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San Roberto, la politica che torna servizio: giovani, memoria e dignità contro l’abitudine al potere

San Roberto, la politica che torna servizio: giovani, memoria e dignità contro l’abitudine al potere
La politica che ricomincia dalla dignità
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Esiste un momento, nei piccoli paesi, in cui la politica smette di essere un mestiere e torna a essere una faccenda umana. È successo a San Roberto il 21 febbraio 2026. Non per un comizio roboante. Non per una promessa elettorale. Ma per una parola che oggi sembra antiquata: dignità.

In quell’aula non si è discusso di poltrone. Si è parlato di dovere.

Pasquale Porpiglia ha ricordato che la politica è “arte nobile”. Parola rischiosa, nobile. Oggi suona quasi ironica. Ma lui l’ha pronunciata senza tremare. Ha parlato del padre aspromontano che insegnava che ognuno deve contribuire per quello che sa e per quello che può. Ha evocato John Fitzgerald Kennedy e la famosa frase sul non chiedere cosa lo Stato può fare per te, ma cosa tu puoi fare per lo Stato. E ha avuto l’onestà di aggiungere un dettaglio che spesso si dimentica: lo Stato deve meritarsi il nostro contributo.

È qui la differenza tra retorica e coscienza civile.

Poi ha raccontato del professore canadese che parlava non solo di diritto ma di dovere di fare politica. Non tutti sono obbligati. Ma chi ha ricevuto istruzione, opportunità, sostegno pubblico, ha un debito morale. Restituire. Restituire alla collettività ciò che si è ricevuto.

È un’idea antica. Ed è rivoluzionaria.

Franco Barillà ha portato la memoria. Quarant’anni fa, quattro amici provarono a cambiare San Roberto. Non ci riuscirono del tutto. Ma provarono. E ricordare il tentativo è già un atto politico. Ha parlato delle assemblee pubbliche, della partecipazione, di un’epoca in cui si faceva politica per servizio e non per curriculum.

C’è una frase che resta: “Non siamo contro chi c’era prima, ma serve una ventata di novità”.
Non è un atto d’accusa. È una richiesta di ossigeno.

Antonino Micari, sindaco in carica, ha detto una cosa che pochi amministratori hanno il coraggio di dire: più liste ci sono, meglio è. Più confronto, più libertà. Ha parlato di dignità, di minoranza fatta con rispetto, di libertà come valore supremo.

In un tempo in cui si governa spesso per chiudere spazi, sentire un sindaco dire “la libertà è per tutti” non è poco.

Ha ricordato anche che la politica è servizio. Non è lavoro. Non è carriera. Non è rendita.

È servizio.

Pasquale Laganà ha riportato l’attenzione sul cuore vero della politica: i piccoli centri. Lì dove ci si guarda negli occhi. Lì dove non ci sono uffici stampa a filtrare le parole. Ha ricordato che un tempo le liste si facevano in stanze chiuse. Poi arrivarono le assemblee pubbliche. Trasparenza. Confronto. Dibattito.

È questo che è riemerso a San Roberto: la politica come confronto pubblico, non come trattativa privata.

Si è parlato di rinnovamento. E qualcuno ha giustamente precisato che rinnovare non significa rinnegare. Significa alternanza. Significa evitare che il potere diventi abitudine. Persino negli Stati Uniti il presidente non può superare due mandati. Non per sfiducia. Per equilibrio.

La democrazia vive di alternanza. Quando si spegne l’alternanza, si accende la stagnazione.

E poi c’è la parola che ha attraversato tutti gli interventi: dignità.

Dignità di chi si candida.
Dignità di chi perde.
Dignità di chi governa.
Dignità di chi fa minoranza senza fare guerra personale.

Un uomo che perde la dignità, è stato detto, non merita il terreno su cui cammina. È una frase aspra. Ma vera.

In quella sala non c’era la politica urlata dei talk show. C’era la politica raccontata. C’erano padri, maestri, ricordi, sconfitte, speranze. C’era la consapevolezza che un paese si cambia solo se qualcuno ha il coraggio di esporsi.

E questo è il punto centrale.

In Italia si dice spesso che i giovani non partecipano. Che non si impegnano. Che criticano soltanto. A San Roberto, invece, dei giovani hanno deciso di metterci la faccia. E degli adulti hanno deciso di sostenerli, anche con emozione.

