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La Costituzione non è un abito stagionale: il NO di chi non si lascia comprare.

La Costituzione non è un abito stagionale: il "NO" di chi non si lascia comprare.

IL MONITO DI CALAMANDREI E IL VOTO DI SOPRAVVIVENZA
Tra tentazioni autoritarie e sconti sulla benzina, il Paese reale sceglie la diga del "No" per difendere l'ultima promessa rimasta.

L'Editoriale di Luigi Palamara

Ci sono frasi che non andrebbero mai archiviate come cimeli polverosi. Andrebbero tenute sul tavolo, come un coltello affilato. “Il Governo stia lontano dalla Costituzione”, diceva Calamandrei. Non era un consiglio: era un avvertimento. Di quelli che si capiscono sempre troppo tardi.

E infatti è stato preso sottogamba. Liquidato come una raccomandazione d’altri tempi, buona per i libri di scuola e inutile per chi governa a colpi di slogan. Perché oggi la politica non studia: recita. Promette. Improvvisa. E soprattutto semplifica. Come se la Costituzione fosse un elettrodomestico difettoso da sostituire con un modello più alla moda.

Ma il popolo italiano, quando vuole, sa ancora distinguere tra un’idea e una furbizia. E stavolta ha deciso. Ha detto no. Non per eroismo, ma per istinto di conservazione. Perché ha fiutato il rischio: una deriva dagli esiti incerti, quando va bene. Catastrofici, quando si ha il coraggio di dirlo fino in fondo.

Certo, non facciamo i puri. Le sgrammaticature elettorali ci sono state da entrambe le parti. Il referendum, in Italia, è sempre un po’ una fiera di paese: chi urla di più, chi promette di più, chi spaventa meglio. Ma c’è una differenza tra convincere e comprare. Tra spiegare e ricattare.

E chi ha pensato di accompagnare i cittadini per mano — con venti centesimi di sconto sul carburante o con scenari apocalittici degni di un film di serie B — ha sbagliato mestiere. Non è politica: è marketing da saldo di fine stagione. E infatti è finita come finiscono i saldi: con la merce invenduta.

Nel frattempo, fuori dai comizi e dentro i palazzi, si accumulano episodi che non sono più nemmeno scandalosi. Sono imbarazzanti. Il caso Delmastro non è un incidente: è un sintomo. Di un potere che ha perso il pudore. Che non arrossisce più. Che si sente intoccabile.

Ma non lo è. Perché quando può, la gente bastona. Non sempre, non abbastanza, ma ogni tanto lo fa. E ogni tanto basta.

Il problema è che non dovrebbe essere “ogni tanto”. Dovrebbe essere sempre. Dovrebbe essere la regola, non l’eccezione. Un Paese serio non aspetta i tempi comodi del potente di turno. Lo costringe a fare un passo indietro. Subito. Senza trattative, senza teatrini.

Il voto di oggi, però, non risolve. Il NO non cambia nulla. È una diga, non una ricostruzione. Tiene fuori l’acqua, ma non sistema la casa. E la casa, diciamolo, ha bisogno di manutenzione. Di ordine. Di responsabilità.

Invece continuiamo a fare il contrario: cambiare prima e capire dopo. Come se si potesse smontare un motore senza sapere dove rimettere le mani. Come se bastasse sostituire un pezzo per far funzionare una macchina che non si è mai davvero voluta aggiustare.

Il ponte sullo Stretto è l’emblema perfetto: un giocattolo gigantesco in mezzo a macerie ben più reali. Umane, sociali, economiche. Ma quelle non fanno notizia. Non si inaugurano con le forbici.

Allora forse il punto è un altro. Non è la Costituzione che va cambiata. Sono le persone che la tradiscono ogni giorno. Il nepotismo, i favoritismi, la mediocrità travestita da merito: è lì che si annida il vero guasto.

E finché continueremo a parlare di riforme senza parlare di responsabilità, continueremo a girare a vuoto.

L’Italia non ha bisogno di una nuova Costituzione. Ha bisogno di una nuova coscienza. Di un’etica che non sia uno slogan e di una morale che non sia negoziabile.

Perché la Costituzione — questa Costituzione — non è un vestito da cambiare a ogni stagione. È una promessa. E le promesse, quando sono serie, non si riscrivono. Si rispettano.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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