Riforma della Giustizia: il Sì di Placanica per una magistratura meno "familiare"
Separazione delle carriere: la sfida di passare dai colleghi ai ruoli distinti
Il CSM tra correnti e sorteggio: quando il caso diventa l'ultima spiaggia della fiducia
L'Editoriale di Luigi Palamara
In Italia la giustizia è sempre stata una religione civile: tutti la invocano, nessuno la vuole davvero fino in fondo.
Quando assolve è giusta, quando condanna è sospetta. E quando si tenta di riformarla, diventa improvvisamente sacra.
L’avvocato Cesare Placanica dice una cosa semplice che nel nostro Paese suona quasi rivoluzionaria: il giudice deve essere terzo.
Non imparziale — che è già difficile — ma terzo. Cioè distante. Estraneo. Non appartenente alla stessa famiglia culturale di chi accusa.
È un concetto che nelle democrazie anglosassoni appare ovvio, quasi banale. In Italia invece provoca turbamento, come se si volesse smontare la giustizia pezzo per pezzo.
La verità è che noi non abbiamo paura della riforma: abbiamo paura della separazione.
Perché separare significa distinguere.
E distinguere significa togliere ambiguità.
E togliere ambiguità significa togliere potere.
Il nostro processo penale è accusatorio dal 1989 e costituzionalmente garantito dal 1999, ma continua a portarsi dietro l’anima dell’inquisizione: il giudice che ascolta un’accusa proveniente da un collega, cresciuto nello stesso concorso, nello stesso ufficio, nella stessa cultura professionale.
Non è mala fede: è antropologia.
Placanica non accusa i magistrati. Fa qualcosa di più scomodo: si fida poco della natura umana.
E lo Stato moderno nasce proprio da questo sospetto. Le regole non servono perché gli uomini sono cattivi, ma perché sono uomini.
Chi teme la separazione teme che il pubblico ministero diventi un poliziotto.
Chi la vuole teme che resti un mezzo giudice.
Sono due paure speculari. La differenza è che la prima riguarda la qualità delle persone, la seconda la struttura del potere.
Le persone cambiano. Le strutture restano.
Poi c’è il Consiglio Superiore della Magistratura, la grande officina delle carriere.
Per anni si è detto che fosse indipendenza; poi si è scoperto che era anche organizzazione, appartenenza, corrente.
Il sorteggio non entusiasma nessuno — neppure chi lo sostiene — ma nasce da un dato brutale: quando la scelta non è più creduta imparziale, si preferisce il caso alla fiducia.
È una resa?
Forse.
Ma è anche un’ammissione: il problema non è la legge, è la percezione.
La giustizia vive di autorità prima ancora che di sentenze.
E l’autorità non deriva solo dalla correttezza, ma dalla distanza.
Per questo il referendum divide profondamente. Non tra garantisti e giustizialisti — parole ormai consumate — ma tra due idee di Stato:
uno fondato sull’equilibrio interno alla magistratura, l’altro sulla distinzione netta dei ruoli.
Placanica voterà Sì perché crede che la chiarezza rafforzi la fiducia.
I suoi oppositori voteranno No perché temono che la chiarezza rompa l’equilibrio.
In mezzo c’è il cittadino, che non sogna una giustizia perfetta — non esiste — ma una giustizia comprensibile.
E forse il vero problema italiano non è l’ingiustizia: è l’ambiguità.
L'intervista
Placanica: «Il Sì completa il giusto processo. Il giudice deve essere davvero terzo»
Intervista all’avvocato Cesare Placanica, responsabile dell’Osservatorio Giusto Processo dell’Unione delle Camere Penali Italiane e componente del comitato per il Sì al referendum sulla Giustizia. A cura del giornalista Luigi Palamara
«La Costituzione chiede un giudice imparziale e terzo»
Avvocato Placanica, questo è davvero un “giusto referendum” sulla giustizia?
Direi di sì. L’articolo 111 della Costituzione, introdotto nel 1999, afferma che il processo deve essere “giusto” e spiega quando lo è: richiede un giudice imparziale e anche terzo.
La riforma riempie di significato questo precetto costituzionale.
La Costituzione è la carta fondamentale dei cittadini e, quando si dice che è la più bella del mondo, lo è anche in questa parte.
«Non siamo in anticipo, ma in ritardo di trent’anni»
Serviva più tempo e una discussione meno politica?
Quando si affrontano temi delicati il tempo non è mai abbastanza.
Ma questo intervento arriva dopo un percorso iniziato nel 1989 con il processo accusatorio e proseguito nel 1999 con il giusto processo: è il naturale completamento di quella scelta.
Il processo non serve ad accertare la verità assoluta — quello è compito delle indagini — ma a verificare se una tesi accusatoria consente di dichiarare una responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio.
Rispetto a questo modello, quindi, siamo in ritardo, non in anticipo.
«Il PM non diventa un nemico: cambia il ruolo»
Il pubblico ministero diventerà solo l’avvocato dell’accusa?
È una preoccupazione diffusa, ma ogni sistema giuridico comporta scelte di valore.
Nel processo accusatorio, ad esempio, si escludono prove raccolte male: può sembrare contro il buon senso, ma serve a difendere principi superiori.
