Giustizia alle urne: la democrazia respira, ma ha il fiato corto.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nella vita di una democrazia, in cui i numeri smettono di essere aritmetica e diventano giudizio. Il 46,07% di affluenza al referendum sulla giustizia non è soltanto una cifra: è uno specchio. E, come tutti gli specchi, riflette più di quanto mostri.
Seggi riaperti, file ordinate, qualche entusiasmo di troppo e molto scetticismo taciuto. L’Italia vota, sì. Ma vota sempre con quella sua aria sospesa tra il dovere e il dubbio, tra la disciplina e la diffidenza. Non è mai un gesto semplice, il nostro. È sempre un atto carico di sottintesi.
Ci diranno — e già ce lo dicono — che l’affluenza è una buona notizia. Che la democrazia respira, che i cittadini partecipano, che il sistema regge. Ed è vero, ma solo a metà. Perché la democrazia non si misura soltanto da quanti entrano in cabina, ma da quanti sanno davvero perché ci entrano.
Il referendum sulla giustizia, tema nobile e scivoloso, è stato affrontato come spesso accade nel nostro Paese: tra slogan semplificati e complessità ignorate. Si vota su ciò che dovrebbe essere il cuore dello Stato — la giustizia — con la stessa leggerezza con cui si commenta una partita di calcio. E questo non è un segno di vitalità. È un segno di fragilità.
Le grandi città — Milano, Firenze, Bologna — registrano i picchi. Non sorprende. Dove c’è più informazione, c’è più partecipazione. Ma anche lì, sotto la superficie dei numeri, resta una domanda: si vota per convinzione o per abitudine? Per capire o per appartenenza?
E poi ci sono gli exit poll che arriveranno, puntuali, come oracoli moderni. Ci diranno chi ha vinto, chi ha perso, chi ha interpretato meglio l’umore del Paese. Ma difficilmente ci diranno perché. E il “perché” è l’unica cosa che conta davvero.
La politica, come sempre, si affretterà a leggere nei dati la conferma di sé stessa. Chi governa parlerà di fiducia, chi si oppone di segnale. È un rito antico, quasi rassicurante nella sua prevedibilità. Ma fuori dai palazzi, tra chi ha votato e chi ha scelto di non farlo, la realtà è meno ordinata.
L’Italia non è un Paese apatico. È un Paese stanco. E quando un Paese stanco vota, non sempre lo fa per speranza. Spesso lo fa per non sentirsi escluso, per non arrendersi del tutto.
Il 46,07% è un numero che si può applaudire o temere. Dipende da come lo si guarda. Se come prova di partecipazione o come misura di distanza. Perché l’altra metà del Paese — quella che non si è presentata — non è silenziosa: è assente. E l’assenza, in democrazia, pesa più del dissenso.
Oggi sapremo i risultati. Ma non sapremo, ancora una volta, se abbiamo davvero capito la domanda.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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