Sanità in affitto, dignità in saldo: la Calabria sospesa tra L’Avana e Washington.
L'Editoriale di Luigi Palamara
La Calabria non è una colonia. Non è un protettorato. Non è un laboratorio geopolitico dove si sperimentano equilibri tra Washington e L’Avana mentre nei pronto soccorso manca perfino l’aria.
Il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, annuncia con tono rassicurante: sì all’aiuto americano, ma i medici cubani restano. E lo dice mentre si prepara a incontrare Mike Hammer, emissario statunitense, mandato – si dice – a sondare, capire, forse persuadere. Sullo sfondo, le presunte pressioni di Donald Trump, che tornerebbero a soffiare su questa storia di camici bianchi caraibici trapiantati in terra bruzia.
Sembra un romanzo sudamericano. Invece è la sanità calabrese.
Cinque anni di gestione diretta della Sanità. Cinque anni di poteri straordinari. Cinque anni per dimostrare che la Calabria poteva rialzarsi con le proprie forze. E cosa scopriamo? Che per tenere aperti gli ospedali bisogna attendere l’esito di un dialogo tra ambasciate. Che per salvare i pronto soccorso si negozia tra Washington e L’Avana. Che per arrivare a mille medici si è pronti ad accogliere “chiunque”.
Chiunque.
Ma il punto non è se i medici siano cubani, americani o marziani. Il punto è un altro: dov’è il metodo? Dov’è la programmazione? Dov’è il piano strutturale per formare, attrarre, trattenere medici italiani – calabresi – nei nostri ospedali?
Si governa con una strategia, non con la supplenza permanente.
I medici cubani sono stati – ed è onesto dirlo – una toppa necessaria. Hanno garantito turni, hanno evitato chiusure, hanno retto reparti allo stremo. Ma una toppa non è un vestito. È un’emergenza che diventa sistema. È l’improvvisazione che si traveste da soluzione.
E qui la responsabilità è politica. Totalmente politica.
Noi paghiamo un presidente e una schiera di consulenti profumatamente remunerati non per registrare fallimenti, ma per prevenirli. Non per accettare soluzioni che arrivano da fuori, ma per costruirne da dentro. Non per dire “se gli Stati Uniti ci aiutano, bene”, ma per spiegare perché la Calabria, dopo cinque anni, ha ancora bisogno di essere salvata.
La democrazia non è un atto notarile. Non è un timbro sulla carta. È consenso vivo, è fiducia che si rinnova ogni giorno. Rifugiarsi nel “mi hanno votato” è la difesa di chi confonde la legittimità formale con la rappresentanza sostanziale. Una minoranza può vincere le elezioni. Ma governare significa convincere anche chi non ti ha scelto. E oggi, nella sanità, la convinzione non c’è.
C’è stanchezza. C’è umiliazione. C’è la sensazione che la Calabria sia sempre costretta a chiedere permesso a qualcun altro per sopravvivere.
Un presidente dovrebbe avere una visione. Dovrebbe dire: tra cinque anni la sanità calabrese non avrà bisogno di medici in affitto. Avrà concorsi rapidi, carriere attrattive, ospedali moderni, università collegate ai territori, incentivi veri per chi resta. Questo sarebbe un metodo.
Invece assistiamo a dichiarazioni diplomatiche, a incontri annunciati, a equilibri internazionali gestiti come se fossero la soluzione del problema. Non lo sono. Sono la fotografia di una fragilità.
La Calabria non può vivere di proroghe. Non può vivere di deroghe. Non può vivere di “nel frattempo”.
Serve un cambio di passo. Un cambio di mentalità. Un cambio di classe dirigente, se necessario. Perché la dignità di una regione non si misura dalla capacità di accogliere aiuti esterni, ma dalla forza di non averne bisogno.
E se dopo cinque anni siamo ancora qui a discutere di quanti medici stranieri ci servono per tenere aperti gli ospedali, allora la domanda non è se resteranno i cubani o arriveranno gli americani.
La domanda è: chi governa davvero la sanità calabrese? E con quale progetto?
Finché non avremo una risposta chiara, continueremo a chiamare “emergenza” ciò che è diventato sistema. E a pagare, sempre noi, il prezzo dell’improvvisazione.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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