Non è una rivoluzione.
È qualcosa di più raro: un passaggio di testimone.

La politica, quando è vera, non divide in fazioni irreconciliabili. Divide in idee. E le idee si confrontano. Senza odio. Senza sospetto permanente.

San Roberto non è Roma. Non è Milano. Non è una metropoli. Ma forse proprio per questo può ricordarci cos’è la politica quando torna alla sua essenza: servizio, confronto, libertà, alternanza, dignità.

Se quei giovani vinceranno o perderanno lo diranno le urne.
Ma una cosa l’hanno già ottenuta: hanno riaperto la discussione pubblica.

E in un Paese dove troppo spesso si governa per inerzia e si vota per abitudine, riaprire la discussione è già un atto di coraggio.

La politica, quella vera, ricomincia sempre così.
Da una sala piena.
Da una parola detta con convinzione.
Da qualcuno che decide di non restare spettatore.

E da una comunità che, almeno per una sera, torna a credere che la speranza non sia una parola fuori moda.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara

San Roberto, la politica che torna servizio: giovani, memoria e dignità contro l’abitudine al potere La politica che ricomincia dalla dignità L'Editoriale di Luigi Palamara Esiste un momento, nei piccoli paesi, in cui la politica smette di essere un mestiere e torna a essere una faccenda umana. È successo a San Roberto il 21 febbraio 2026. Non per un comizio roboante. Non per una promessa elettorale. Ma per una parola che oggi sembra antiquata: dignità. In quell’aula non si è discusso di poltrone. Si è parlato di dovere. Pasquale Porpiglia ha ricordato che la politica è “arte nobile”. Parola rischiosa, nobile. Oggi suona quasi ironica. Ma lui l’ha pronunciata senza tremare. Ha parlato del padre aspromontano che insegnava che ognuno deve contribuire per quello che sa e per quello che può. Ha evocato John Fitzgerald Kennedy e la famosa frase sul non chiedere cosa lo Stato può fare per te, ma cosa tu puoi fare per lo Stato. E ha avuto l’onestà di aggiungere un dettaglio che spesso si dimentica: lo Stato deve meritarsi il nostro contributo. È qui la differenza tra retorica e coscienza civile. Poi ha raccontato del professore canadese che parlava non solo di diritto ma di dovere di fare politica. Non tutti sono obbligati. Ma chi ha ricevuto istruzione, opportunità, sostegno pubblico, ha un debito morale. Restituire. Restituire alla collettività ciò che si è ricevuto. È un’idea antica. Ed è rivoluzionaria. Franco Barillà ha portato la memoria. Quarant’anni fa, quattro amici provarono a cambiare San Roberto. Non ci riuscirono del tutto. Ma provarono. E ricordare il tentativo è già un atto politico. Ha parlato delle assemblee pubbliche, della partecipazione, di un’epoca in cui si faceva politica per servizio e non per curriculum. C’è una frase che resta: “Non siamo contro chi c’era prima, ma serve una ventata di novità”. Non è un atto d’accusa. È una richiesta di ossigeno. Antonino Micari, sindaco in carica, ha detto una cosa che pochi amministratori hanno il coraggio di dire: più liste ci sono, meglio è. Più confronto, più libertà. Ha parlato di dignità, di minoranza fatta con rispetto, di libertà come valore supremo. In un tempo in cui si governa spesso per chiudere spazi, sentire un sindaco dire “la libertà è per tutti” non è poco. Ha ricordato anche che la politica è servizio. Non è lavoro. Non è carriera. Non è rendita. È servizio. Pasquale Laganà ha riportato l’attenzione sul cuore vero della politica: i piccoli centri. Lì dove ci si guarda negli occhi. Lì dove non ci sono uffici stampa a filtrare le parole. Ha ricordato che un tempo le liste si facevano in stanze chiuse. Poi arrivarono le assemblee pubbliche. Trasparenza. Confronto. Dibattito. È questo che è riemerso a San Roberto: la politica come confronto pubblico, non come trattativa privata. Si è parlato di rinnovamento. E qualcuno ha giustamente precisato che rinnovare non significa rinnegare. Significa alternanza. Significa evitare che il potere diventi abitudine. Persino negli Stati Uniti il presidente non può superare due mandati. Non per sfiducia. Per equilibrio. La democrazia vive di alternanza. Quando si spegne l’alternanza, si accende la stagnazione. E poi c’è la parola che ha attraversato tutti gli interventi: dignità. Dignità di chi si candida. Dignità di chi perde. Dignità di chi governa. Dignità di chi fa minoranza senza fare guerra personale. Un uomo che perde la dignità, è stato detto, non merita il terreno su cui cammina. È una frase aspra. Ma vera. In quella sala non c’era la politica urlata dei talk show. C’era la politica raccontata. C’erano padri, maestri, ricordi, sconfitte, speranze. C’era la consapevolezza che un paese si cambia solo se qualcuno ha il coraggio di esporsi. E questo è il punto centrale. In Italia si dice spesso che i giovani non partecipano. Che non si impegnano. Che criticano soltanto. A San Roberto, invece, dei giovani hanno deciso di metterci la faccia. E degli adulti hanno deciso di sostenerli, anche con emozi

