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Reggio Calabria, Scopelliti riappare con 50 milioni (veri) e il piano per non far scappare i reggini

Reggio Calabria, la politica che ha smesso di pensare. 

L'Editoriale di Luigi Palamara 


C’è una malattia che negli ultimi anni ha colpito la politica italiana. Non è la corruzione — quella purtroppo è antica quanto il potere — e non è nemmeno l’incompetenza, che pure abbonda. La vera malattia è la rinuncia al pensiero.

La politica non pensa più. Reagisce. Strilla. Pubblica post. Ma non pensa.

Per questo, quando qualcuno prova a parlare di progetti invece che di polemiche, l’evento diventa quasi insolito. È accaduto a Reggio Calabria, nella sede di Confindustria, dove Giuseppe Scopelliti — già sindaco della città e presidente della Regione Calabria — ha messo sul tavolo una proposta concreta per il futuro della città.

E lo ha fatto partendo da una premessa che la politica dovrebbe imparare a ripetere ogni mattina davanti allo specchio: la democrazia non sta bene.

Quando alle elezioni vota il 40 o il 42 per cento degli aventi diritto, non è una fisiologica flessione. È il segnale di una crisi profonda. È la dimostrazione che la politica non è più percepita come utile. Non attira, non convince, non rappresenta.

E nei territori fragili — come molte realtà del Sud — quando la politica perde autorevolezza, lo spazio viene occupato da altre logiche. Non sempre limpide.

È da qui che Scopelliti ha iniziato il suo ragionamento.

Non con un attacco agli avversari. Non con il solito comunicato polemico. Anzi, ha detto esplicitamente che quella stagione della politica — fatta di dichiarazioni rabbiose per compiacere le tifoserie — non serve più a nulla. Serve solo a soddisfare “la pancia dei tifosi”, non i bisogni dei cittadini.

E così ha provato a fare qualcosa che oggi sembra quasi rivoluzionario: parlare di un progetto.

Prima però ha ricordato il contesto. E i numeri, quando sono veri, hanno una crudeltà che nessuna propaganda riesce a coprire.

Tra il 2002 e il 2012, durante quella che molti a Reggio chiamano ancora “la stagione del modello Reggio”, la città era cresciuta di 6.184 residenti. Non un miracolo, ma un segnale di vitalità.

Poi il vento è cambiato.

Tra il 2014 e il 2023 Reggio Calabria ha perso circa 14 mila abitanti. La popolazione è scesa da 186 mila a 169 mila residenti.

Tradotto: migliaia di persone — soprattutto giovani — hanno fatto le valigie.

Non è solo un dato demografico. È un’emorragia di intelligenza, di energie, di futuro.

Chi fa politica, ha detto Scopelliti, ha il dovere di leggere questi numeri e di trovare rimedi. Non può tirarsi indietro. In città come questa la politica deve occuparsi di tutto, perché se non lo fa lei non lo farà nessun altro.

Da qui nasce la proposta presentata sabato: un progetto da circa 50 milioni di euro destinato a creare opportunità di lavoro e sviluppo.

Qualcuno ha già provato a liquidarlo con la consueta ironia cinica: “Ma dove sono questi cinquanta milioni?”.

La risposta è semplice. I fondi esistono. Sono previsti da una legge speciale e sono risorse destinate proprio alla città di Reggio Calabria. Non soldi immaginari, dunque, ma risorse che possono essere utilizzate immediatamente.

Il progetto prevede poco più di mille opportunità di lavoro per una durata di 36 mesi.

Non nasce dal nulla. Si ispira a una precedente esperienza amministrativa — “Obiettivo Occupazione” — che nei primi anni Duemila aveva creato opportunità lavorative per circa quindici anni. Un modello sperimentato che oggi viene ripensato e ampliato.

La novità è la struttura del piano, articolato in quattro azioni diverse, perché il disagio sociale di una città non è mai uniforme.

La prima azione riguarda l’occupazione giovanile. Destinatari: giovani disoccupati sotto i 35 anni. L’idea è semplice: dare una prima possibilità a chi oggi non ne ha nessuna.

