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Riforma Nordio e Referendum: La sfida di Giorgia Meloni sulla Giustizia

Riforma Nordio e Referendum: La sfida di Giorgia Meloni sulla Giustizia
Il 22 marzo e la solitudine della matita
L'editoriale di Luigi Palamara 
Una parola che in Italia usiamo troppo e capiamo poco: riforma. La pronunciamo come fosse un talismano, una medicina buona per tutte le febbri. Il 22 e 23 marzo 2026 saremo chiamati a votare una di quelle riforme che non si limitano a cambiare un ingranaggio, ma pretendono di riscrivere la geometria del potere. Non è un tecnicismo per giuristi insonni. È una domanda brutale: chi controlla chi?

Il referendum costituzionale sulla Giustizia — che propone di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri — tocca nervi scoperti. Tocca la diffidenza storica degli italiani verso lo Stato e, insieme, la loro paura di uno Stato troppo debole. Tocca il mito dell’indipendenza della toga e il sospetto che dietro ogni toga ci sia un’ideologia.

Terzietà o sospetto permanente?

I fautori del SÌ, guidati dal ministro Carlo Nordio, parlano di “parità delle armi”. Dicono: un giudice non può crescere nello stesso alveo culturale del pubblico ministero e poi fingere di essere un arbitro neutrale. La giustizia, sostengono, non è una riunione di condominio tra colleghi: è uno scontro regolato, e l’arbitro non può allenarsi con una delle squadre.

Dall’altra parte, il fronte del NO — con l’Associazione Nazionale Magistrati, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle — grida all’azzardo. Separare le carriere, replicano, significa strappare il pubblico ministero alla cultura della giurisdizione e consegnarlo a una deriva pericolosa: o verso l’esecutivo, o verso una forma di super-polizia senza contrappesi.

In mezzo, c’è un Paese che ascolta e sbadiglia. Non per indifferenza, ma per sfiducia. Troppi processi mediatici, troppe assoluzioni dopo anni di gogna, troppe sentenze incomprensibili. La giustizia italiana è diventata una terra di nessuno dove tutti si sentono vittime: i magistrati sotto attacco, i politici sotto inchiesta, i cittadini sotto attesa.

C’è poi un dettaglio che dettaglio non è: non c’è quorum. Essendo un referendum confermativo, vincerà chi avrà più voti, punto. In un’Italia stanca, dove l’astensione è diventata abitudine, il rischio è che una riforma che tocca dodici articoli della Costituzione venga decisa da una minoranza determinata mentre la maggioranza resta sul divano.

L’astensione, qui, non è protesta. È resa. È consegna delle chiavi a chi urla più forte.

Si può fingere che questo voto non abbia conseguenze politiche. Ma la politica, come il fumo, passa sotto le porte. Per Giorgia Meloni è un banco di prova. Una vittoria del SÌ rafforzerebbe la stagione delle riforme e darebbe slancio ad altri progetti istituzionali. Una sconfitta aprirebbe una crepa nella narrazione di una destra compatta e determinata.

Gli italiani ricordano ancora il 2016, quando un referendum costituzionale travolse Matteo Renzi più che la riforma stessa. I referendum, in questo Paese, hanno la pessima abitudine di trasformarsi in plebisciti su chi governa.

L’errore più comodo è pensare: “Non mi riguarda. Non ho processi, non ho pendenze”. È un’illusione borghese. La giustizia è l’infrastruttura invisibile della libertà. Quando funziona male, non colpisce solo chi è imputato o chi accusa. Corrode la fiducia, che è la vera moneta di una democrazia.

Il 22 marzo non decideremo soltanto se un pubblico ministero e un giudice debbano fare concorsi diversi. Decideremo quale equilibrio di poteri ci rassicura di più e quale rischio siamo disposti a correre: quello di una magistratura percepita come corporazione o quello di un’accusa percepita come braccio separato.

Non è una scelta da tecnici. È una scelta da cittadini adulti.

Il verdetto, stavolta, non lo pronuncerà un giudice in toga. Lo traccerà una matita, in silenzio. E il silenzio, quando si vota, pesa più di qualunque arringa.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno 

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