Reggio o si rialza adesso, o si abitua a morire.
L'editoriale di Luigi Palamara
A Reggio
Calabria c’è una tragedia silenziosa che da anni viene raccontata con le parole
sbagliate. La chiamano crisi. La chiamano difficoltà. La chiamano fase
complicata. No. È una lenta emorragia civile. È una città che perde figli,
perde ambizione, perde centralità, perde perfino il riflesso della propria
dignità. E il peggio è che molti, ormai, a questa decadenza si sono abituati.
L’hanno trasformata in paesaggio. In abitudine. In alibi.
Per questo
l’iniziativa promossa da Reggio Futura, con la presenza forte e
politicamente riconoscibile della Lega, ha avuto un valore che va oltre
il merito del progetto. Ha rotto una cappa. Ha interrotto il rito stanco del
nulla. Ha rimesso al centro una parola che in questa città sembrava diventata
quasi oscena, perché troppo seria per essere pronunciata dai professionisti
della chiacchiera: lavoro.
Non il
lavoro evocato come formula da campagna elettorale. Non il lavoro ridotto a
slogan da palco. Ma il lavoro come architrave di una città che, senza
occupazione, senza impresa, senza prospettiva per i giovani, è destinata a
trasformarsi in una periferia sentimentale del proprio passato.
La sala
piena, si badi, non è stata una cartolina. È stata una sentenza. Perché quando
una città accorre così numerosa a un appuntamento politico, vuol dire che sotto
la cenere cova ancora una fame di proposta, una rabbia compressa, una voglia di
sentirsi dire qualcosa che non sia il solito bollettino della rassegnazione. La
gente non è disamorata della politica. È nauseata dalla politica inutile.
Appena intravede un’idea, torna. Appena avverte che qualcuno prova almeno a
misurarsi con la realtà, ascolta.
Ed è
esattamente ciò che ha fatto Reggio Futura: ha messo il dito nella piaga
vera. Lo spopolamento. La fuga dei giovani. Il collasso demografico di una
città che forma ragazzi e li regala altrove come se fosse naturale,
inevitabile, quasi moderno. Ma non c’è nulla di moderno in un territorio che
istruisce e poi espelle. Questa non è modernità. È fallimento.
L’intervento
di Domenico Vecchio, presidente di Confindustria Reggio Calabria, ha
avuto il merito della schiettezza. Ha detto, senza infingimenti, che gli
imprenditori non hanno bisogno di elemosine pubbliche mascherate da politiche
sociali. Hanno bisogno di sviluppo, strumenti, pianificazione, condizioni per
investire. È una verità quasi brutale, ma finalmente qualcuno l’ha detta in una
città dove troppo spesso si confonde l’aiuto con la dipendenza, la politica
industriale con il favore, la crescita con la distribuzione di briciole. Ed è
stata altrettanto chiara la sua sottolineatura sul rapporto tra sanità pubblica
e sanità privata: chi continua a raccontare il privato come il male assoluto o
è in malafede o non ha capito in che condizioni versa questo territorio.
Poi è
arrivato Italo Palmara, e lì il discorso si è fatto più politico, più
preciso, più scomodo. Perché Palmara ha ricordato una cosa che a molti
disturba: le città non cadono dal cielo e non crollano da sole. Dietro le
stagioni di crescita o di decadenza ci sono governi, idee, incapacità, coraggio
o viltà. E allora i dati che ha richiamato diventano una clava contro
l’ipocrisia: c’è stata una stagione in cui Reggio aumentava i propri residenti,
e ce n’è stata un’altra in cui li ha persi a migliaia. Il resto sono
chiacchiere da salotto politico, buone per chi ha paura dei numeri perché i
numeri non si intimidiscono e non si addomesticano.
Palmara ha
fatto il lavoro più utile che possa fare oggi un soggetto civico serio: ha
studiato, ha comparato, ha chiamato la politica a misurarsi con i fatti. Questo
distingue un’iniziativa vera da una messa in scena. Reggio Futura, in
questa occasione, non è stata un’appendice ornamentale della politica. È stata
un motore. E questo va riconosciuto senza riserve.