La seconda azione guarda invece a una categoria spesso dimenticata dalla politica: persone che si trovano a due o tre anni dalla pensione ma che hanno perso il lavoro e rischiano di rimanere sospese in un limbo sociale.

Il meccanismo operativo è chiaro: saranno le imprese, le aziende, i professionisti a fare richiesta al Comune. Saranno loro ad assumere, selezionare e gestire il personale.

L’amministrazione comunale non avrà alcun ruolo nella scelta dei lavoratori. Il suo compito sarà soltanto garantire le risorse e la correttezza delle procedure.

In altre parole: meno politica nelle assunzioni, più responsabilità alle imprese.

Il contributo previsto è di circa 13 mila euro annui per lavoratore, cioè mille euro al mese più la tredicesima.

Possono partecipare imprese, categorie produttive, studi professionali. Perché anche il mondo delle professioni — architetti, ingegneri, geometri — in una città come Reggio ha bisogno di supporto per crescere e assumere.

La terza azione guarda invece all’alta formazione.

Qui entra in gioco il mondo accademico: università, conservatorio, accademia di belle arti. L’obiettivo è finanziare percorsi di dottorato di ricerca per trattenere in città i talenti più brillanti.

Il finanziamento previsto è di 75 mila euro per ciascun dottorato distribuito su tre anni.

È un investimento sul capitale umano, l’unica vera ricchezza che il Sud non può permettersi di perdere.

Poi c’è una quarta dimensione, quella sociale.

Scopelliti ha parlato esplicitamente di inclusione lavorativa anche per detenuti ed ex detenuti. Una scelta che in politica richiede sempre un certo coraggio, perché non porta voti facili.

L’idea è utilizzare queste persone in lavori utili alla città: manutenzione dei lungomari, cura del verde pubblico, sistemazione delle aree pre-aspromontane, manutenzione delle strade.

È un modo per dare una seconda possibilità a chi vuole rimettersi in gioco. Ed è anche un segnale di civiltà amministrativa.

Infine c’è un quinto fronte, spesso ignorato: il rafforzamento dei servizi sociali e sociosanitari.

Reggio Calabria spende molto meno di altre realtà italiane in assistenza. Per questo il progetto prevede il coinvolgimento di cooperative sociali e strutture sanitarie private per rafforzare figure come assistenti sociali, infermieri e operatori sociosanitari.

Non è solo welfare. È infrastruttura sociale.

L’idea di fondo è una sola: rimettere in movimento l’economia locale.

Perché quando il denaro comincia a circolare — ha detto Scopelliti — si muovono ricchezza, speranza e fiducia. E una città che ritrova fiducia può tornare a sognare.

Ma la parte più politica del discorso è arrivata alla fine.

Scopelliti ha lanciato un appello a tutta la politica, non soltanto al centrodestra. Destra e sinistra, ha detto, devono uscire dalla logica del conflitto permanente. Non serve a nessuno.

La città ha già pagato abbastanza.

Se la politica continuerà a litigare, i giovani continueranno a partire. E questa emorragia non finirà mai.

Il punto è tutto qui.

Reggio Calabria non ha bisogno di comizi ideologici. Ha bisogno di una classe dirigente che torni a sentirsi responsabile del destino della città.

Nessuno — ha ricordato Scopelliti — può vincere da solo.

Serve politica, certo. Ma servono anche imprese, università, associazioni, professionisti, organizzazioni sociali. Una comunità intera che si rimette in cammino.

La politica, quando funziona, fa esattamente questo: indica una direzione.

E in una città che negli ultimi dieci anni ha perso quattordicimila abitanti, la cosa più urgente non è vincere un’elezione.

