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Referendum Giustizia: Il rischio di un processo a Gratteri

Referendum Giustizia: Il rischio di un processo a Gratteri
L’Editoriale di Luigi Palamara

Ci sono uomini che diventano simboli. E nei paesi del Sud, dove la memoria è lunga e la diffidenza ancora di più, il simbolo è una croce che si porta sulle spalle. Non appartiene più all’uomo, ma alla piazza, alle paure, alle speranze.

Nicola Gratteri è stato per decenni questo: un nome pronunciato sottovoce nelle case e a voce alta nei tribunali. Il volto della lotta alla ‘ndrangheta, l’uomo che vive sotto scorta da trentacinque anni. In Calabria prima, a Napoli oggi. Metterlo in dubbio sembrava un gesto sconveniente, quasi un tradimento.

Poi è arrivato il referendum sulla giustizia. E con esso la parola — che in Italia è più tagliente del piombo.

La sera di Piazza Pulita.
Il 12 febbraio 2026, in una sera che sapeva di pioggia e di attesa, Corrado Formigli lo ha invitato nel suo studio. Luci fredde, pubblico silenzioso, telecamere come occhi spalancati.

«Procuratore, chi voterà Sì?» chiede Formigli, con quella calma che precede le tempeste.

Gratteri non si sottrae. «Voteranno Sì anche ambienti a cui conviene una giustizia più debole. Centri di potere deviati, aree colluse, interessi opachi. Ma voteranno Sì anche persone perbene, cittadini onesti che credono nella riforma.»

Le parole sono intere, ma il mattino dopo ne restano metà.

«Avete sentito? Ha detto che i Sì sono mafiosi», mormora qualcuno nei corridoi della politica.
«No, non ha detto questo», ribatte un collega in redazione.
«Non importa cosa ha detto. Importa cosa si può far credere che abbia detto.»

In Italia la sintesi è un’arte violenta. Taglia, semplifica, condanna.

Chi difende Gratteri parla di strumentalizzazione. E non senza ragione. Un uomo che vive blindato, che ha firmato centinaia di arresti contro la ‘ndrangheta, non può essere trattato come un provocatore da talk show.

«Io racconto la realtà», dice il Procuratore. «Non faccio politica.»

Ma la realtà, quando entra in televisione, cambia natura. Diventa racconto, e il racconto diventa arma.

Un vecchio magistrato, in un corridoio silenzioso, osserva: «Nicola ha il torto dei giusti: parla come se fosse ancora in aula. Ma qui siamo nell’arena.»

Ed è qui il nodo. Un Procuratore della Repubblica non è un editorialista. Le sue parole hanno un peso diverso. Ogni aggettivo, pronunciato da chi esercita l’azione penale, si carica di un’ombra ulteriore.

Leggere superficialmente è scorretto. Leggere con malizia è pericoloso. Ma parlare senza calcolare l’eco può essere imprudente.

Da una parte il Governo, che ha fatto della separazione delle carriere una bandiera, con il ministro Carlo Nordio in prima linea.

«È una riforma di civiltà», insiste il Ministro.
«È un rischio per l’efficacia delle indagini», replica Gratteri.

In mezzo, il referendum.

Il rischio è che il voto non sia più sulla norma ma sull’uomo. Che il “Sì” e il “No” diventino giudizi morali. Che il cittadino non scelga una riforma, ma prenda posizione su un volto.

L’apertura di un fascicolo al Consiglio Superiore della Magistratura è il segno di un’inquietudine interna. Non tanto per ciò che si pensa, ma per come lo si dice. Il confine tra diritto di parola e pressione morale è sottile come carta velina.

C’è chi sussurra: «Gratteri cerca lo scontro.»
E chi risponde: «Gratteri cerca solo la verità.»

La verità, però, in un Paese stanco e diffidente, è sempre sospetta.

Gratteri non è un politico. Non ha un partito, non chiede voti. Ha una carriera spesa contro la criminalità organizzata. Ma proprio perché è simbolo, ogni sua parola supera l’intenzione. Diventa segnale, ammonimento, talvolta minaccia percepita.

La democrazia non vive di intoccabili. Vive di equilibri.

La toga è autorevole quando parla con la legge. Diventa controversa quando entra nell’arena. Anche se lo fa in nome della legalità.

Un vecchio contadino dell’Aspromonte, davanti al bar del paese, ascolta la discussione in televisione e scuote la testa:
«Qua non è questione di Sì o di No. È che ognuno vuole avere ragione. E quando ognuno vuole avere ragione, la giustizia si perde per strada.»

Forse è questa la lezione più semplice e più difficile.

Se continueremo a trasformare ogni parola in un processo, ogni intervista in un capo d’imputazione, perderemo tutti. Il “Sì”, il “No”, la magistratura, la politica.

Perché quando la verità diventa clava — da una parte o dall’altra — resta solo il rumore.

E il rumore, nelle terre dove l’ombra è antica, è sempre stato il miglior alleato di chi non vuole essere visto.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

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