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Il “difetto” della Costituzione? Funziona ancora. La lezione (scomoda) di Piazza Camagna

Il “difetto” della Costituzione? Funziona ancora. La lezione (scomoda) di Piazza Camagna

L'Editoriale di Luigi Palamara


Non è un premio, è un debito: se la magistratura scende in piazza e scopre di non essere odiata

Piazza Camagna smonta il circo: il “No” vince perché gli italiani hanno capito (e i politici no)

Basta slogan, ora servono i fatti: perché il 23 marzo non è una festa, ma un avvertimento 

Dalle piazze di Reggio Calabria arriva lo schiaffo alla politica dei palazzi: il "NO" non è un premio ai giudici, ma un’apertura di credito che impone serietà e autocritica.

Tra magistrati e cittadini cade il muro della diffidenza: a Piazza Camagna finisce l'era degli slogan e comincia quella, ben più difficile, della responsabilità condivisa.

Questo è un momento, raro, in cui un Paese smette di parlare per slogan e ricomincia a parlare sul serio.
Non nei palazzi. Non nei talk show. Ma nelle piazze.

A Piazza Camagna, a Reggio Calabria, è successo questo: magistrati che scendono tra la gente, cittadini che fanno domande, ragazzi che ascoltano, qualcuno che – finalmente – spiega. Non propaganda, ma parole. Non slogan, ma ragionamenti. E in Italia, di questi tempi, è già una notizia.

Il referendum si è chiuso con una vittoria del “NO”. Ma ridurre tutto a una vittoria sarebbe un errore. Perché non ha vinto qualcuno: ha vinto qualcosa.
Ha vinto, per una volta, il dubbio sull’urgenza. Ha vinto la diffidenza verso le riforme fatte in fretta. Ha vinto – parola ormai fuori moda – la prudenza.

Gli italiani, dice Giuseppe Lombardo, hanno capito. E forse è proprio questo che sorprende di più: che abbiano capito davvero. Che abbiano ascoltato, pesato, deciso. Che abbiano scelto di non toccare una Costituzione che non è un feticcio, ma nemmeno un giocattolo da smontare per vedere come funziona.

Perché la Costituzione italiana ha un difetto gravissimo: funziona ancora.
Funziona abbastanza da non poter essere maneggiata con leggerezza. Funziona abbastanza da obbligare chi la vuole cambiare a spiegare bene perché. E quando le spiegazioni non convincono, gli italiani – che non sono sempre distratti come si racconta – lo capiscono.

Ma attenzione: non è stata una assoluzione della giustizia. Nessuno, tra i magistrati, ha avuto il cattivo gusto di dirlo.
Anzi.

Giuseppe Lombardo lo ammette senza giri di parole: i problemi ci sono.
Il Procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli li elenca: struttura, organici, organizzazione.
Stefano Musolino va oltre: parla di responsabilità, di fiducia ricevuta e di fiducia da restituire.

E qui sta il punto.

Perché questo voto non è un premio. È un credito.

Gli italiani non hanno detto: “Va tutto bene”.
Hanno detto: “Non così”.
E nel farlo hanno consegnato alla magistratura una cosa pericolosissima: la fiducia.

Pericolosa, perché la fiducia è un debito che prima o poi si paga.

Musolino lo dice forte e chiaro: la gente – quella che non ha santi in paradiso, quella che non può permettersi avvocati di grido – ha bisogno di credere che esista ancora “un giudice a Berlino”.
È una frase antica, quasi retorica. Ma dentro c’è tutto: il bisogno elementare di giustizia.

E quel bisogno oggi è stato rinnovato, non risolto.

La magistratura ha fatto qualcosa che per anni non aveva fatto abbastanza: è uscita dai palazzi. Ha parlato. Ha spiegato. Ha ascoltato.
E, sorpresa, ha scoperto che i cittadini non la odiano.

Chiara Greco lo dice con una sincerità che vale più di mille analisi: “Non è vero che i cittadini ci odiano”.
È una scoperta semplice, quasi ingenua. Ma rivoluzionaria.