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

San Roberto, sei voci e una stessa domanda: cosa vuol dire amministrare oggi un paese. L'Editoriale di Luigi Palamara Nei grandi centri la politica si misura in percentuali. Nei piccoli paesi si misura in responsabilità: perché chi governa domani incontra l’elettore al bar, alla posta, al funerale. Il 21 febbraio, nel salone parrocchiale “Domenico Calarco”, a San Roberto non è andata in scena la presentazione di una lista — IdeeAli — ma qualcosa di più interessante: sei visioni diverse dello stesso mestiere, amministrare. La sala piena non è folklore. È la prova che, quando la politica torna a parlare la lingua quotidiana, la gente torna ad ascoltare. Gli interventi dei candidati non erano slogan: erano un manifesto diviso in sei capitoli. 1. Salvatore Penna: ricostruire la fiducia prima ancora delle strade Penna parte da una diagnosi precisa: la crisi non è amministrativa, è emotiva. La gente non vota perché non si sente più parte. Quando parla di mettere il “noi” davanti all’“io”, non è retorica comunitaria: è un modello di amministrazione. Vuol dire spostare l’asse del Comune — da ente che decide a comunità che coopera. Le sue proposte sono coerenti con questa idea: Protezione civile: non solo emergenze, ma educazione civica permanente; turismo identitario: non attrazione di massa, ma riconoscimento di sé; politiche giovanili: non eventi, ma partecipazione. Il riferimento a Gramsci — ottimismo della volontà — chiarisce la linea: il cambiamento non nasce dall’entusiasmo ma dalla perseveranza. In sostanza Penna non propone opere, propone clima civico. E nei piccoli comuni il clima civico vale più del bilancio. 2. Giuseppe Porpiglia: il Comune come macchina organizzata Se Penna lavora sulla fiducia, Porpiglia lavora sull’apparato. Il suo intervento è il più tecnico e, proprio per questo, il più politico. Trasparenza, comunicazione digitale, urbanistica aggiornata, bandi seguiti da professionisti: è la trasformazione del Comune da improvvisazione a metodo. La sua idea è chiara: i paesi non muoiono perché mancano i soldi, muoiono perché mancano progetti pronti quando i soldi arrivano. La citazione di Sant’Agostino — indignazione e coraggio — qui cambia senso: prima capire dove l’amministrazione non funziona, poi avere il coraggio di cambiare le abitudini burocratiche. È la politica vista come gestione competente, non come volontarismo. 3. Annunziata Porpiglia: la comunità come ambiente educativo Il suo intervento sposta la politica sul terreno più delicato: culturale. Non parla di opere pubbliche ma di relazioni. Partire dal paese e restarne legati significa una cosa sola: identità. Quando dice che la famiglia deve essere cura e non controllo, introduce un tema amministrativo senza nominarlo: la qualità sociale del territorio. Un comune che educa è un comune che trattiene. La sua idea è che la rinascita non dipenda solo dal lavoro, ma dal clima umano: sicurezza domestica, rispetto, libertà personale. In un piccolo centro questo equivale a prevenzione del disagio, inclusione, politiche sociali vere. Non propone servizi: propone una cultura pubblica. 4. Pasquale Furfari: i diritti non negoziabili Furfari entra nel cuore dello Stato sociale locale. Dice che l’inclusione non è assistenza: è partecipazione. La differenza è enorme. L’assistenza calma i problemi, la partecipazione li elimina. Il suo programma è implicito: collaborazione con associazioni e terzo settore sostegno a fragilità economiche e personali attenzione agli anziani e ai giovani senza prospettive La sua è la visione del Comune come rete di protezione. Non carità pubblica, ma cittadinanza attiva. È la parte del manifesto che riguarda la dignità quotidiana. 5. Antonio Maria Verrengia: innovazione come democrazia Parla di tecnologia ma non è tecnologia. Quando descrive servizi digitali, comunicazione diretta e riduzione degli sprechi, sta ridefinendo il rapporto amministrazione-cittadino: meno distanza, meno sospetto. In molti paesi il problema non è la mancanza di decisioni, ma la loro opacità. La digitalizzazione, n