L’intervento
di Domenico Furgiuele ha avuto il tono dell’appello militante, ma il suo
bersaglio era giusto. Perché quando ha detto che ogni ragazzo che parte non è
un numero in meno ma un pezzo di futuro che se ne va, ha pronunciato una verità
che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia responsabilità pubbliche. Una
città che perde i suoi giovani non perde solo braccia o cervelli: perde figli,
famiglie future, consumi futuri, imprese future, classi dirigenti future. Perde
il domani. E una politica che non sente il dovere di fermare questa fuga non è
semplicemente inefficace: è colpevole.
Anche la
presenza della senatrice Tilde Minasi ha avuto un peso preciso, non
cerimoniale. Ha allargato il discorso a un nodo decisivo che a Reggio viene
spesso aggirato: il disallineamento scandaloso tra formazione e lavoro, tra
competenze e bisogni reali, tra ciò che il territorio produce e ciò che il
mercato chiede. Qui si laureano giovani, si diplomano ragazzi, si racconta loro
la favola dell’impegno, e poi li si consegna a un deserto di occasioni o a un
sistema che ancora troppo spesso funziona per conoscenze, intermediazioni,
lentezze, arretratezze. Minasi ha toccato un punto essenziale: non basta dire
ai giovani “restate”, se restare significa abbassare le ambizioni, adattarsi al
poco, invecchiare prima del tempo. Bisogna creare condizioni vere, non
prediche.
Ma il centro
politico della giornata, inutile fingere il contrario, è stato Giuseppe
Scopelliti.
Su
Scopelliti si possono scrivere libri, e infatti se ne sono scritti, nel bene e
nel male. Lo si può giudicare in cento modi. Lo si può discutere quanto si
vuole. Ma c’è una cosa che solo gli ottusi o i disonesti possono negare: a
Reggio, quando Scopelliti parla, la città ascolta. Ascolta perché lo ricorda.
Ascolta perché lo associa a una stagione. Ascolta perché, nel deserto di figure
davvero capaci di imprimere un segno politico, il suo peso resta intatto.
La sua
presenza all’incontro non è stata folclore, non è stata nostalgia, non è stata
l’evocazione malinconica di un tempo andato. È stata politica. Politica nel
senso più nobile e più raro del termine: capacità di prendere un problema
reale, dargli forma, indicare una direzione, proporre una soluzione. Non una
battuta. Non un rancore. Non un regolamento di conti. Una proposta.
Ed è qui che
il contributo di Scopelliti va riconosciuto fino in fondo e senza timidità. Ha
fatto ciò che la politica reggina non fa da anni: ha rimesso i dati al centro
del ragionamento e li ha trasformati in agenda. Ha parlato dello spopolamento
non come di un destino cinico e baro, ma come di un problema da aggredire. Ha
richiamato Obiettivo Occupazione non come un feticcio nostalgico, ma
come la prova che, quando c’è una visione, le amministrazioni possono incidere
davvero. E soprattutto ha mostrato una cosa che in questa città fa paura a
molti: che la politica non è morta, semplicemente è stata abbandonata da troppi
mediocri.
Il progetto
illustrato — articolato tra occupazione giovanile, sostegno a chi è vicino alla
pensione, alta formazione, inclusione socio-lavorativa, rafforzamento dei
servizi assistenziali e sociosanitari — ha il pregio di non essere una promessa
vuota. Può piacere o non piacere. Può essere discusso, corretto, affinato. Ma
esiste. Ha gambe, cifre, destinatari, impianto. E già questo, in una città
sprofondata nella parola inconcludente, è quasi rivoluzionario.
Certo,
adesso arriveranno i professionisti del sospetto, i burocrati del sarcasmo, i
trafficanti del “non si può fare”, gli stessi che non fanno nulla ma sanno
sempre spiegare perché nulla si debba fare. Arriveranno quelli che hanno
passato anni a giustificare il declino e che improvvisamente riscopriranno il
rigore contabile per bocciare qualsiasi iniziativa che non parta da loro.
Arriveranno, perché arrivano sempre. In ogni città che si sveglia, c’è sempre
una piccola corporazione del sonno che si sente minacciata.
