Italia. Elezioni Politiche. Il voto anticipato come fuga, o come trappola
L'Editoriale di Luigi Palamara
In politica a volte il coraggio somiglia terribilmente alla paura. E ci sono giorni in cui un leader, sentendosi il terreno franare sotto i piedi, scambia la ritirata per una carica. Il 7 giugno 2026, oggi, ha proprio questo odore: non di scelta sovrana, ma di tentazione nervosa. Non di forza, ma di azzardo.
Giorgia Meloni ci starebbe pensando. Non lo dice, non lo ammette, forse neppure lo decide davvero. Ma ci pensa. Dopo la batosta sulla riforma della giustizia, dopo il contraccolpo politico, dopo le dimissioni chieste e ottenute di ministri e sottosegretari che fino a ieri erano pezzi del suo ingranaggio, l’idea di anticipare il voto comincia a serpeggiare nei corridoi del potere. È il riflesso classico dei governi feriti: andare alle urne prima che la ferita diventi emorragia.
Il calcolo è semplice, quasi brutale. Le opposizioni sono ancora nel loro sport preferito: discutere di sé stesse. Si parlano addosso, litigano sulle alleanze, si perdono tra primarie, programmi, leadership, identità, sigle, veti, gelosie. Il cosiddetto campo largo, più che un campo, sembra ancora una riunione di condominio finita male. C’è chi vuole il capo, chi vuole il manifesto, chi vuole prima l’unità, chi pretende prima la purezza. In queste condizioni, chiamarli al voto subito significherebbe sorprenderli in vestaglia.
Dal punto di vista tattico, l’idea non è folle. Dal punto di vista politico, può esserlo moltissimo.
Perché Meloni non arriverebbe a quell’appuntamento come il generale vittorioso che sceglie il terreno dello scontro. Ci arriverebbe da leader ammaccata. La sconfitta referendaria non è stata soltanto un inciampo: è stata una crepa nel racconto dell’infallibilità. E la politica, si sa, perdona molti peccati ma non perdona che il comando mostri debolezza. I primi sondaggi registrano un calo. Non apocalittico, certo. Ma abbastanza chiaro da suggerire prudenza. Quando il consenso scende, chi governa dovrebbe fermarsi a capire. Invece la tentazione è correre. Come certi automobilisti che, sentendo l’auto sbandare, invece di rallentare schiacciano l’acceleratore.
L’argomento dei fautori del voto anticipato è persino comprensibile. Meglio ora che nel 2027, dicono. Meglio adesso, quando l’opposizione è ancora in cantiere e la maggioranza, pur malconcia, conserva un impianto riconoscibile. Meglio adesso che fra un anno, quando i nodi saranno più stretti, i rapporti interni più corrosi, la legge di bilancio più dolorosa, il malcontento più concreto. Meglio adesso che con una Forza Italia in rifacimento, una Lega in cerca di sé stessa, un elettorato stanco e una congiuntura economica che rischia di presentare il conto.
È il ragionamento di chi vuole anticipare il logorio. Ma il logorio, in politica, non si batte sempre d’astuzia. A volte ti segue fino al seggio.
C’è poi il contesto europeo, che non è un dettaglio ma un macigno. L’Italia resta appesa alla questione del deficit, alla procedura d’infrazione, all’obbligo di rientrare sotto soglie che non obbediscono né agli slogan né ai comizi. Se i margini di bilancio si assottigliano, la prossima manovra sarà un campo minato. E in quel campo minato il governo sa che dovrà muoversi con scarpe troppo leggere. Senza contare le pressioni internazionali, le spese per la difesa, le pretese degli alleati, le promesse da mantenere e i soldi che non bastano mai. Si capisce allora perché giugno appaia come l’ultima uscita prima del tunnel.
Ma proprio qui sta il punto. Un governo che ha fatto della stabilità la propria medaglia, che ha rivendicato la durata come una prova di serietà, che ha predicato la fine della stagione dei ribaltoni e dei tatticismi, come giustificherebbe una fuga alle urne? Con quale faccia direbbe agli elettori: vi avevo promesso di arrivare fino in fondo, ma preferisco tornare al voto prima che i problemi mi presentino il conto? La politica, d’accordo, vive anche di incoerenze. Però esiste una soglia oltre la quale l’incoerenza diventa confessione. E cioè: non comando più gli eventi, tento solo di precederli.
C’è anche un’altra ombra, più piccola ma non irrilevante: quella di Roberto Vannacci. Un voto anticipato servirebbe anche a togliergli tempo, fiato, organizzazione. A impedirgli di trasformare l’erosione di consensi a destra in una struttura politica più solida. Oggi raccoglierebbe poco. Domani, chissà. Anche questo entra nei conti di Palazzo. Perché il potere, prima ancora di battere i nemici, pensa a neutralizzare i rivali che gli crescono accanto.
E allora il 7 giugno appare per quello che è: non la data perfetta, ma la data meno imperfetta. Non il giorno del trionfo, ma il giorno in cui la paura del domani potrebbe sembrare più grande del rischio di oggi.
Giorgia Meloni lo sa. Sa che un’elezione anticipata potrebbe cogliere gli avversari di sorpresa. Ma sa pure che potrebbe trasformarsi in un boomerang. Sa che rompere la promessa di arrivare a fine legislatura sarebbe percepito come un tradimento. E gli elettori, quando si sentono usati come paracadute, non sempre aprono il paracadute a chi salta.
Per questo la domanda non è se convenga votare il 7 giugno. La domanda vera è un’altra: un leader che chiede il voto perché è forte, lo chiede per governare meglio. Un leader che lo chiede perché teme di diventare più debole, lo chiede per salvarsi. E gli italiani, prima o poi, la differenza la capiscono.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.