Perché il distacco tra istituzioni e cittadini non nasce dall’odio. Nasce dal silenzio.

Quando non si parla, si immagina.
E quando si immagina, si diffida.

E invece, quando si torna a spiegare, succede una cosa banale: la gente capisce. Anche le cose complesse. Forse soprattutto quelle.

E allora la domanda vera non è cosa sia successo il 23 marzo.
La domanda vera è: durerà?

Perché le piazze sono facili quando c’è una battaglia. Più difficili quando c’è da amministrare il quotidiano.
Più difficili quando bisogna correggere se stessi.

Borrelli lo ha detto con un proverbio che gli italiani capiscono benissimo: non si può buttare il bambino con l’acqua sporca.
Tradotto: il sistema va migliorato, non distrutto.

Ma migliorarlo significa fare ciò che in Italia si fa meno volentieri: riconoscere i propri errori.

Ed è qui che si gioca la partita vera. Non nel referendum che è finito, ma nella riforma che deve cominciare.

Perché il “no” non è un punto d’arrivo. È un punto di partenza.

E lo sanno anche i politici, almeno quelli che hanno perso.

Nicola Irto legge il voto come una bocciatura del governo, della sua arroganza, del suo modo di procedere senza ascoltare. Forse ha ragione. Forse no.
Ma anche qui il rischio è lo stesso: scambiare il voto per una vittoria propria.

Non lo è.

Gli italiani non hanno votato per qualcuno. Hanno votato contro qualcosa.
E chi non capisce questa differenza è destinato a perdere la prossima volta.

Perché il messaggio che esce da Piazza Camagna è semplice, brutale, quasi scomodo:
gli italiani, quando vogliono, capiscono.
E quando capiscono, decidono.

Hanno deciso di difendere la Costituzione.
Hanno deciso di fidarsi – ancora – della magistratura.
Hanno deciso di non accettare riforme che non li convincono.

Ma in cambio hanno chiesto una cosa sola: serietà.

Serietà nel cambiare ciò che non funziona.
Serietà nel restare indipendenti.
Serietà nel non tradire quella fiducia.

Ecco perché questa non è una giornata di festa.
È una giornata di responsabilità.

Per i magistrati, che dovranno dimostrare di meritare quella fiducia.
Per i politici, che dovranno imparare ad ascoltare prima di decidere.
Per tutti, perché la Costituzione non è un monumento da difendere a parole, ma uno strumento da far vivere nei fatti.

A Piazza Camagna non è finito niente.

