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Referendum sulla Giustizia. Marina, il cognome e la riforma: l’ultima battaglia liberale dei Berlusconi

Referendum sulla Giustizia.
Marina, il cognome e la riforma: l’ultima battaglia liberale dei Berlusconi
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Un cognome che in Italia non è mai soltanto un cognome. È una frontiera. Una trincea. Un alibi. E quando quel cognome è Berlusconi, l’aria si fa elettrica anche se a parlare è la figlia, non il padre.

Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Marina Berlusconi non si limita a dichiarare un voto. Prova a riscrivere una postura. E lo fa con una calma che ha qualcosa di studiato e qualcosa di ereditato.

Voterò Sì, dice. Non per il mio cognome. Non per spirito di parte. Ma perché è la cosa giusta.

Perché in Italia il problema non è mai il voto. È la memoria. E la memoria è un animale che non si lascia addomesticare con una frase ben costruita.

La separazione delle carriere come atto liberale. Il “giogo” che soffoca i magistrati. Il “vergognoso mercato delle nomine”. Parole pesanti. Parole che evocano un bazar più che un palazzo di giustizia. E quando si parla di giustizia, in casa Berlusconi, non si parla mai soltanto in teoria.

Ma attenzione: Marina non cerca la vendetta. Non brandisce il passato come una clava. Dice: non è rivalsa. È sistema. Non è mio padre. È il meccanismo delle correnti nel CSM.

È un’operazione chirurgica: spostare il discorso dall’uomo al principio. Dalla biografia alla struttura. Dal dramma personale alla riforma liberale.

E qui si sente l’eco del padre, sì — Silvio Berlusconi — ma senza la sua teatralità. Niente barzellette, niente assalti. Solo lessico istituzionale. È una differenza che pesa.

Poi c’è la politica. Quella vera. Quella che si finge di non fare mentre la si fa.

Dice di essere solo un’imprenditrice. Di occuparsi di Fininvest e di Mondadori. Di lasciare il destino di Forza Italia a Forza Italia. E intanto ringrazia Antonio Tajani, ne legittima la leadership, gli assegna il compito di “costruire il futuro”.

Non sono parole da elettrice qualsiasi. Sono parole da azionista morale.

E quando liquida Roberto Vannacci come “non una gran perdita”, non sta parlando solo di un uomo. Sta tracciando un confine. Sta dicendo che l’estremismo è un peso morto. Che il centrodestra deve scegliere tra percentuali e identità.

Questo è il punto più interessante. Perché non è una frase difensiva. È una frase selettiva. Chi vuole stare, stia. Ma a certe condizioni.

E poi arriva l’America. E qui la voce si fa più aspra.

Su Donald Trump non usa mezze parole: legge del più forte, prevaricazione, affarismo. Smantellamento dei contrappesi. Violenza contro il dissenso. Sponsor tra i colossi Big Tech.

È un giudizio che molti nel centrodestra sussurrano. Lei lo dice.

E aggiunge qualcosa che pesa più della critica: “Prima schierarsi con gli Stati Uniti significava stare dalla parte giusta della storia. Oggi non ci sono più certezze.”

Questa frase è la vera rottura. Non con Trump soltanto, ma con un riflesso automatico dell’Occidente italiano. È il riconoscimento che l’alleanza non è più un dogma ma un problema.

Qui la pagina prende fuoco. Ma dov’eravate quando il potere diventava spettacolo? Quando la libertà diventava slogan? Quando l’uomo forte faceva audience?

E tuttavia Marina non parla da barricata. Parla da consiglio d’amministrazione. Invoca riforme. Identità. Europa più unita. Meno unanimità, più integrazione. Perfino a costo di cedere sovranità.

È un linguaggio che non scalda le piazze ma rassicura i mercati.

E allora cos’è questa intervista?

È un passaggio di testimone? No. È una messa in sicurezza.

Marina Berlusconi non chiede il palco. Non cerca il partito. Ma delimita il campo. Difende la riforma della giustizia come bandiera liberale. Respinge gli estremismi. Legittima Tajani. Incorona Giorgia Meloni — “tifo per loro” — ma la avverte che il rischio di scivolare c’è. Critica Trump senza ambiguità. Invoca un’Europa più forte.

Non è una dichiarazione di guerra. È una dichiarazione di perimetro.

Il cognome resta un macigno e una rendita. Ma la strategia è chiara: trasformarlo in garanzia di continuità liberale, non in detonatore polemico.

Gli italiani amano gli uomini forti finché non ne pagano il conto. Mi chiedo se la libertà può sopravvivere quando viene chiamata con il nome del suo contrario.

Marina Berlusconi sceglie un’altra via: la riforma come atto di fiducia nella democrazia. L’ottimismo come disciplina. La moderazione come argine.

Resta una domanda, inevitabile: in un tempo che premia il rumore, può sopravvivere una politica che parla sottovoce?

Se la risposta è sì, allora l’intervista non è solo un’opinione. È un segnale.

Se la risposta è no, allora il cognome continuerà a pesare più delle idee. E la giustizia, come sempre in Italia, resterà il campo dove si combattono battaglie che non hanno mai soltanto a che fare con la legge.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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