Staff gonfiato e produttività al palo: il "metodo Versace" a due mesi dal voto.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Città Metropolitana di Reggio Calabria a due mesi dal voto, il tempo non è mai neutro. È una clessidra che pesa. E quando la sabbia scende veloce, ogni decisione diventa un atto politico, ma soprattutto un atto morale.
Il sindaco facente funzioni della Città Metropolitana di Reggio Calabria, Carmelo Versace, governa oggi un Ente che non è un municipio qualsiasi: è un’istituzione che ha attraversato la transizione tormentata dalla vecchia Provincia, senza ancora ottenere dalla Regione il pieno conferimento delle funzioni previste dalla legge. Un Ente fragile, in equilibrio precario, che avrebbe bisogno di prudenza, sobrietà, senso della misura.
E invece?
Invece accade che proprio alla vigilia della competizione elettorale si moltiplichino scelte che sollevano più di una perplessità. E non lo dice l’opposizione. Lo dice un sindacato. Lo dice la Fp Cgil della Città Metropolitana, che non è nota per esercizi letterari ma per la concretezza delle rivendicazioni.
La politica non è soltanto regolamenti, commi, articoli. È etica pubblica. È responsabilità. Non sarò io a fare la morale o la predica — non ne ho titolo e non ne ho voglia. Ma ho il dovere di osservare che le scelte vanno valutate non solo per la loro legittimità formale, bensì per la loro opportunità. E alcune, francamente, non convincono.
Le priorità dimenticate
La Fp Cgil chiede di:
concludere le procedure per le progressioni verticali in deroga;
procedere al pagamento delle spettanze legate alle performance, ai differenziali stipendiali e alle indennità contrattuali arretrate;
approvare il regolamento per gli incentivi alle funzioni tecniche;
avviare in via sperimentale l’orario di lavoro europeo.
Richieste che non hanno nulla di rivoluzionario. Sono diritti contrattuali sospesi da mesi. Sono procedure già avviate. Sono impegni presi.
Eppure, quelle progressioni risultano inspiegabilmente silenti. Le spettanze arretrate non sono state ancora liquidate. I regolamenti restano sulla carta. E mentre tutto questo langue, si procede con altre decisioni che fanno discutere.
Non convince, ad esempio, il diniego — definito immotivato — del nullaosta per la mobilità in uscita di dipendenti che intendono partecipare a bandi pubblicati da altri Enti o Ministeri. In un sistema pubblico che dovrebbe garantire trasparenza e circolazione delle competenze, bloccare senza spiegazioni suona come un irrigidimento difensivo, non come una scelta di sistema.
L’ombra lunga dello staff.
Ma il punto che più di ogni altro solleva interrogativi è l’aumento del personale di staff, ex articolo 90. Con l’ultima rimodulazione del Piao, la dotazione degli uffici di supporto all’organo politico è stata portata a 36 unità. Trentasei.
Una cifra che supera il 10% del totale dei dipendenti dell’Ente. Un rapporto che difficilmente si rintraccia in altri enti pubblici italiani ed europei.
È una scelta legittima? Forse sì.
È una scelta opportuna, a due mesi dal voto, mentre si chiedono sacrifici, si rinviano pagamenti e si tengono sospese procedure attese da mesi? Qui il dubbio non è solo politico. È etico.
Perché mentre si chiede correttezza istituzionale alla Regione sul trasferimento delle funzioni, la stessa correttezza dovrebbe essere praticata verso il proprio personale. La Fp Cgil lo dice con parole misurate, ma il senso è chiaro: se l’Ente è stato virtuoso grazie al dialogo con le Rsu, quella strada non può essere abbandonata ora, nel momento più delicato.
Il tempo e la responsabilità.
C’è un principio non scritto nella politica: quando sei a fine mandato — o in una fase di supplenza — devi amministrare con ancora maggiore cautela. Devi evitare atti che possano apparire come consolidamento di posizioni, moltiplicazione di fedeltà, blindatura di strutture.
Le spettanze dovute dovrebbero essere erogate già nei primi mesi del 2026, prima che le procedure concorsuali entrino nel vivo e prima che la tornata elettorale rischi di rallentare ulteriormente tutto. Questo chiede il sindacato. Questo chiedono i lavoratori.
E allora la domanda è semplice: perché accelerare su ciò che rafforza la politica e rallentare su ciò che tutela il personale?
La politica non è soltanto un esercizio di potere. È un esercizio di misura. Non tutto ciò che è consentito è opportuno. Non tutto ciò che si può fare è giusto farlo, soprattutto quando il calendario pesa come un macigno.
Le scelte che non sono utili a nessuno, che non portano beneficio all’Ente, che generano sospetto e squalificano chi le compie, sono scelte miopi. E la miopia, in politica, si paga.
Non con un editoriale. Con il giudizio dei cittadini.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
Nota bene. Per errore ho parlato di stipendi. Invece va inteso come incentivi delle performance e altre maggiorazioni contrattuali. La cosiddetta "produttività". Gli stipendi sono regolarmente erogati

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