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Referendum Giustizia, il nudo verdetto del "No": tra brindisi in piazza e l'allergia dei perdenti per Bella Ciao.

Referendum Giustizia, il nudo verdetto del "No": tra brindisi in piazza e l'allergia dei perdenti per Bella Ciao.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Perdere non autorizza al vittimismo, vincere non concede l'arroganza. Mentre la politica si accapiglia sui simboli, i fascicoli si accumulano: la vera sentenza non è nelle urne, ma nei tribunali che cadono a pezzi.


Questo è un momento, nella vita di una democrazia, in cui il rumore di fondo si dissolve e resta solo un dato nudo, semplice, quasi brutale: il risultato. Non le interpretazioni, non i retroscena, non le recriminazioni. Il risultato.

E il risultato, questa volta, è chiaro.

Il referendum sulla giustizia non ha vinto. O meglio: ha vinto il “No”. E con un margine che non lascia spazio a sofismi da talk show o a equilibrismi da salotto televisivo. Ha perso chi voleva cambiare, ha vinto chi ha detto “fermi tutti”. Punto.

Ora, in Italia, accade sempre la stessa cosa: chi perde si affretta a spiegare perché, in fondo, non ha perso davvero. Colpa dell’astensione. Colpa della disinformazione. Colpa del tempo, del clima, della distrazione. Colpa di tutto, tranne che degli elettori. Che però, nel frattempo, hanno votato.

E hanno deciso.

Poi ci sono le piazze. Quelle che scandalizzano sempre qualcuno. A Reggio Calabria, come altrove, si è brindato. C’erano sindacati, c’erano militanti, c’erano cittadini. C’era perfino qualche magistrato. Apriti cielo. Come se un magistrato, una volta tolta la toga, dovesse trasformarsi in un’ombra neutra, senza opinioni, senza emozioni, senza diritto a un bicchiere di vino.

Si è parlato di “goliardia”. E subito qualcuno ha storto il naso, come se la goliardia fosse una forma mascherata di eversione. Ma la goliardia, quella vera, è l’ironia di chi sa di aver vinto senza bisogno di insultare. È il sorriso, magari un po’ sfrontato, di chi festeggia. E festeggiare, in democrazia, non è un reato. È una conseguenza.

E poi, inevitabilmente, si arriva ai simboli. Alle parole, alle canzoni. Anche cantare “Bella ciao”, improvvisamente, sembra diventato un problema. C’è sempre qualcuno che si infastidisce, che storce il naso, che intravede chissà quale provocazione.

Ma qui il punto è più profondo. Perché “Bella ciao” non è proprietà privata di uno schieramento. Non è una bandiera di partito. È un pezzo di storia. È una memoria collettiva. È una canzone che si è cantata nelle scuole, nelle piazze, nelle ricorrenze, senza bisogno di chiedere permesso a nessuno.

Può non piacere. Certo. In democrazia si è liberi anche di essere infastiditi. Ma non si è liberi di riscrivere la storia a proprio uso e consumo. Non si può pretendere di archiviare ciò che ha contribuito a costruire l’identità di un Paese solo perché, oggi, non coincide con le proprie sensibilità politiche.

La storia non è un menù da cui scegliere cosa tenere e cosa scartare. È un’eredità. E le eredità, anche quando sono scomode, non si cancellano: si comprendono.

Certo, si può sempre discutere sui toni. Si deve, anzi. Perché vincere non autorizza all’arroganza. Ma perdere non autorizza al vittimismo.

Il punto, semmai, è un altro. Ed è più scomodo.

Questo risultato racconta un Paese che non si riconosce fino in fondo nelle battaglie che gli vengono proposte. Racconta una distanza, non solo politica ma culturale, tra chi governa e chi vive. E racconta, soprattutto, una verità che molti fingono di non vedere: la maggioranza, in Italia, è sempre relativa. Fragile. Condizionata dall’astensione, dalla sfiducia, dalla stanchezza.

Chi oggi governa lo fa con il mandato delle urne, ed è giusto che sia così. Ma guai a scambiare quel mandato per un’investitura totale, granitica, indiscutibile. Non lo è. Non lo è mai stato.

E allora, invece di accapigliarsi sulle piazze, sui brindisi o sulle canzoni, forse varrebbe la pena tornare alla sostanza. Alla giustizia, per esempio. Che non ha bisogno di slogan, né di bandiere. Ha bisogno di funzionare.

E per funzionare non servono solo riforme scritte bene. Servono persone. Organici completi. Tempi ragionevoli. Strutture che reggano il peso di ciò che promettono.

Perché la giustizia, quella vera, non si celebra nelle piazze. Si misura nei tribunali vuoti o pieni, nei fascicoli che si accumulano o si smaltiscono, nei cittadini che aspettano o che ottengono risposta.

Il resto è rumore.

E il rumore, prima o poi, passa.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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