@luigi.palamara Le Idi di marzo sullo Stretto. Primarie 2026, l’ombra di Falcomatà e il rebus della “Continuità”. Tripodi tifa lavoro, Battaglia scalda i motori: sarà vera gloria? L'Editoriale di Luigi Palamara A Reggio Calabria hanno scelto le Idi di marzo. Non è solo una data. È una citazione. E le citazioni, in politica, sono pericolose: evocano Cesare ma non garantiscono statisti; promettono congiure ma spesso producono soltanto correnti di partito. Il centrosinistra va a primarie. I nomi sono quelli noti: Mimmo Battaglia, Massimo Canale, forse Giovanni Muraca. Nulla di epico. Nulla di tragico. Solo la liturgia democratica che, in Italia, celebriamo con la stessa solennità con cui apriamo una sagra: tavoli, firme, gazebo, sorrisi di circostanza. E molta retorica. L’assessore Alex Tripodi, interrogato sul suo endorsement, risponde con una parola che oggi vale più di mille dichiarazioni: “lavoro”. È una risposta intelligente. L’endorsement divide; il lavoro, almeno in teoria, unisce. E Tripodi rivendica una consuetudine amministrativa con il sindaco facente funzioni, Mimmo Battaglia: gomito a gomito, giorno dopo giorno, dentro quella continuità che da undici anni porta il nome di Falcomatà. La parola chiave è “continuità”. È una parola rassicurante, ma anche insidiosa. Continuità può voler dire stabilità. Oppure abitudine. Può significare perseveranza. O immobilismo. Dipende da ciò che si continua: un progetto o una gestione. Tripodi parla di credibilità, di autorevolezza, di equilibrio. Sono virtù rare, e proprio per questo inflazionate nei discorsi pubblici. Ogni candidato è credibile fino alla prova dei fatti. Ogni leader è autorevole finché non incontra il primo consiglio comunale turbolento. Ogni equilibrio regge fino alla prima crepa. Le primarie – dice l’assessore – servono. Servono al confronto sui temi, non alle guerre personali. È vero. Le primarie sono uno strumento, non una soluzione. Possono essere una palestra democratica o un regolamento di conti. Dipende dal livello della classe dirigente e dalla maturità degli elettori. E Reggio Calabria, città ferita e orgogliosa, non ha bisogno di duelli interni: ha bisogno di visione. La visione. Ecco la parola che manca quasi sempre. Non bastano quattro punti scritti in fretta sui social, né programmi che sembrano elenchi della spesa. Governare non è promettere. È scegliere. E scegliere significa scontentare qualcuno. La politica che vuole piacere a tutti finisce per non servire nessuno. Le Idi di marzo, allora, siano almeno un promemoria. A Roma Cesare cadde perché aveva concentrato troppo potere e sottovalutato i malumori. A Reggio nessuno rischia la toga insanguinata, ma il rischio dell’autoreferenzialità è sempre dietro l’angolo. Le primarie non sono un rito salvifico: sono un banco di prova. Dopo, verrà il centrodestra con il suo candidato. E la campagna elettorale entrerà nel vivo. Si alzeranno i toni, si moltiplicheranno le promesse, si affolleranno le piazze virtuali. Ma la domanda resterà una sola, semplice e severa: chi ha davvero un’idea di città? Non un’idea generica. Non un sogno vago. Un’idea concreta, misurabile, capace di dire dove sarà Reggio tra cinque anni. Il resto è rumore. E Reggio Calabria, di rumore, ne ha già abbastanza. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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