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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Reggio Calabria una città dove il topo fa notizia e il fatto grosso diventa nebbia.

Reggio Calabria una città dove il topo fa notizia e il fatto grosso diventa nebbia.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Ci sono giorni in cui la tentazione di scrivere è un dovere. E giorni in cui tacere è una forma di onestà.

A volte non scrivo di certi fatti che accadono in città. Non per censura — parola che mi ripugna, che mi fa accapponare la pelle come un’ingiustizia consumata alla luce del sole. Una notizia, quando c’è, va data. Sempre. Senza tremori. Senza calcoli. Senza inchini.

Eppure il mestiere di raccontare non è un esercizio di vanità. Non è l’arte di infilare il naso ovunque per il gusto di lasciare un’impronta. Se non ho una redazione numerosa alle spalle, se non ho seguito i fatti dall’inizio, se mancano riscontri solidi e testimonianze dirette, preferisco fermarmi. Preferisco il silenzio alla superficialità. Preferisco attendere che chi quei fatti li ha seguiti davvero faccia il proprio dovere: verificare, scavare, raccontare.

Perché il giornalismo non è un pettegolezzo con la cravatta.

Ma c’è un silenzio che non ha nulla di prudente. Un silenzio che rimbomba più di un’esplosione. È quello che avvolge certi fatti eclatanti di cui tutta la città parla — nei bar, nei mercati, sui marciapiedi — mentre le testate restano immobili. Come se nulla fosse accaduto. Come se la realtà fosse un dettaglio trascurabile.

E allora mi domando: è distrazione? È imbarazzo? È convenienza?
Possibile che una città intera mormori e i giornali non sentano? Possibile che se cade un ramo o un topo attraversa la strada la notizia trovi spazio, titolo, fotografia — e quando accade qualcosa che scotta, che pesa, che interroga le coscienze, improvvisamente tutto si faccia nebbia?

Non voglio credere alla malafede. Voglio pensare a problemi di redazione, a organici ridotti, a difficoltà organizzative. Ma la buona fede, da sola, non basta a spiegare il silenzio. E il silenzio, quando è sistematico, diventa un fatto politico. Diventa una scelta.

Io non ho padroni. Non ho sponsor a cui strizzare l’occhio né salotti da compiacere. Ho solo voi, lettori. Siete il mio unico sovrano. A voi devo conto, non a qualche prudenza di convenienza.

Per questo vi chiedo: aiutatemi a capire. Se vedete ciò che io non vedo, ditemelo. Se sapete ciò che io ignoro, scrivetemi. Perché l’informazione non è un monologo: è un patto. Un patto fragile, che si regge sulla fiducia e sul coraggio.

E il coraggio, in questo mestiere, non è gridare. È non voltarsi dall’altra parte.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno

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