È ritrovare la strada.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 


@luigi.palamara

Reggio Calabria, la politica che ha smesso di pensare L'Editoriale di Luigi Palamara Una malattia che negli ultimi anni ha colpito la politica italiana. Non è la corruzione — quella purtroppo è antica quanto il potere — e non è nemmeno l’incompetenza, che pure abbonda. La vera malattia è la rinuncia al pensiero. La politica non pensa più. Reagisce. Strilla. Pubblica post. Ma non pensa. Per questo, quando qualcuno prova a parlare di progetti invece che di polemiche, l’evento diventa quasi insolito. È accaduto a Reggio Calabria, nella sede di Confindustria, dove Giuseppe Scopelliti — già sindaco della città e presidente della Regione Calabria — ha messo sul tavolo una proposta concreta per il futuro della città. E lo ha fatto partendo da una premessa che la politica dovrebbe imparare a ripetere ogni mattina davanti allo specchio: la democrazia non sta bene. Quando alle elezioni vota il 40 o il 42 per cento degli aventi diritto, non è una fisiologica flessione. È il segnale di una crisi profonda. È la dimostrazione che la politica non è più percepita come utile. Non attira, non convince, non rappresenta. E nei territori fragili — come molte realtà del Sud — quando la politica perde autorevolezza, lo spazio viene occupato da altre logiche. Non sempre limpide. È da qui che Scopelliti ha iniziato il suo ragionamento. Non con un attacco agli avversari. Non con il solito comunicato polemico. Anzi, ha detto esplicitamente che quella stagione della politica — fatta di dichiarazioni rabbiose per compiacere le tifoserie — non serve più a nulla. Serve solo a soddisfare “la pancia dei tifosi”, non i bisogni dei cittadini. E così ha provato a fare qualcosa che oggi sembra quasi rivoluzionario: parlare di un progetto. Prima però ha ricordato il contesto. E i numeri, quando sono veri, hanno una crudeltà che nessuna propaganda riesce a coprire. Tra il 2002 e il 2012, durante quella che molti a Reggio chiamano ancora “la stagione del modello Reggio”, la città era cresciuta di 6.184 residenti. Non un miracolo, ma un segnale di vitalità. Poi il vento è cambiato. Tra il 2014 e il 2023 Reggio Calabria ha perso circa 14 mila abitanti. La popolazione è scesa da 186 mila a 169 mila residenti. Tradotto: migliaia di persone — soprattutto giovani — hanno fatto le valigie. Non è solo un dato demografico. È un’emorragia di intelligenza, di energie, di futuro. Chi fa politica, ha detto Scopelliti, ha il dovere di leggere questi numeri e di trovare rimedi. Non può tirarsi indietro. In città come questa la politica deve occuparsi di tutto, perché se non lo fa lei non lo farà nessun altro. Da qui nasce la proposta presentata sabato: un progetto da circa 50 milioni di euro destinato a creare opportunità di lavoro e sviluppo. Qualcuno ha già provato a liquidarlo con la consueta ironia cinica: “Ma dove sono questi cinquanta milioni?”. La risposta è semplice. I fondi esistono. Sono previsti da una legge speciale e sono risorse destinate proprio alla città di Reggio Calabria. Non soldi immaginari, dunque, ma risorse che possono essere utilizzate immediatamente. Il progetto prevede poco più di mille opportunità di lavoro per una durata di 36 mesi. Non nasce dal nulla. Si ispira a una precedente esperienza amministrativa — “Obiettivo Occupazione” — che nei primi anni Duemila aveva creato opportunità lavorative per circa quindici anni. Un modello sperimentato che oggi viene ripensato e ampliato. La novità è la struttura del piano, articolato in quattro azioni diverse, perché il disagio sociale di una città non è mai uniforme. La prima azione riguarda l’occupazione giovanile. Destinatari: giovani disoccupati sotto i 35 anni. L’idea è semplice: dare una prima possibilità a chi oggi non ne ha nessuna. La seconda azione guarda invece a una categoria spesso dimenticata dalla politica: persone che si trovano a due o tre anni dalla pensione ma che hanno perso il lavoro e rischiano di rimanere sospese in un limbo sociale. Il meccanismo operativo è chi

♬ audio originale - Luigi Palamara

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