@luigi.palamara Il figlio del lutto L'Editoriale di Luigi Palamara L’Aspromonte, quando viene sera, si fa silenzioso come una chiesa vuota. Il vento scende dalle creste e passa tra i castagni come se cercasse qualcuno. In quei paesi — Roccaforte del Greco, Africo, Platì e San Luca — la sera porta sempre storie. Alcune arrivano da lontano, da così lontano che sembrano quasi inventate. Quella sera, nella piazzetta di Roccaforte, davanti al bar con la televisione sempre accesa, si erano raccolti in quattro. Don Saverio, che aveva passato gli ottant’anni e ricordava ancora quando le strade erano mulattiere. Mastro Carmelo, falegname. Peppe il postino. E Nino, che era tornato dalla Germania e parlava poco. La televisione parlava di guerra. Di un uomo lontano, dall’altra parte del mondo. Peppe abbassò il volume e disse: — Avete sentito? In Iran hanno scelto il figlio. Don Saverio strinse gli occhi. — Il figlio di chi? — Del capo loro. È morto sotto le bombe. E ora il figlio comanda. Il vecchio annuì piano. In Aspromonte certe cose non sorprendevano nessuno. — Eh… — disse — quando ammazzano il padre, spesso è il figlio che prende il posto. Nino guardava la montagna, che diventava nera dietro il paese. — Dicono che ha perso tutta la famiglia in una settimana. Mastro Carmelo sospirò. — Allora è un uomo pericoloso. — Perché? — chiese Peppe. Il falegname si pulì le mani sul grembiule. — Perché un uomo che non ha più niente da perdere… non ha paura. La televisione mostrava immagini lontane: città, palazzi, soldati. Sembravano cose di un altro pianeta. Eppure, nella voce del giornalista, c’era qualcosa che gli uomini dell’Aspromonte riconoscevano. Il figlio aveva preso il posto del padre. Don Saverio si alzò lentamente. — Sapete cosa succedeva una volta qui? Nessuno parlò. — Se ammazzavano un uomo… — disse piano — la famiglia si stringeva. E il figlio cresceva in una notte. Il vento scese dalla montagna. — Così nascono le storie che durano anni — concluse il vecchio. Il giorno dopo Peppe doveva portare la posta fino a Platì. La strada tagliava la montagna tra ulivi e rocce. A metà salita incontrò un pastore. — Dove vai così presto? — A Platì. — Hai sentito della guerra? Peppe chinò il capo. — Dicono che ora comanda il figlio. Il pastore rimase in silenzio per un po’. Poi disse: — La guerra la fanno sempre i figli. La sera stessa, a San Luca, nella piazza davanti alla chiesa, alcuni uomini parlavano della stessa notizia. — Questo Mojtaba… — disse uno — non lo conosce nessuno. — Meglio — rispose un altro — gli uomini che parlano poco fanno più paura. Un terzo, seduto sul muretto, guardava la montagna. — No. Non è questo. — E cos’è allora? — È che gli hanno ammazzato il padre. Cadde il silenzio. Chi nasce in quei paesi sa che il dolore cambia gli uomini. Li rende più duri. O più soli. E a volte le due cose sono la stessa cosa. Qualcuno disse: — Il mondo pensa che quando muore il capo tutto finisce. Il vecchio seduto accanto alla fontana scosse la testa. — No. — E allora? — Allora comincia la storia del figlio. La notte scese sull’Aspromonte. Le luci dei paesi — Roccaforte del Greco, Africo, Platì, San Luca — sembravano stelle cadute sulle montagne. E in una piazza lontana del Medio Oriente, forse, un uomo che aveva perso quasi tutta la famiglia sedeva in silenzio davanti al potere. Gli uomini dell’Aspromonte non lo conoscevano. Ma una cosa la capivano bene. A volte la storia comincia proprio così. Con un uomo rimasto solo. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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