È cominciato tutto.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

Intervista al Procuratore della DDA di Reggio Calabria Stefafano Musolino. Il “difetto” della Costituzione? Funziona ancora. La lezione (scomoda) di Piazza Camagna L'Editoriale di Luigi Palamara  Non è un premio, è un debito: se la magistratura scende in piazza e scopre di non essere odiata Piazza Camagna smonta il circo: il “No” vince perché gli italiani hanno capito (e i politici no) Basta slogan, ora servono i fatti: perché il 23 marzo non è una festa, ma un avvertimento  Dalle piazze di Reggio Calabria arriva lo schiaffo alla politica dei palazzi: il "NO" non è un premio ai giudici, ma un’apertura di credito che impone serietà e autocritica. Tra magistrati e cittadini cade il muro della diffidenza: a Piazza Camagna finisce l'era degli slogan e comincia quella, ben più difficile, della responsabilità condivisa. Questo è un momento, raro, in cui un Paese smette di parlare per slogan e ricomincia a parlare sul serio. Non nei palazzi. Non nei talk show. Ma nelle piazze. A Piazza Camagna, a Reggio Calabria, è successo questo: magistrati che scendono tra la gente, cittadini che fanno domande, ragazzi che ascoltano, qualcuno che – finalmente – spiega. Non propaganda, ma parole. Non slogan, ma ragionamenti. E in Italia, di questi tempi, è già una notizia. Il referendum si è chiuso con una vittoria del “NO”. Ma ridurre tutto a una vittoria sarebbe un errore. Perché non ha vinto qualcuno: ha vinto qualcosa. Ha vinto, per una volta, il dubbio sull’urgenza. Ha vinto la diffidenza verso le riforme fatte in fretta. Ha vinto – parola ormai fuori moda – la prudenza. Gli italiani, dice Giuseppe Lombardo, hanno capito. E forse è proprio questo che sorprende di più: che abbiano capito davvero. Che abbiano ascoltato, pesato, deciso. Che abbiano scelto di non toccare una Costituzione che non è un feticcio, ma nemmeno un giocattolo da smontare per vedere come funziona. Perché la Costituzione italiana ha un difetto gravissimo: funziona ancora. Funziona abbastanza da non poter essere maneggiata con leggerezza. Funziona abbastanza da obbligare chi la vuole cambiare a spiegare bene perché. E quando le spiegazioni non convincono, gli italiani – che non sono sempre distratti come si racconta – lo capiscono. Ma attenzione: non è stata una assoluzione della giustizia. Nessuno, tra i magistrati, ha avuto il cattivo gusto di dirlo. Anzi. Giuseppe Lombardo lo ammette senza giri di parole: i problemi ci sono. Il Procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli li elenca: struttura, organici, organizzazione. Stefano Musolino va oltre: parla di responsabilità, di fiducia ricevuta e di fiducia da restituire. E qui sta il punto. Perché questo voto non è un premio. È un credito. Gli italiani non hanno detto: “Va tutto bene”. Hanno detto: “Non così”. E nel farlo hanno consegnato alla magistratura una cosa pericolosissima: la fiducia. Pericolosa, perché la fiducia è un debito che prima o poi si paga. Musolino lo dice forte e chiaro: la gente – quella che non ha santi in paradiso, quella che non può permettersi avvocati di grido – ha bisogno di credere che esista ancora “un giudice a Berlino”. È una frase antica, quasi retorica. Ma dentro c’è tutto: il bisogno elementare di giustizia. E quel bisogno oggi è stato rinnovato, non risolto. La magistratura ha fatto qualcosa che per anni non aveva fatto abbastanza: è uscita dai palazzi. Ha parlato. Ha spiegato. Ha ascoltato. E, sorpresa, ha scoperto che i cittadini non la odiano. Chiara Greco lo dice con una sincerità che vale più di mille analisi: “Non è vero che i cittadini ci odiano”. È una scoperta semplice, quasi ingenua. Ma rivoluzionaria. Perché il distacco tra istituzioni e cittadini non nasce dall’odio. Nasce dal silenzio. Quando non si parla, si immagina. E quando si immagina, si diffida. E invece, quando si torna a spiegare, succede una cosa banale: la gente capisce. Anche le cose complesse. Forse soprattutto quelle. E allora la domanda vera non è cosa sia successo il 23 marzo. La d

