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CITTÀ METROPOLITANA DI REGGIO CALABRIA. CARMELO VERSACE, L'INTERLOCUTORE È SOLO LUI: BASTA ARIA FRITTA SULLE NOMINE DI FINE MANDATO.

CARMELO VERSACE, L'INTERLOCUTORE È SOLO LUI: BASTA ARIA FRITTA SULLE NOMINE DI FINE MANDATO.

«NON DOVETE NIENTE A NESSUNO»: L'INCARICO NON È UNA CAMBIALE.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


C’è chi prova a confondere le acque, chi lancia il sasso e nasconde la mano, e chi invece – come noi – fa nomi e cognomi.

​Girano voci, sussurri, tentativi maldestri di metterci contro chi lavora. Sbagliato. Il problema non è chi riceve l’incarico, ma chi lo firma a pochi metri dal traguardo.

​Parliamo di Carmelo Versace.

Parliamo di una pioggia di nomine.

​Ai neo-assunti diciamo: lavorate, fatelo bene, ma non sentitevi in debito. La gratitudine in politica è la gabbia della libertà. 

​Qui non si fanno sconti a nessuno. Soprattutto a chi pensa che la Città Metropolitana di Reggio Calabria sia un ufficio di chiuso alle notizie.

È un vizio antico, in questa città: quando qualcuno parla chiaro, si cerca subito di confondere le acque. Non si risponde nel merito, non si entra nella sostanza. No. Si devia. Si sposta l’attenzione. Si costruiscono bersagli comodi, spesso innocenti.

Nel mio caso, il giochino è fin troppo scoperto.

Io non ho mai scritto tra le righe. Non ho mai alluso. Non ho mai praticato quell’arte vigliacca del “si dice”, del “pare”, del “qualcuno sostiene”. Ho sempre fatto nomi e cognomi. Sempre. Perché chi fa giornalismo – quello vero – si assume la responsabilità di ciò che scrive.

E allora stupisce, ma fino a un certo punto, che oggi qualcuno tenti di attribuirmi attacchi che non ho mai fatto. Si prova a insinuare che io ce l’abbia con chi ha ricevuto incarichi di staff. Si tenta di creare frizioni, di alimentare sospetti, di costruire nemici dove non esistono.

È un errore. O peggio, è malafede.

Le persone che hanno ricevuto quegli incarichi non sono il mio interesse nell'informare. Non lo sono mai state. E se non compaiono nei miei articoli, la ragione è semplicissima: non sono loro il problema.

Il problema ha un nome e un cognome: Carmelo Versace.

È a lui che mi rivolgo. È delle sue scelte che parlo. È della sua azione politica che discuto. E continuerò a farlo, con la stessa ostinazione con cui lui continua, negli ultimi mesi del suo incarico, a distribuire nomine.

Perché è questo il punto. Non chi riceve. Ma chi assegna.
Non il lavoratore. Ma il decisore politico.

A me non interessa chi entra in quello staff. Non mi interessa perché parto da un presupposto semplice: chi accetta un incarico lo fa per lavorare, per dare un contributo, per svolgere un compito. E questo merita rispetto. Sempre.

Ma la politica non vive di ingenuità. Vive di scelte. E le scelte, soprattutto quando arrivano a fine mandato, chiedono spiegazioni.

Perché ora? Perché così tante? Perché con questa insistenza?

Domande legittime. Risposte, finora, assenti o poco convincenti.

E allora permettetemi una riflessione rivolta proprio a chi quegli incarichi li ha accettati. Non come accusa, ma come invito alla lucidità.

Non dovete nulla a nessuno.

Né riconoscenza politica, né obblighi morali. Un incarico è un lavoro, non un pegno. Non è un contratto implicito di fedeltà.

Se deciderete di votare Carmelo Versace, fatelo perché lo ritenete capace. Perché condividete la sua visione. Perché vi convince politicamente.

Ma non fatelo per gratitudine.

Perché la gratitudine, in politica, è spesso il nome elegante della rinuncia alla propria libertà.

E la libertà, quella sì, ha un prezzo. Ma non si baratta. Mai. Soprattutto non per incarichi che durano pochi mesi.

Quanto a me, continuerò a fare ciò che ho sempre fatto: raccontare, analizzare, criticare. Senza sconti e senza timori.

E soprattutto senza colpire chi lavora.

Perché il bersaglio non sono mai stati i lavoratori. Il bersaglio è – e resta – la politica.

Il resto, come si dice, è soltanto rumore. O, per dirla più chiaramente, aria fritta.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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