Ma la verità
è che questo progetto ha già colpito nel segno per una ragione semplicissima:
ha costretto tutti a tornare sul terreno delle idee. E su quel terreno Scopelliti
continua a muoversi con una naturalezza che altri non hanno. Non perché sia
infallibile. Non perché il passato cancelli tutto o assolva tutto. Ma perché ha
ancora una dote che in politica vale più di cento slogan: sa leggere la città,
sa parlare alla città, sa trasformare un’intuizione in una piattaforma
pubblica.
Il passaggio
sull’inclusione di detenuti ed ex detenuti, poi, merita di essere sottratto
alla meschinità delle facili caricature. In una terra che troppo spesso usa la
legalità come parola da convegno e poi si disinteressa di tutto ciò che viene
dopo la pena, l’idea di un reinserimento attraverso il lavoro è una scelta
seria. Non buonista. Seria. Perché lo Stato e la politica, se vogliono essere
forti, non possono limitarsi a punire: devono anche saper recuperare chi può
essere recuperato. Altrimenti non costruiscono sicurezza, amministrano soltanto
scarti umani.
Il
collegamento con Claudio Durigon, pur breve, ha confermato la linea: il
lavoro non si sostituisce con l’assistenzialismo. Punto. È una formula che può
sembrare ruvida, ma è il cuore del problema meridionale. Per troppi anni il Sud
è stato trattato come una questione sociale da sedare, non come una questione
nazionale da rilanciare. Sussidi, toppe, pannicelli caldi, paternalismo.
Risultato: territori sempre più deboli, classi dirigenti sempre più
deresponsabilizzate, cittadini sempre più sfiduciati. Dire che il lavoro si
crea con il lavoro e non con la dipendenza è, finalmente, un atto di igiene
politica.
Naturalmente,
nessuno pensi che basti un convegno, una sala piena, una batteria di interventi
e un titolo azzeccato per cambiare il destino di Reggio. Sarebbe infantile. Le
città non si salvano in un pomeriggio. Ma possono cominciare a salvarsi quando
qualcuno ha il coraggio di rompere il racconto della loro impotenza. E qui è
accaduto proprio questo.
Reggio
Futura ha fatto
quello che un soggetto civico degno di questo nome deve fare: ha studiato un
problema, ha costruito un’iniziativa, ha messo insieme competenze,
rappresentanze e politica, ha scelto di non limitarsi alla lamentazione. La Lega
ha avuto il merito di dare a questo percorso una sponda politica chiara, senza
nascondersi e senza giocare di rimessa. E Giuseppe Scopelliti ha fatto
pesare, in modo costruttivo, la sua esperienza, il suo bagaglio di idee, la sua
capacità di alzare il livello del discorso.
Il punto,
adesso, è uno solo: chi sta dall’altra parte ha qualcosa di meglio da opporre?
Non una smorfia, non una battuta, non un dossier di risentimenti. Qualcosa di
meglio. Un’idea. Un progetto. Una visione. Perché se non ce l’ha, allora
farebbe bene almeno a tacere e a riconoscere che, finalmente, qualcuno ha avuto
il coraggio di rimettere sul tavolo la sola questione che conta: come impedire
che Reggio continui a svuotarsi e a marcire nella sua malinconia.
Questa città
non ha bisogno di nuovi alibi. Ne ha avuti anche troppi. Non ha bisogno di
amministratori del tramonto. Non ha bisogno di professionisti della
giustificazione. Ha bisogno di politica vera, di idee verificabili, di classi
dirigenti che si assumano il rischio delle scelte.
Per questo
l’iniziativa va salutata per ciò che è: un fatto politico serio, forse
il più serio emerso da tempo nel dibattito cittadino. E per questo la presenza
di Scopelliti non va letta come un ritorno di immagine, ma come
l’irruzione, finalmente costruttiva, di una leadership che continua a produrre
pensiero politico, proposta, direzione.
Il resto
verrà dopo. I dettagli, le polemiche, le verifiche, le traduzioni
amministrative. Tutto giusto. Tutto necessario. Ma intanto una cosa è accaduta,
ed è accaduta davvero: per qualche ora, a Reggio Calabria, la politica ha
smesso di essere un mestiere di piccolo cabotaggio ed è tornata a sembrare ciò
che dovrebbe sempre essere.