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Intervista al Procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli. Il “difetto” della Costituzione? Funziona ancora. La lezione (scomoda) di Piazza Camagna L'Editoriale di Luigi Palamara Non è un premio, è un debito: se la magistratura scende in piazza e scopre di non essere odiata Piazza Camagna smonta il circo: il “No” vince perché gli italiani hanno capito (e i politici no) Basta slogan, ora servono i fatti: perché il 23 marzo non è una festa, ma un avvertimento Dalle piazze di Reggio Calabria arriva lo schiaffo alla politica dei palazzi: il "NO" non è un premio ai giudici, ma un’apertura di credito che impone serietà e autocritica. Tra magistrati e cittadini cade il muro della diffidenza: a Piazza Camagna finisce l'era degli slogan e comincia quella, ben più difficile, della responsabilità condivisa. Questo è un momento, raro, in cui un Paese smette di parlare per slogan e ricomincia a parlare sul serio. Non nei palazzi. Non nei talk show. Ma nelle piazze. A Piazza Camagna, a Reggio Calabria, è successo questo: magistrati che scendono tra la gente, cittadini che fanno domande, ragazzi che ascoltano, qualcuno che – finalmente – spiega. Non propaganda, ma parole. Non slogan, ma ragionamenti. E in Italia, di questi tempi, è già una notizia. Il referendum si è chiuso con una vittoria del “NO”. Ma ridurre tutto a una vittoria sarebbe un errore. Perché non ha vinto qualcuno: ha vinto qualcosa. Ha vinto, per una volta, il dubbio sull’urgenza. Ha vinto la diffidenza verso le riforme fatte in fretta. Ha vinto – parola ormai fuori moda – la prudenza. Gli italiani, dice Giuseppe Lombardo, hanno capito. E forse è proprio questo che sorprende di più: che abbiano capito davvero. Che abbiano ascoltato, pesato, deciso. Che abbiano scelto di non toccare una Costituzione che non è un feticcio, ma nemmeno un giocattolo da smontare per vedere come funziona. Perché la Costituzione italiana ha un difetto gravissimo: funziona ancora. Funziona abbastanza da non poter essere maneggiata con leggerezza. Funziona abbastanza da obbligare chi la vuole cambiare a spiegare bene perché. E quando le spiegazioni non convincono, gli italiani – che non sono sempre distratti come si racconta – lo capiscono. Ma attenzione: non è stata una assoluzione della giustizia. Nessuno, tra i magistrati, ha avuto il cattivo gusto di dirlo. Anzi. Giuseppe Lombardo lo ammette senza giri di parole: i problemi ci sono. Il Procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli li elenca: struttura, organici, organizzazione. Stefano Musolino va oltre: parla di responsabilità, di fiducia ricevuta e di fiducia da restituire. E qui sta il punto. Perché questo voto non è un premio. È un credito. Gli italiani non hanno detto: “Va tutto bene”. Hanno detto: “Non così”. E nel farlo hanno consegnato alla magistratura una cosa pericolosissima: la fiducia. Pericolosa, perché la fiducia è un debito che prima o poi si paga. Musolino lo dice forte e chiaro: la gente – quella che non ha santi in paradiso, quella che non può permettersi avvocati di grido – ha bisogno di credere che esista ancora “un giudice a Berlino”. È una frase antica, quasi retorica. Ma dentro c’è tutto: il bisogno elementare di giustizia. E quel bisogno oggi è stato rinnovato, non risolto. La magistratura ha fatto qualcosa che per anni non aveva fatto abbastanza: è uscita dai palazzi. Ha parlato. Ha spiegato. Ha ascoltato. E, sorpresa, ha scoperto che i cittadini non la odiano. Chiara Greco lo dice con una sincerità che vale più di mille analisi: “Non è vero che i cittadini ci odiano”. È una scoperta semplice, quasi ingenua. Ma rivoluzionaria. Perché il distacco tra istituzioni e cittadini non nasce dall’odio. Nasce dal silenzio. Quando non si parla, si immagina. E quando si immagina, si diffida. E invece, quando si torna a spiegare, succede una cosa banale: la gente capisce. Anche le cose complesse. Forse soprattutto quelle. E allora la domanda vera non è cosa sia successo il 23 marzo. La domanda vera è: durerà? Perché le piazze sono facili quando c’è una battaglia. Più