Io ho fiducia nei magistrati: è soprattutto una questione di coscienza e professionalità.
La separazione non nasce da sfiducia, ma dal ruolo diverso delle parti. Il giudice deve essere realmente terzo.
«Il nodo vero è il CSM»
Il Consiglio Superiore della Magistratura verrà indebolito?
La separazione comporta naturalmente un CSM distinto.
Il tema più discusso è il sorteggio: non mi entusiasma, preferirei scegliere, ma nasce da un problema reale, quello delle correnti e delle nomine spesso decise dai ricorsi amministrativi.
In molti casi, di fatto, i vertici delle procure non li sceglieva il CSM ma il Consiglio di Stato.
Il sorteggio potrebbe eliminare queste distorsioni.
«Più garanzie per il cittadino imputato»
La riforma porterà vantaggi al cittadino comune?
Sì.
Il passaggio dall’inquisitorio all’accusatorio ha rappresentato un grande progresso di civiltà giuridica, così come l’introduzione del contraddittorio costituzionale.
Questa riforma va nella stessa direzione: rafforzare le garanzie.
La giustizia e la paura della chiarezza. Riforma della Giustizia: il Sì di Placanica per una magistratura meno "familiare" Separazione delle carriere: la sfida di passare dai colleghi ai ruoli distinti Il CSM tra correnti e sorteggio: quando il caso diventa l'ultima spiaggia della fiducia L'Editoriale di Luigi Palamara In Italia la giustizia è sempre stata una religione civile: tutti la invocano, nessuno la vuole davvero fino in fondo. Quando assolve è giusta, quando condanna è sospetta. E quando si tenta di riformarla, diventa improvvisamente sacra. L’avvocato Cesare Placanica dice una cosa semplice che nel nostro Paese suona quasi rivoluzionaria: il giudice deve essere terzo. Non imparziale — che è già difficile — ma terzo. Cioè distante. Estraneo. Non appartenente alla stessa famiglia culturale di chi accusa. È un concetto che nelle democrazie anglosassoni appare ovvio, quasi banale. In Italia invece provoca turbamento, come se si volesse smontare la giustizia pezzo per pezzo. La verità è che noi non abbiamo paura della riforma: abbiamo paura della separazione. Perché separare significa distinguere. E distinguere significa togliere ambiguità. E togliere ambiguità significa togliere potere. Il nostro processo penale è accusatorio dal 1989 e costituzionalmente garantito dal 1999, ma continua a portarsi dietro l’anima dell’inquisizione: il giudice che ascolta un’accusa proveniente da un collega, cresciuto nello stesso concorso, nello stesso ufficio, nella stessa cultura professionale. Non è mala fede: è antropologia. Placanica non accusa i magistrati. Fa qualcosa di più scomodo: si fida poco della natura umana. E lo Stato moderno nasce proprio da questo sospetto. Le regole non servono perché gli uomini sono cattivi, ma perché sono uomini. Chi teme la separazione teme che il pubblico ministero diventi un poliziotto. Chi la vuole teme che resti un mezzo giudice. Sono due paure speculari. La differenza è che la prima riguarda la qualità delle persone, la seconda la struttura del potere. Le persone cambiano. Le strutture restano. Poi c’è il Consiglio Superiore della Magistratura, la grande officina delle carriere. Per anni si è detto che fosse indipendenza; poi si è scoperto che era anche organizzazione, appartenenza, corrente. Il sorteggio non entusiasma nessuno — neppure chi lo sostiene — ma nasce da un dato brutale: quando la scelta non è più creduta imparziale, si preferisce il caso alla fiducia. È una resa? Forse. Ma è anche un’ammissione: il problema non è la legge, è la percezione. La giustizia vive di autorità prima ancora che di sentenze. E l’autorità non deriva solo dalla correttezza, ma dalla distanza. Per questo il referendum divide profondamente. Non tra garantisti e giustizialisti — parole ormai consumate — ma tra due idee di Stato: uno fondato sull’equilibrio interno alla magistratura, l’altro sulla distinzione netta dei ruoli. Placanica voterà Sì perché crede che la chiarezza rafforzi la fiducia. I suoi oppositori voteranno No perché temono che la chiarezza rompa l’equilibrio. In mezzo c’è il cittadino, che non sogna una giustizia perfetta — non esiste — ma una giustizia comprensibile. E forse il vero problema italiano non è l’ingiustizia: è l’ambiguità. L'intervista Placanica: «Il Sì completa il giusto processo. Il giudice deve essere davvero terzo» Intervista all’avvocato Cesare Placanica, responsabile dell’Osservatorio Giusto Processo dell’Unione delle Camere Penali Italiane e componente del comitato per il Sì al referendum sulla Giustizia. A cura del giornalista Luigi Palamara «La Costituzione chiede un giudice imparziale e terzo» Avvocato Placanica, questo è davvero un “giusto referendum” sulla giustizia? Direi di sì. L’articolo 111 della Costituzione, introdotto nel 1999, afferma che il processo deve essere “giusto” e spiega quando lo è: richiede un giudice imparziale e anche terzo. La riforma riempie di significato questo precetto costituzionale. La Costituzione è la carta fondamentale dei cittadini e, quando si dice che è la più bella del mondo,
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