Una sfida al
declino.
E in una
città che rischia di abituarsi a morire, non è poco. È già moltissimo.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontano
@luigi.palamara Reggio Calabria, Scopelliti: “La politica torni a parlare di futuro e di giovani” Luigi Palamaramarzo 07, 2026 Reggio Calabria, Scopelliti: “La politica torni a parlare di futuro e di giovani” di Luigi Palamara  REGGIO CALABRIA – Una sala gremita, un clima di attenzione che da tempo non si respirava in incontri politici cittadini. Nella sede di Confindustria, sabato 7 marzo 2026, l’ex sindaco di Reggio Calabria ed ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti torna a parlare alla città e lo fa con un messaggio chiaro: riportare il dibattito politico sui contenuti e sulle prospettive. «È da anni che non vedevo una sala così», osserva all’inizio dell’incontro. «Questo significa che qualcosa di bello sta accadendo nella politica. C’è voglia di confrontarsi e di parlare dei problemi veri». Il tema centrale del suo intervento è il livello del confronto pubblico. Per Scopelliti i cittadini sono stanchi delle polemiche e degli scontri personali. «La gente non vuole più sentire offese, calunnie o recriminazioni. Vuole una politica capace di intervenire e di risolvere i problemi». Tra i nodi più urgenti c’è quello demografico. L’ex governatore richiama un dato che fotografa con chiarezza il momento della città: «Rispetto al 2010 Reggio Calabria ha circa 17 mila abitanti in meno. In gran parte sono giovani che sono andati via per costruirsi un futuro altrove. È un’emorragia che dobbiamo fermare». Scopelliti chiarisce subito la sua posizione: «Non sono candidato a nulla». Ma ribadisce il suo impegno nel sostenere il percorso politico del centrodestra cittadino, come aveva già annunciato nell’ottobre del 2023 in Piazza Duomo. «Io sosterrò la campagna e le iniziative del centrodestra – spiega – ma soprattutto voglio mettere a disposizione alcune idee che possono aiutare la città». Idee che, secondo l’ex sindaco, possono trovare concretezza nelle risorse già esistenti. Il riferimento è al cosiddetto Decreto Reggio, che prevede fondi destinati agli enti locali. «Ci sono quasi 200 milioni di euro disponibili – sottolinea –. Bisogna avere la capacità di andare a prenderli e utilizzarli per creare occupazione, sviluppo e ricchezza sul territorio». Un meccanismo che Scopelliti ricorda di aver già sperimentato durante la sua esperienza amministrativa. «Quando ero sindaco andavo a Roma, quelle somme venivano riscritte in bilancio e poi impegnate. È da lì che bisogna ripartire». Nel corso dell’incontro non manca un riferimento all’attualità amministrativa della città. Scopelliti saluta infatti l’iniziativa dell’amministrazione comunale sui bandi presentati nelle ultime ore, sottolineando come su alcuni temi serva uno sforzo condiviso. «Tutti dobbiamo lavorare per dare ai nostri giovani una prospettiva e per costruire un percorso di rinascita per la città», afferma. Le proposte illustrate si inseriscono in un quadro politico più ampio che guarda al centrodestra reggino. Scopelliti richiama il lavoro dell’onorevole Francesco Cannizzaro, che ha tracciato alcune linee guida per il futuro della città. «Le nostre idee si incastrano perfettamente con quel percorso». Quello presentato a Confindustria è solo il primo passo. «Un secondo progetto lo presenteremo tra una ventina di giorni», annuncia, spiegando che si tratta di iniziative che potrebbero diventare azioni concrete già nei primi cento giorni di governo. Ma il passaggio più politico arriva quando l’ex presidente della Regione invita a cambiare tono nel confronto pubblico. «Questa è la politica che interessa ai cittadini – afferma –. La gente non vuole sentire parlare di insulti o polemiche personali. Vuole sapere cosa si fa per la città». Pur definendosi «quasi un intruso», Scopelliti rivendica il legame con Reggio Calabria. «Sono maledettamente innamorato della mia città. Per questo ho pensato di mettere in campo alcune idee che sono state condivise da movimenti e forze politiche e che oggi proponiamo ai cittadini». Il ragionamento si chiude con un richiamo alla