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Intervista al Procuratore Giuseppe Lombardo. Il “difetto” della Costituzione? Funziona ancora. La lezione (scomoda) di Piazza Camagna L'Editoriale di Luigi Palamara Non è un premio, è un debito: se la magistratura scende in piazza e scopre di non essere odiata Piazza Camagna smonta il circo: il “No” vince perché gli italiani hanno capito (e i politici no) Basta slogan, ora servono i fatti: perché il 23 marzo non è una festa, ma un avvertimento Dalle piazze di Reggio Calabria arriva lo schiaffo alla politica dei palazzi: il "NO" non è un premio ai giudici, ma un’apertura di credito che impone serietà e autocritica. Tra magistrati e cittadini cade il muro della diffidenza: a Piazza Camagna finisce l'era degli slogan e comincia quella, ben più difficile, della responsabilità condivisa. Questo è un momento, raro, in cui un Paese smette di parlare per slogan e ricomincia a parlare sul serio. Non nei palazzi. Non nei talk show. Ma nelle piazze. A Piazza Camagna, a Reggio Calabria, è successo questo: magistrati che scendono tra la gente, cittadini che fanno domande, ragazzi che ascoltano, qualcuno che – finalmente – spiega. Non propaganda, ma parole. Non slogan, ma ragionamenti. E in Italia, di questi tempi, è già una notizia. Il referendum si è chiuso con una vittoria del “NO”. Ma ridurre tutto a una vittoria sarebbe un errore. Perché non ha vinto qualcuno: ha vinto qualcosa. Ha vinto, per una volta, il dubbio sull’urgenza. Ha vinto la diffidenza verso le riforme fatte in fretta. Ha vinto – parola ormai fuori moda – la prudenza. Gli italiani, dice Giuseppe Lombardo, hanno capito. E forse è proprio questo che sorprende di più: che abbiano capito davvero. Che abbiano ascoltato, pesato, deciso. Che abbiano scelto di non toccare una Costituzione che non è un feticcio, ma nemmeno un giocattolo da smontare per vedere come funziona. Perché la Costituzione italiana ha un difetto gravissimo: funziona ancora. Funziona abbastanza da non poter essere maneggiata con leggerezza. Funziona abbastanza da obbligare chi la vuole cambiare a spiegare bene perché. E quando le spiegazioni non convincono, gli italiani – che non sono sempre distratti come si racconta – lo capiscono. Ma attenzione: non è stata una assoluzione della giustizia. Nessuno, tra i magistrati, ha avuto il cattivo gusto di dirlo. Anzi. Giuseppe Lombardo lo ammette senza giri di parole: i problemi ci sono. Il Procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli li elenca: struttura, organici, organizzazione. Stefano Musolino va oltre: parla di responsabilità, di fiducia ricevuta e di fiducia da restituire. E qui sta il punto. Perché questo voto non è un premio. È un credito. Gli italiani non hanno detto: “Va tutto bene”. Hanno detto: “Non così”. E nel farlo hanno consegnato alla magistratura una cosa pericolosissima: la fiducia. Pericolosa, perché la fiducia è un debito che prima o poi si paga. Musolino lo dice forte e chiaro: la gente – quella che non ha santi in paradiso, quella che non può permettersi avvocati di grido – ha bisogno di credere che esista ancora “un giudice a Berlino”. È una frase antica, quasi retorica. Ma dentro c’è tutto: il bisogno elementare di giustizia. E quel bisogno oggi è stato rinnovato, non risolto. La magistratura ha fatto qualcosa che per anni non aveva fatto abbastanza: è uscita dai palazzi. Ha parlato. Ha spiegato. Ha ascoltato. E, sorpresa, ha scoperto che i cittadini non la odiano. Chiara Greco lo dice con una sincerità che vale più di mille analisi: “Non è vero che i cittadini ci odiano”. È una scoperta semplice, quasi ingenua. Ma rivoluzionaria. Perché il distacco tra istituzioni e cittadini non nasce dall’odio. Nasce dal silenzio. Quando non si parla, si immagina. E quando si immagina, si diffida. E invece, quando si torna a spiegare, succede una cosa banale: la gente capisce. Anche le cose complesse. Forse soprattutto quelle. E allora la domanda vera non è cosa sia successo il 23 marzo. La domanda vera è: durerà? Perché le piazze sono facili quando c’è una battaglia. Più difficili quando

