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Ucraina. La pace non può attendere.

Guerra infinita o pace amara? «Il coraggio delle parole scomode contro l’orgoglio che uccide i figli»
«Basta sangue per un confine. L’onore è salvare la vita, non morire per una zolla»
Ucraina. La pace non può attendere.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Sono passati quattro anni dal 24 febbraio 2022. Quattro anni in cui l’Europa ha riscoperto il rumore della guerra non nei libri di storia, ma nelle case sventrate, nei volti dei profughi, nei bambini privati della loro lingua e del loro nome. Pensavamo che certe immagini appartenessero al Novecento. Invece bussano alle nostre coscienze ogni giorno.

Questa guerra non riguarda soltanto l’Ucraina. Riguarda l’idea stessa di Europa. Riguarda il confine invisibile ma decisivo tra diritto e arbitrio. Riguarda la domanda più semplice e più radicale: la forza può diventare diritto?

A Kyiv una donna, dopo l’ennesima notte di sirene, dice al marito:
— Le sento anche quando non suonano più. Restano qui.
E si tocca il petto.
— Pensi che finirà?
— Deve finire. Non si può vivere sempre con una valigia pronta.

In quella risposta c’è il cuore del problema. La guerra può essere necessaria per difendersi. Ma non può diventare una condizione permanente. Non può trasformarsi in destino.

E allora bisogna avere il coraggio di pronunciare parole scomode. Una resa concordata? Una cessione di parte del territorio conteso? Sono ipotesi che bruciano, che feriscono l’orgoglio, che sembrano tradire il sacrificio di chi ha combattuto. Ma se potessero fermare il massacro? Se potessero restituire padri ai figli, figli alle madri, uomini e donne alla loro vita?

La terra è di tutti. Morire per essa è un prezzo troppo alto. L’onore non coincide con la zolla di terreno. L’onore è altra cosa: è amore e rispetto per gli altri, è tutela della vita, è capacità di scegliere il bene possibile quando il bene assoluto è diventato irraggiungibile.

A Roma, davanti a un caffè, qualcuno obietta:
— Sostenerli è giusto. Ma per quanto ancora?
— Finché il diritto non torna a contare più dei carri armati.
— E la pace?
— La pace non è smettere di sparare. È smettere di aver paura.

Giusto. Ma smettere di aver paura significa anche smettere di mandare al fronte i più umili, i più poveri, quelli che non decidono le strategie né firmano i trattati. Basta col sangue versato in nome di interessi economici, di equilibri geopolitici, di orgogli nazionali branditi come bandiere.

La Terra è generosa. Potrebbe sfamare tutti, ospitare tutti, garantire dignità a tutti. Il nocciolo della questione è che non tutti lo vogliono. Alcuni preferiscono il dominio alla convivenza. Preferiscono la ricchezza concentrata alla giustizia condivisa. E mentre decidono, altri muoiono.

Il monito richiamato da Papa Leone è netto: la pace è giusta oppure non è. Non può essere una tregua che congela l’ingiustizia. Non può essere un accordo che premia l’aggressione. Una pace ingiusta è solo una guerra differita.

Ma esiste anche un’altra ingiustizia: quella di una guerra infinita, che in nome della coerenza morale continua a produrre orfani e rovine. La giustizia non è ostinazione cieca. È responsabilità verso i vivi.

A Parigi, lungo la Senna, una giornalista sospira:
— L’Europa parla di valori.
— E li difende?
— Li difende se non si stanca. La stanchezza è il vero nemico.

Già. La stanchezza morale è più pericolosa dei missili. Ma anche l’orgoglio assoluto può esserlo. Perché trasforma la guerra in principio, la sofferenza in simbolo, la morte in strumento.

A Berlino un ragazzo ricorda le parole del nonno:
— Pensavamo che la storia fosse chiusa.
— La storia non si chiude, si dimentica.
— Allora ricordare è già un modo per costruire la pace.

Costruire la pace significa tenere insieme fermezza e dialogo. Difendere chi è aggredito e, insieme, aprire spiragli concreti di negoziato. Anche quando il prezzo è amaro. Anche quando comporta rinunce dolorose. Perché la vita umana vale più di una linea tracciata su una mappa.

A Istanbul un mediatore osserva:
— Forse il dialogo è l’unica strada.
— Il dialogo senza verità è teatro.
— E senza dialogo?
— È solo guerra che si prolunga.

Ecco il punto. Senza dialogo la guerra si incancrenisce. Senza giustizia la pace marcisce. Ma senza coraggio politico entrambe restano parole.

L’Europa è chiamata a essere all’altezza di sé stessa. A proteggere i propri confini, certo. Ma prima ancora a proteggere la vita. A non accettare che l’identità di un popolo diventi bottino. E, al tempo stesso, a non sacrificare generazioni intere sull’altare dell’orgoglio e degli interessi.

A New York qualcuno dice:
— Da qui sembra lontana.
— Lontana finché non capisci che il mondo è uno solo.

È così. La guerra non resta mai confinata. Attraversa mercati, coscienze, economie. E troppo spesso trova alimento in chi, lontano dal fronte, calcola profitti e influenza.

Per questo la pace va cercata ora. Con realismo, non con ingenuità. Con fermezza, non con fanatismo. Con la consapevolezza che ogni giorno in più di guerra è un giorno sottratto al futuro di un popolo e al futuro dell’Europa.

A Kyiv, di nuovo, qualcuno sussurra:
— Cosa desideri davvero?
— Non la vittoria. Non la vendetta.
— Allora cosa?
— Tornare a vivere senza che il cielo mi faccia paura.

La pace, in fondo, è questo. Restituire agli uomini una quotidianità senza sirene. Ai bambini il diritto di crescere con il proprio nome. Ai popoli la dignità di esistere senza minacce.

Non è debolezza scegliere la vita.
È la forma più alta di onore.
E non può attendere.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno

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