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@luigi.palamara

Gli Interventi dei 6 candidati. San Roberto, sei voci e una stessa domanda: cosa vuol dire amministrare oggi un paese. L'Editoriale di Luigi Palamara Nei grandi centri la politica si misura in percentuali. Nei piccoli paesi si misura in responsabilità: perché chi governa domani incontra l’elettore al bar, alla posta, al funerale. Il 21 febbraio, nel salone parrocchiale “Domenico Calarco”, a San Roberto non è andata in scena la presentazione di una lista — IdeeAli — ma qualcosa di più interessante: sei visioni diverse dello stesso mestiere, amministrare. La sala piena non è folklore. È la prova che, quando la politica torna a parlare la lingua quotidiana, la gente torna ad ascoltare. Gli interventi dei candidati non erano slogan: erano un manifesto diviso in sei capitoli. 1. Salvatore Penna: ricostruire la fiducia prima ancora delle strade Penna parte da una diagnosi precisa: la crisi non è amministrativa, è emotiva. La gente non vota perché non si sente più parte. Quando parla di mettere il “noi” davanti all’“io”, non è retorica comunitaria: è un modello di amministrazione. Vuol dire spostare l’asse del Comune — da ente che decide a comunità che coopera. Le sue proposte sono coerenti con questa idea: Protezione civile: non solo emergenze, ma educazione civica permanente; turismo identitario: non attrazione di massa, ma riconoscimento di sé; politiche giovanili: non eventi, ma partecipazione. Il riferimento a Gramsci — ottimismo della volontà — chiarisce la linea: il cambiamento non nasce dall’entusiasmo ma dalla perseveranza. In sostanza Penna non propone opere, propone clima civico. E nei piccoli comuni il clima civico vale più del bilancio. 2. Giuseppe Porpiglia: il Comune come macchina organizzata Se Penna lavora sulla fiducia, Porpiglia lavora sull’apparato. Il suo intervento è il più tecnico e, proprio per questo, il più politico. Trasparenza, comunicazione digitale, urbanistica aggiornata, bandi seguiti da professionisti: è la trasformazione del Comune da improvvisazione a metodo. La sua idea è chiara: i paesi non muoiono perché mancano i soldi, muoiono perché mancano progetti pronti quando i soldi arrivano. La citazione di Sant’Agostino — indignazione e coraggio — qui cambia senso: prima capire dove l’amministrazione non funziona, poi avere il coraggio di cambiare le abitudini burocratiche. È la politica vista come gestione competente, non come volontarismo. 3. Annunziata Porpiglia: la comunità come ambiente educativo Il suo intervento sposta la politica sul terreno più delicato: culturale. Non parla di opere pubbliche ma di relazioni. Partire dal paese e restarne legati significa una cosa sola: identità. Quando dice che la famiglia deve essere cura e non controllo, introduce un tema amministrativo senza nominarlo: la qualità sociale del territorio. Un comune che educa è un comune che trattiene. La sua idea è che la rinascita non dipenda solo dal lavoro, ma dal clima umano: sicurezza domestica, rispetto, libertà personale. In un piccolo centro questo equivale a prevenzione del disagio, inclusione, politiche sociali vere. Non propone servizi: propone una cultura pubblica. 4. Pasquale Furfari: i diritti non negoziabili Furfari entra nel cuore dello Stato sociale locale. Dice che l’inclusione non è assistenza: è partecipazione. La differenza è enorme. L’assistenza calma i problemi, la partecipazione li elimina. Il suo programma è implicito: collaborazione con associazioni e terzo settore sostegno a fragilità economiche e personali attenzione agli anziani e ai giovani senza prospettive La sua è la visione del Comune come rete di protezione. Non carità pubblica, ma cittadinanza attiva. È la parte del manifesto che riguarda la dignità quotidiana. 5. Antonio Maria Verrengia: innovazione come democrazia Parla di tecnologia ma non è tecnologia. Quando descrive servizi digitali, comunicazione diretta e riduzione degli sprechi, sta ridefinendo il rapporto amministrazione-cittadino: meno distanza, meno sospetto. In molti paesi il problema non è la mancanza di decisioni, ma la lor