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@luigi.palamara Reggio Calabria, la politica che ha smesso di pensare L'Editoriale di Luigi Palamara Una malattia che negli ultimi anni ha colpito la politica italiana. Non è la corruzione — quella purtroppo è antica quanto il potere — e non è nemmeno l’incompetenza, che pure abbonda. La vera malattia è la rinuncia al pensiero. La politica non pensa più. Reagisce. Strilla. Pubblica post. Ma non pensa. Per questo, quando qualcuno prova a parlare di progetti invece che di polemiche, l’evento diventa quasi insolito. È accaduto a Reggio Calabria, nella sede di Confindustria, dove Giuseppe Scopelliti — già sindaco della città e presidente della Regione Calabria — ha messo sul tavolo una proposta concreta per il futuro della città. E lo ha fatto partendo da una premessa che la politica dovrebbe imparare a ripetere ogni mattina davanti allo specchio: la democrazia non sta bene. Quando alle elezioni vota il 40 o il 42 per cento degli aventi diritto, non è una fisiologica flessione. È il segnale di una crisi profonda. È la dimostrazione che la politica non è più percepita come utile. Non attira, non convince, non rappresenta. E nei territori fragili — come molte realtà del Sud — quando la politica perde autorevolezza, lo spazio viene occupato da altre logiche. Non sempre limpide. È da qui che Scopelliti ha iniziato il suo ragionamento. Non con un attacco agli avversari. Non con il solito comunicato polemico. Anzi, ha detto esplicitamente che quella stagione della politica — fatta di dichiarazioni rabbiose per compiacere le tifoserie — non serve più a nulla. Serve solo a soddisfare “la pancia dei tifosi”, non i bisogni dei cittadini. E così ha provato a fare qualcosa che oggi sembra quasi rivoluzionario: parlare di un progetto. Prima però ha ricordato il contesto. E i numeri, quando sono veri, hanno una crudeltà che nessuna propaganda riesce a coprire. Tra il 2002 e il 2012, durante quella che molti a Reggio chiamano ancora “la stagione del modello Reggio”, la città era cresciuta di 6.184 residenti. Non un miracolo, ma un segnale di vitalità. Poi il vento è cambiato. Tra il 2014 e il 2023 Reggio Calabria ha perso circa 14 mila abitanti. La popolazione è scesa da 186 mila a 169 mila residenti. Tradotto: migliaia di persone — soprattutto giovani — hanno fatto le valigie. Non è solo un dato demografico. È un’emorragia di intelligenza, di energie, di futuro. Chi fa politica, ha detto Scopelliti, ha il dovere di leggere questi numeri e di trovare rimedi. Non può tirarsi indietro. In città come questa la politica deve occuparsi di tutto, perché se non lo fa lei non lo farà nessun altro. Da qui nasce la proposta presentata sabato: un progetto da circa 50 milioni di euro destinato a creare opportunità di lavoro e sviluppo. Qualcuno ha già provato a liquidarlo con la consueta ironia cinica: “Ma dove sono questi cinquanta milioni?”. La risposta è semplice. I fondi esistono. Sono previsti da una legge speciale e sono risorse destinate proprio alla città di Reggio Calabria. Non soldi immaginari, dunque, ma risorse che possono essere utilizzate immediatamente. Il progetto prevede poco più di mille opportunità di lavoro per una durata di 36 mesi. Non nasce dal nulla. Si ispira a una precedente esperienza amministrativa — “Obiettivo Occupazione” — che nei primi anni Duemila aveva creato opportunità lavorative per circa quindici anni. Un modello sperimentato che oggi viene ripensato e ampliato. La novità è la struttura del piano, articolato in quattro azioni diverse, perché il disagio sociale di una città non è mai uniforme. La prima azione riguarda l’occupazione giovanile. Destinatari: giovani disoccupati sotto i 35 anni. L’idea è semplice: dare una prima possibilità a chi oggi non ne ha nessuna. La seconda azione guarda invece a una categoria spesso dimenticata dalla politica: persone che si trovano a due o tre anni dalla pensione ma che hanno perso il lavoro e rischiano di rimanere sospese in un limbo sociale. Il meccanismo operativo è chi
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