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Intervista alla Procuratrice Chiara Greco. Il “difetto” della Costituzione? Funziona ancora. La lezione (scomoda) di Piazza Camagna L'Editoriale di Luigi Palamara Non è un premio, è un debito: se la magistratura scende in piazza e scopre di non essere odiata Piazza Camagna smonta il circo: il “No” vince perché gli italiani hanno capito (e i politici no) Basta slogan, ora servono i fatti: perché il 23 marzo non è una festa, ma un avvertimento Dalle piazze di Reggio Calabria arriva lo schiaffo alla politica dei palazzi: il "NO" non è un premio ai giudici, ma un’apertura di credito che impone serietà e autocritica. Tra magistrati e cittadini cade il muro della diffidenza: a Piazza Camagna finisce l'era degli slogan e comincia quella, ben più difficile, della responsabilità condivisa. Questo è un momento, raro, in cui un Paese smette di parlare per slogan e ricomincia a parlare sul serio. Non nei palazzi. Non nei talk show. Ma nelle piazze. A Piazza Camagna, a Reggio Calabria, è successo questo: magistrati che scendono tra la gente, cittadini che fanno domande, ragazzi che ascoltano, qualcuno che – finalmente – spiega. Non propaganda, ma parole. Non slogan, ma ragionamenti. E in Italia, di questi tempi, è già una notizia. Il referendum si è chiuso con una vittoria del “NO”. Ma ridurre tutto a una vittoria sarebbe un errore. Perché non ha vinto qualcuno: ha vinto qualcosa. Ha vinto, per una volta, il dubbio sull’urgenza. Ha vinto la diffidenza verso le riforme fatte in fretta. Ha vinto – parola ormai fuori moda – la prudenza. Gli italiani, dice Giuseppe Lombardo, hanno capito. E forse è proprio questo che sorprende di più: che abbiano capito davvero. Che abbiano ascoltato, pesato, deciso. Che abbiano scelto di non toccare una Costituzione che non è un feticcio, ma nemmeno un giocattolo da smontare per vedere come funziona. Perché la Costituzione italiana ha un difetto gravissimo: funziona ancora. Funziona abbastanza da non poter essere maneggiata con leggerezza. Funziona abbastanza da obbligare chi la vuole cambiare a spiegare bene perché. E quando le spiegazioni non convincono, gli italiani – che non sono sempre distratti come si racconta – lo capiscono. Ma attenzione: non è stata una assoluzione della giustizia. Nessuno, tra i magistrati, ha avuto il cattivo gusto di dirlo. Anzi. Giuseppe Lombardo lo ammette senza giri di parole: i problemi ci sono. Il Procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli li elenca: struttura, organici, organizzazione. Stefano Musolino va oltre: parla di responsabilità, di fiducia ricevuta e di fiducia da restituire. E qui sta il punto. Perché questo voto non è un premio. È un credito. Gli italiani non hanno detto: “Va tutto bene”. Hanno detto: “Non così”. E nel farlo hanno consegnato alla magistratura una cosa pericolosissima: la fiducia. Pericolosa, perché la fiducia è un debito che prima o poi si paga. Musolino lo dice forte e chiaro: la gente – quella che non ha santi in paradiso, quella che non può permettersi avvocati di grido – ha bisogno di credere che esista ancora “un giudice a Berlino”. È una frase antica, quasi retorica. Ma dentro c’è tutto: il bisogno elementare di giustizia. E quel bisogno oggi è stato rinnovato, non risolto. La magistratura ha fatto qualcosa che per anni non aveva fatto abbastanza: è uscita dai palazzi. Ha parlato. Ha spiegato. Ha ascoltato. E, sorpresa, ha scoperto che i cittadini non la odiano. Chiara Greco lo dice con una sincerità che vale più di mille analisi: “Non è vero che i cittadini ci odiano”. È una scoperta semplice, quasi ingenua. Ma rivoluzionaria. Perché il distacco tra istituzioni e cittadini non nasce dall’odio. Nasce dal silenzio. Quando non si parla, si immagina. E quando si immagina, si diffida. E invece, quando si torna a spiegare, succede una cosa banale: la gente capisce. Anche le cose complesse. Forse soprattutto quelle. E allora la domanda vera non è cosa sia successo il 23 marzo. La domanda vera è: durerà? Perché le piazze sono facili quando c’è una battaglia. Più difficili quando c’è

