@luigi.palamara Il giornalista non è un maggiordomo: o morde il potere o cambia mestiere. L'Editoriale di Luigi Palamara Fare il giornalista è una missione. Non un mestiere. Non un tesserino infilato nel portafoglio accanto alla carta di credito. È una vocazione che ti sveglia la notte e ti tiene desto quando il mondo dorme. È il bisogno quasi fisico di capire e di raccontare, di informare e di giudicare, di sporcarti le mani con la realtà senza chiedere il permesso a nessuno. Lo insegnavano — ciascuno a modo suo, ciascuno con la propria ferocia — i grandi maestri. Con l’ironia tagliente di chi non si inchina, con la rabbia lucida di chi non arretra. Diversi nel tono, simili nel principio: il giornalista non è un registratore. Non è un megafono. Non è il notaio del potere. È, o dovrebbe essere, il suo disturbatore. Informare non significa trascrivere. Raccontare non significa compiacere. Fare opinione non significa adulare. Cultura e arte non sono orpelli da salotto, sono strumenti per scavare. Emozione non è sentimentalismo: è il tremore che precede la verità. Certo, non è facile. Non lo è mai stato. Perché mettere tutto in discussione — tutto, perfino se stessi — significa vivere in uno stato di perenne scomodità. Significa rinunciare alla carezza del potente, alla cena elegante, al favore che “mi fa mangiare”. E se qualcuno ti nutre, non per questo diventa tua madre. Diventa, semmai, il tuo primo sospetto. Viviamo in un mondo frivolo, dove il servilismo viene scambiato per educazione e la convenienza per intelligenza. Un mondo in cui c’è sempre qualcuno pronto a vendere la propria schiena per un briciolo di potere. È il lato oscuro di chi scambia l’accesso per autorevolezza, la vicinanza per importanza, la complicità per successo. Ma il giornalista non nasce per essere il cagnolino del padrone di turno. Non nasce per correre a riportare il frisbee lanciato dal potente, scodinzolando in attesa di un premio. Nasce per fare il cane da guardia della democrazia. E il cane da guardia non è simpatico. Abbaia. Disturba. Morde, se necessario. Se il potere ti applaude, forse stai sbagliando mestiere. L’ho ripetuto centinaia di volte e continuerò a farlo. Repetita iuvant. Perché in un’epoca che confonde il rumore con l’informazione e la propaganda con il pensiero, ricordare cos’è il giornalismo non è nostalgia. È resistenza. E la resistenza, quella vera, non chiede permesso. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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