura non è un partito. Non dovrebbe esserlo. Il governo non è un tribunale. Non dovrebbe comportarsi come tale. Eppure da mesi assistiamo a una sceneggiatura che confonde i ruoli e intorbida le acque: chi governa parla delle toghe come di un’avversaria politica; chi indossa la toga si sente sotto assedio e reagisce come una corporazione ferita. In mezzo, i cittadini. Che non sanno più se fidarsi.
La fiducia, già. Non il consenso — che è volubile, rumoroso, spesso irrazionale — ma la fiducia. È quella che regge le istituzioni quando le urne si svuotano e i riflettori si spengono. È quella che permette a un giudice di firmare una sentenza e a un ministro di accettarla anche quando brucia. Senza fiducia resta la forza. E la forza, nella storia d’Italia, non è mai stata una buona consigliera.
C’è chi teme la politicizzazione di una parte della magistratura. È un timore legittimo. Le correnti, i personalismi, le carriere intrecciate alla politica hanno fatto danni e meritano critica severa. Ma la critica non può diventare delegittimazione. Perché quando si insinua che il giudice agisca per calcolo, per ideologia o peggio per torbide logiche “paramafiose”, si incrina qualcosa che non si ripara con una conferenza stampa.
E c’è chi, dall’altra parte, evoca “macerie”, “Far West”, perfino scenari di guerra. Parole gravi, che suonano come sirene d’allarme. Anche qui: attenzione. La democrazia non è un cristallo da maneggiare con i guanti bianchi, ma neppure un randello con cui colpirsi a turno. È un equilibrio fragile, fatto di limiti. Limiti al potere politico, limiti al potere giudiziario. Nessuno al di sopra della legge, ma nessuno al di sopra del rispetto.
Il referendum del 22 e 23 marzo non è un plebiscito. Non è un regolamento di conti. Non è una resa dei conti tra Meloni e le toghe, tra Nordio e le opposizioni. È una scelta su una riforma che incide sull’architettura della giustizia. E le architetture si cambiano con rigore, non con gli slogan.
C’è un’Italia silenziosa che non partecipa ai duelli televisivi e non twitta indignazioni. È l’Italia che vuole sapere se, quando varca la soglia di un tribunale, troverà un giudice libero; se, quando vota, eleggerà un governo capace di governare. Non chiede miracoli. Chiede serietà.
Forse è questo che manca: la serietà. La consapevolezza che le istituzioni non sono arene e che ogni parola pronunciata da chi le rappresenta pesa più di un titolo di giornale. La Repubblica non ha bisogno di gladiatori. Ha bisogno di uomini e donne che ricordino una cosa semplice e antica: la legge non è un’arma. È un argine.
E gli argini, quando si rompono, non chiedono per chi voti. Travolgono tutti.
Quando la legge diventa arena: dialoghi italiani sull’orlo della fiducia.
L’Italia, in questi giorni, sembra parlare sottovoce. Non nei palazzi — dove le parole rimbombano — ma nei bar, nelle piazze, nelle stazioni. Parla con frasi brevi, sospese. E soprattutto a Roma, dove ogni disputa assume il tono di un destino.
Milano, in un bar vicino al Palazzo di Giustizia
«Hai sentito? Dicono che è solo un referendum tecnico.»
«Tecnico?» risponde l’altro, con il cappotto ancora addosso. «Qui non c’è niente di tecnico. Qui si parla di fiducia. E la fiducia non la voti con un Sì o con un No.»
Il barista asciuga un bicchiere. «Milano va avanti, comunque. Ma se cominciamo a pensare che le sentenze siano politica, e la politica sia sentenza, allora non sappiamo più dove guardare.»
Fuori, la città corre. Ma corre con un’ombra lunga dietro.
Torino, sotto i portici
Un pensionato scuote il giornale. «Una volta le istituzioni si rispettavano.»
«Si rispettano ancora,» replica una donna con la borsa della spesa. «Ma ora si gridano addosso.»
«E quando si grida troppo,» conclude lui, «è perché si ha paura di non essere ascoltati.»
Torino resta composta, come sempre. Ma sotto i portici il silenzio pesa.
Napoli, davanti al mare
«Qua ognuno difende la sua verità,» dice un uomo seduto sul muretto.
«E tu da che parte stai?»
«Io? Sto dalla parte che non mi faccia sentire straniero davanti a un giudice o davanti a un ministro.»
Il mare non risponde. Fa il suo mestiere antico, come le leggi dovrebbero fare il loro.
Bologna, in una sala affollata
Un ragazzo prende la parola: «Non è un voto sul governo, dicono.»
Una donna più anziana lo guarda. «Forse. Ma ogni volta che si tocca la giustizia, si tocca il cuore della Repubblica.»
«E il cuore,» aggiunge lui, «non si riforma con leggerezza.»
Gli applausi sono cortesi, ma incerti. Come se ciascuno avesse paura di sbagliare tono.
Roma, al crepuscolo
È a Roma che tutto si raccoglie. Qui le parole hanno eco.
In un caffè vicino a Piazza Navona, un magistrato e un tassista parlano senza conoscersi.
«Dicono che siamo politicizzati,» mormora il magistrato, più a sé stesso che all’altro.
Il tassista lo guarda dallo specchietto della coscienza: «Io non so niente di correnti. So solo che quando entro in tribunale voglio sentirmi uguale a chiunque altro.»
«È quello che vogliamo anche noi.»
«Allora parlate meno e fate di più,» conclude il tassista. «Perché a Roma le parole diventano subito sospetto.»
Poco più in là, una studentessa legge ad alta voce un passaggio della Costituzione. Un amico la interrompe: «Ma secondo te, davvero rischiamo qualcosa?»
Lei chiude il libro. «Rischiamo sempre qualcosa quando smettiamo di fidarci. Non della legge. Delle persone che la incarnano.»
Sul Lungotevere, un anziano osserva il fiume. «La Repubblica è come il Tevere,» dice a un nipote distratto. «A volte sembra torbido. Ma deve continuare a scorrere. Se si ferma, marcisce.»
C’è, in questa Italia divisa, una stanchezza antica. Non è rabbia. È timore di vedere le istituzioni diventare fazioni.
La politica accusa. La magistratura si difende. L’opposizione punge. Il governo rassicura. E intanto il cittadino aspetta, come in una sala d’attesa senza orologio.
Forse il punto non è chi vincerà il referendum. È se, il giorno dopo, ci guarderemo ancora come parte della stessa comunità.
Perché le riforme passano. I governi cambiano. I magistrati vanno in pensione.
Ma la fiducia, quando si incrina, non fa rumore. Si ritira in silenzio.
E a Roma, più che altrove, il silenzio delle istituzioni è ciò che spaventa di più.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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