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Intervista al Senatore del PD Nicola Irto. Il “difetto” della Costituzione? Funziona ancora. La lezione (scomoda) di Piazza Camagna L'Editoriale di Luigi Palamara Non è un premio, è un debito: se la magistratura scende in piazza e scopre di non essere odiata Piazza Camagna smonta il circo: il “No” vince perché gli italiani hanno capito (e i politici no) Basta slogan, ora servono i fatti: perché il 23 marzo non è una festa, ma un avvertimento Dalle piazze di Reggio Calabria arriva lo schiaffo alla politica dei palazzi: il "NO" non è un premio ai giudici, ma un’apertura di credito che impone serietà e autocritica. Tra magistrati e cittadini cade il muro della diffidenza: a Piazza Camagna finisce l'era degli slogan e comincia quella, ben più difficile, della responsabilità condivisa. Questo è un momento, raro, in cui un Paese smette di parlare per slogan e ricomincia a parlare sul serio. Non nei palazzi. Non nei talk show. Ma nelle piazze. A Piazza Camagna, a Reggio Calabria, è successo questo: magistrati che scendono tra la gente, cittadini che fanno domande, ragazzi che ascoltano, qualcuno che – finalmente – spiega. Non propaganda, ma parole. Non slogan, ma ragionamenti. E in Italia, di questi tempi, è già una notizia. Il referendum si è chiuso con una vittoria del “NO”. Ma ridurre tutto a una vittoria sarebbe un errore. Perché non ha vinto qualcuno: ha vinto qualcosa. Ha vinto, per una volta, il dubbio sull’urgenza. Ha vinto la diffidenza verso le riforme fatte in fretta. Ha vinto – parola ormai fuori moda – la prudenza. Gli italiani, dice Giuseppe Lombardo, hanno capito. E forse è proprio questo che sorprende di più: che abbiano capito davvero. Che abbiano ascoltato, pesato, deciso. Che abbiano scelto di non toccare una Costituzione che non è un feticcio, ma nemmeno un giocattolo da smontare per vedere come funziona. Perché la Costituzione italiana ha un difetto gravissimo: funziona ancora. Funziona abbastanza da non poter essere maneggiata con leggerezza. Funziona abbastanza da obbligare chi la vuole cambiare a spiegare bene perché. E quando le spiegazioni non convincono, gli italiani – che non sono sempre distratti come si racconta – lo capiscono. Ma attenzione: non è stata una assoluzione della giustizia. Nessuno, tra i magistrati, ha avuto il cattivo gusto di dirlo. Anzi. Giuseppe Lombardo lo ammette senza giri di parole: i problemi ci sono. Il Procuratore della Repubblica Giuseppe Borrelli li elenca: struttura, organici, organizzazione. Stefano Musolino va oltre: parla di responsabilità, di fiducia ricevuta e di fiducia da restituire. E qui sta il punto. Perché questo voto non è un premio. È un credito. Gli italiani non hanno detto: “Va tutto bene”. Hanno detto: “Non così”. E nel farlo hanno consegnato alla magistratura una cosa pericolosissima: la fiducia. Pericolosa, perché la fiducia è un debito che prima o poi si paga. Musolino lo dice forte e chiaro: la gente – quella che non ha santi in paradiso, quella che non può permettersi avvocati di grido – ha bisogno di credere che esista ancora “un giudice a Berlino”. È una frase antica, quasi retorica. Ma dentro c’è tutto: il bisogno elementare di giustizia. E quel bisogno oggi è stato rinnovato, non risolto. La magistratura ha fatto qualcosa che per anni non aveva fatto abbastanza: è uscita dai palazzi. Ha parlato. Ha spiegato. Ha ascoltato. E, sorpresa, ha scoperto che i cittadini non la odiano. Chiara Greco lo dice con una sincerità che vale più di mille analisi: “Non è vero che i cittadini ci odiano”. È una scoperta semplice, quasi ingenua. Ma rivoluzionaria. Perché il distacco tra istituzioni e cittadini non nasce dall’odio. Nasce dal silenzio. Quando non si parla, si immagina. E quando si immagina, si diffida. E invece, quando si torna a spiegare, succede una cosa banale: la gente capisce. Anche le cose complesse. Forse soprattutto quelle. E allora la domanda vera non è cosa sia successo il 23 marzo. La domanda vera è: durerà? Perché le piazze sono facili quando c’è una battaglia. Più difficili quando c’è

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