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Cannizzaro candidato a Sindaco di Reggio Calabria. Le chiacchiere di corridoio non fanno una linea politica.

Cannizzaro candidato a Sindaco di Reggio Calabria.  Le chiacchiere di corridoio non fanno una linea politica.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
In Italia c’è un vizio antico, miserabile e insieme irresistibile: scambiare il brusio per strategia, il corridoio per il Consiglio dei ministri, lo sfogo per una congiura, la vanità del retroscenista per la sostanza della politica. Basta una frase carpita al Transatlantico, due sospiri raccolti tra una poltrona e un caffè, ed ecco servito il romanzo: Giorgia Meloni assediata, la maggioranza che scricchiola, Forza Italia in subbuglio, addirittura la coalizione che medita chissà quale resa dei conti. È il trionfo dell’equivoco elevato a metodo.

Il caso di Francesco Cannizzaro appartiene esattamente a questa piccola liturgia dell’ingigantimento. Una chiacchierata da corridoio, riferita come fosse un manifesto politico. Uno sfogo privato, trattato come una deliberazione di partito. E infine il passaggio più meschino, il più provinciale: l’uso strumentale di quel colloquio per insinuare che la sua candidatura a sindaco di Reggio Calabria sarebbe un ripiego dell’ultima ora, un rifugio, quasi una fuga. No. Semplicemente, no.

Qui bisogna rimettere in fila i fatti, che hanno il difetto di essere meno eccitanti delle fantasticherie, ma anche il pregio di essere veri. La candidatura di Cannizzaro a Reggio Calabria non è nata ieri, non è figlia di una mattinata storta a Montecitorio, non è l’effetto di un malumore passeggero. È un’ipotesi costruita da mesi, maturata da parecchio tempo, discussa sul territorio, legata a una prospettiva politica precisa e non a un riflesso nervoso. Il resto è letteratura di seconda mano, e nemmeno delle migliori.

Si può essere d’accordo o no con Cannizzaro. Si può giudicarlo ambizioso, impaziente, perfino spregiudicato, come spesso sono i politici che hanno fiuto e non intendono marcire in anticamera. Ma una cosa è certa: trasformare una sua conversazione informale in un “segnale” ufficiale di Forza Italia o, peggio ancora, in una prova di imminente terremoto nella coalizione, significa fare non analisi politica ma teatro. Di quel teatro un po’ stanco che ha bisogno di retroscena gonfiati perché non sa più leggere la realtà.

E la realtà dice che dentro ogni maggioranza, soprattutto dopo una battuta d’arresto, si discute, si borbotta, si consiglia, si impreca. Accade nei partiti seri e in quelli improvvisati, nei governi forti e in quelli di passaggio. Ma soltanto chi non ha dimestichezza con la politica vera può credere che ogni lamento pronunciato a mezza voce equivalga a una linea. Se così fosse, l’Italia avrebbe venti governi al giorno e trenta crisi prima di cena.

Minzolini, che conosce bene il mestiere, sa perfettamente la differenza tra il colore di un corridoio e la sostanza di una decisione. Proprio per questo stupisce che una conversazione del genere venga rilanciata con il peso di una diagnosi politica generale. Perché un conto è raccontare l’aria che tira. Altro conto è vendere l’aria come tempesta. E qui siamo alla seconda fattispecie: il dettaglio diventa teorema, il frammento si fa sentenza, il retroscena pretende di valere più dei percorsi reali, delle decisioni già impostate, delle dinamiche territoriali che precedono di mesi il pettegolezzo romano.

C’è poi un aspetto quasi comico, se non fosse così rivelatore: l’eterna presunzione centralista per cui tutto nascerebbe e morirebbe nei corridoi di Montecitorio. Come se Reggio Calabria fosse una dependance del Transatlantico. Come se le candidature nelle città, soprattutto in città difficili, complesse, simboliche, si improvvisassero in base all’umore di una giornata parlamentare. È un vecchio vizio romano: credere che la provincia sia soltanto l’eco dei palazzi. Invece, qualche volta, succede il contrario. Succede che i territori abbiano una loro autonomia, una loro storia, una loro preparazione. E che una candidatura venga pensata molto prima che a Roma qualcuno decida di usarla come clava polemica.

La verità è meno romanzesca ma più solida. Cannizzaro non è il prodotto di uno smottamento improvviso, né il segno di una disfatta, né tantomeno il reduce di una delusione personale da convertire in corsa municipale. È un dirigente politico che da mesi coltiva una prospettiva su Reggio Calabria. Punto. Tutto il resto è un’aggiunta interessata: utile a chi vuole indebolirlo, utile a chi vuole insinuare che la sua scelta sia dettata dalla paura, utile a chi vuole trasformare una candidatura costruita nel tempo in una toppa cucita in fretta.

È una tecnica antica anche questa: delegittimare non nel merito, ma nel movente. Non si discute se Cannizzaro possa essere o no un buon candidato. No. Si insinua che arrivi lì perché “non vede futuro”, perché “scappa”, perché “ripiega”. Così si evita la politica e si pratica il piccolo sabotaggio psicologico. Il problema è che questo trucco funziona solo con chi non conosce i tempi, le interlocuzioni e il lavoro che stanno dietro a una candidatura vera.

Il giornalismo, quando dimentica la proporzione, diventa una fabbrica di ombre. E la politica, quando accetta di farsi leggere solo attraverso le ombre, finisce vittima della caricatura. Qui la proporzione è saltata. Uno sfogo è stato ingrandito fino a sembrare una mozione. Una conversazione è stata trattata come un documento. E una candidatura reale, preparata da tempo, è stata raccontata come il sottoprodotto di un malessere contingente. È un rovesciamento comodo, ma resta un rovesciamento.

Sarebbe più onesto dire questo: nel centrodestra, come in qualunque schieramento, esistono discussioni, insofferenze, suggerimenti divergenti. Ma da qui a dedurre che ogni frase di corridoio contenga la nuova strategia di partito o addirittura di coalizione passa la stessa distanza che c’è tra un bisbiglio e un voto parlamentare. Una distanza enorme, che il gusto del retroscena finge di non vedere.

Cannizzaro merita di essere giudicato per quello che farà e per quello che propone a Reggio Calabria, non per una caricatura costruita attorno a un colloquio raccolto al volo. Tutto il resto è il solito gioco italiano: prendere una mezza frase, gonfiarla, stirarla, torcerla e usarla come manganello. Funziona per un giorno, forse due. Poi arrivano i fatti. E i fatti, a differenza dei corridoi, hanno una memoria lunga.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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