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TROPEA È NEL REGISTRO DELLA MEMORIA DEL MONDO DELL’UNESCO

TROPEA È NEL REGISTRO DELLA MEMORIA DEL MONDO DELL’UNESCO


A Tropea sono nato nel lontano ’48, a luglio (considerato oggi periodo di alta stagione), ma allora non c’erano né ombrelloni né sedie a sdraio in spiaggia, e tantomeno turisti. Fantastico: assaporavo già il clima del Sud, i colori del mare, il sole e i profumi che entravano con dolcezza dal balcone, con vista panoramica sul piccolo porticciolo dei pescatori, adagiato sullo scoglio dell’Isola Bella. Cosa volevo di più?

Poi, a nove anni, avevo paura di crescere: volevo solo mio papà, che se n’è andato in cielo da solo, lasciandomi l’ultimo ricordo vissuto insieme: una passeggiata sulla sabbia a piedi scalzi, dove le sue orme scomparivano in armonia con le piccole onde. Questo ricordo non è mai stato rimosso, ma con il tempo il suo significato è diventato più sereno, quasi romantico: come quando il mare si posa per un istante sulla sabbia. Dura solo un attimo, ed è straordinario.

Tropea ha conservato le immagini e la bellezza dei ricordi. Penso a mio cugino Salvatore, che inizia la sua giornata alle 5.30 e, come d’abitudine, percorre a piedi le vie di Tropea che inevitabilmente conducono al mare, ammirando in silenzio lo spettacolo dei colori e delle sfumature dell’alba, il rientro dei pescatori al porto, il rito delle reti da pulire e custodire con amore, le cassette ricolme di pesce azzurro e di altre specie, oltre ai molluschi, le voci dei pescatori che vendono direttamente prima di andare al mercato ittico: una piccola folla mattutina li aspetta con gioia.

Altre volte si sentono le imprecazioni dei pescatori quando il mare è in burrasca; ripetono con rassegnazione che il mare prende e il mare dà.

E, andando indietro con i ricordi, emergono certezze: le tradizioni, i colori, i profumi di limoni e gelsomini, le cipolle e i fichi d’India. Poi i tropeani: per un fatto fonetico, la lingua parlata è molto aristocratica, più armonica di quella di altri paesi del Sud.

Così, crescendo, ognuno di noi diventa ambasciatore di Tropea e ne tramanda la memoria alla famiglia, se è emigrato nel resto d’Italia o forse nel mondo, come un navigante.

Tropea ha tradizioni rinascimentali e risorgimentali, una grande cultura filosofica con illustri personaggi e profonde tradizioni religiose. Con Salvatore parliamo per ore, in passeggiate interminabili nei vicoli, sulla spiaggia, al porto o seduti di fronte al mare.

Quando usciamo in barca per la pesca al largo, guardiamo il vulcano di Stromboli che, al tramonto, ci regala un atto d’amore con il sole. Al rientro osserviamo Tropea affacciata sul mare, con i suoi balconi e terrazzi come palchi di un teatro d’opera, e ci sembra, con l’immaginazione, di vedere Raf Vallone, la moglie Elena Varzi e i figli Eleonora, Arabella e Saverio… ma è solo frutto della nostra fantasia.

Di Raf Vallone sentivamo parlare nelle nostre famiglie: delle sue imprese di calciatore al Torino, dei suoi articoli alla terza pagina de l’Unità sulle condizioni lavorative delle mondine del Nord. Pensavamo alle nostre contadine del Sud, impegnate nella raccolta delle cipolle rosse, alle loro fatiche quotidiane, al canto corale — non di gioia, ma nato dal duro lavoro — tra le risaie del Nord e la terra arsa dal sole del Sud: quasi un blues dei campi che li univa.

La sera eravamo seduti sulla terrazza e ascoltavamo il bisbiglio dei nostri padri e degli altri anziani di famiglia che parlavano della Resistenza, dei partigiani e delle loro storie eroiche, compresa quella di Raf Vallone che, prigioniero, si salvò la vita tuffandosi nel lago di Como per sfuggire alle SS che sparavano raffiche di mitra, nuotando verso Villa Invernizzi.

Ma le notizie più eclatanti provenivano dal cinema: tantissimi tropeani guardavano le locandine appese in paese. Quando Raf Vallone era protagonista di un film, la sera si andava al cinema all’aperto portando le sedie da casa; molti non trovavano posto e così le sedie servivano anche fuori, per ascoltare il film. Che bello: sembrava la festa della Madonna dell’Isola.

Poi i commenti: le nostre mamme e le donne del paese si appassionavano al soggetto del film e alla bellezza di Raf Vallone, mentre gli uomini mormoravano… «che tropeano!».

Con i tanti successi nel cinema del neorealismo, dopo il film Riso amaro, il volto di Raf Vallone divenne noto a tutti gli italiani: ecco un tropeano nel mondo che faceva sognare le generazioni di allora, attore teatrale insuperabile, protagonista in Uno sguardo dal ponte. Letteratura e musica colta completavano il personaggio.

Poiché in mare non esistono confini, diciamo grazie alla famiglia di Raf Vallone — Elena, Eleonora, Arabella e Saverio — per aver esaudito il desiderio del vostro caro Fefè di ritornare a Tropea, e a noi tutti per poter portare un fiore, una piccola conchiglia e una preghiera.

Tropea ha queste caratteristiche: quando la percorri, la guardi di notte o di giorno, ti affacci dalle finestre o dai terrazzi, ti dice sempre grazie. E noi la ricordiamo con dolcezza, come una culla sospesa nel mare che ti aspetta sempre, senza fare differenza se sei famoso, ricco o povero.

Io sono nato a Tropea e mi chiamo Vito Forelli.



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