♬ audio originale - Luigi Palamara
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Gli Interventi dei cittadini e del sindaco Antonino Micari San Roberto, sei voci e una stessa domanda: cosa vuol dire amministrare oggi un paese. L'Editoriale di Luigi Palamara Nei grandi centri la politica si misura in percentuali. Nei piccoli paesi si misura in responsabilità: perché chi governa domani incontra l’elettore al bar, alla posta, al funerale. Il 21 febbraio, nel salone parrocchiale “Domenico Calarco”, a San Roberto non è andata in scena la presentazione di una lista — IdeeAli — ma qualcosa di più interessante: sei visioni diverse dello stesso mestiere, amministrare. La sala piena non è folklore. È la prova che, quando la politica torna a parlare la lingua quotidiana, la gente torna ad ascoltare. Gli interventi dei candidati non erano slogan: erano un manifesto diviso in sei capitoli. 1. Salvatore Penna: ricostruire la fiducia prima ancora delle strade Penna parte da una diagnosi precisa: la crisi non è amministrativa, è emotiva. La gente non vota perché non si sente più parte. Quando parla di mettere il “noi” davanti all’“io”, non è retorica comunitaria: è un modello di amministrazione. Vuol dire spostare l’asse del Comune — da ente che decide a comunità che coopera. Le sue proposte sono coerenti con questa idea: Protezione civile: non solo emergenze, ma educazione civica permanente; turismo identitario: non attrazione di massa, ma riconoscimento di sé; politiche giovanili: non eventi, ma partecipazione. Il riferimento a Gramsci — ottimismo della volontà — chiarisce la linea: il cambiamento non nasce dall’entusiasmo ma dalla perseveranza. In sostanza Penna non propone opere, propone clima civico. E nei piccoli comuni il clima civico vale più del bilancio. 2. Giuseppe Porpiglia: il Comune come macchina organizzata Se Penna lavora sulla fiducia, Porpiglia lavora sull’apparato. Il suo intervento è il più tecnico e, proprio per questo, il più politico. Trasparenza, comunicazione digitale, urbanistica aggiornata, bandi seguiti da professionisti: è la trasformazione del Comune da improvvisazione a metodo. La sua idea è chiara: i paesi non muoiono perché mancano i soldi, muoiono perché mancano progetti pronti quando i soldi arrivano. La citazione di Sant’Agostino — indignazione e coraggio — qui cambia senso: prima capire dove l’amministrazione non funziona, poi avere il coraggio di cambiare le abitudini burocratiche. È la politica vista come gestione competente, non come volontarismo. 3. Annunziata Porpiglia: la comunità come ambiente educativo Il suo intervento sposta la politica sul terreno più delicato: culturale. Non parla di opere pubbliche ma di relazioni. Partire dal paese e restarne legati significa una cosa sola: identità. Quando dice che la famiglia deve essere cura e non controllo, introduce un tema amministrativo senza nominarlo: la qualità sociale del territorio. Un comune che educa è un comune che trattiene. La sua idea è che la rinascita non dipenda solo dal lavoro, ma dal clima umano: sicurezza domestica, rispetto, libertà personale. In un piccolo centro questo equivale a prevenzione del disagio, inclusione, politiche sociali vere. Non propone servizi: propone una cultura pubblica. 4. Pasquale Furfari: i diritti non negoziabili Furfari entra nel cuore dello Stato sociale locale. Dice che l’inclusione non è assistenza: è partecipazione. La differenza è enorme. L’assistenza calma i problemi, la partecipazione li elimina. Il suo programma è implicito: collaborazione con associazioni e terzo settore sostegno a fragilità economiche e personali attenzione agli anziani e ai giovani senza prospettive La sua è la visione del Comune come rete di protezione. Non carità pubblica, ma cittadinanza attiva. È la parte del manifesto che riguarda la dignità quotidiana. 5. Antonio Maria Verrengia: innovazione come democrazia Parla di tecnologia ma non è tecnologia. ........

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