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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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La crepa nel cielo

La crepa nel cielo
Il Narratoriale di Luigi Palamara
Sull’Aspromonte la sera arriva sempre in silenzio.

Prima si spegne il mare laggiù nello Stretto, poi le montagne diventano viola e gli ulivi trattengono l’ultima luce come se non volessero lasciarla andare. Il vento scende lento dalle creste e attraversa il paese.

Nella piazza restava accesa soltanto la luce del bar di mastro Rocco.

Dentro, la televisione raccontava il mondo.

Missili, deserti, città lontane.

Peppino, che per trent’anni aveva fatto il muratore in Germania, stava seduto vicino alla finestra.

Guardava lo schermo e scuoteva la testa.

«Mastru Roccu», disse piano, «dicono che pure gli scudi adesso si rompono.»

Il barista smise di asciugare il bicchiere.

«Gli scudi si rompono sempre», rispose.
«Solo che gli uomini lo scoprono tardi.»

In quel momento entrò don Ciccio, il maestro in pensione.

Il bastone batté piano sul pavimento.

«Che succede stavolta?» chiese.

Peppino indicò la televisione.

«Israele è stato attaccato dai missili ipersonici dell’Iran. Dicono che sono velocissimi… più veloci del suono. Alcuni sono riusciti a superare pure gli scudi.»

Sul televisore scorrevano parole difficili:

Iron Dome.
David’s Sling.
Arrow.

Tre scudi nel cielo.

Tre cerchi costruiti per fermare ogni attacco.

Per anni avevano detto al mondo che nessun missile poteva attraversarli.

Ma ora i giornalisti parlavano di armi nuove, missili ipersonici capaci di cambiare traiettoria e ridurre il tempo di reazione dei radar.

Armi che facevano sembrare meno invincibili anche le difese più sofisticate.

Il vecchio maestro rimase a guardare lo schermo qualche secondo.

Poi disse piano:

«Quando un uomo pensa di essere intoccabile, è proprio allora che comincia a tremare.»

Seduto nell’ombra c’era Nino, il più giovane del paese.
Aveva vent’anni e il telefono sempre in mano.

«Ma quelli hanno i sistemi più avanzati del mondo», disse.
«Tre livelli di difesa.»

Don Ciccio sorrise appena.

«Figliolo, la storia è come questa montagna.»

Indicò la parete scura dell’Aspromonte.

«Vedi quelle crepe?»

«Sì.»

«Quelle non le ha fatte la guerra.»

Fece una pausa.

«Le ha fatte il tempo.»

Il vento portò odore di legna bruciata.

Peppino accese una sigaretta.

«Quindi dici che è finita?» chiese.

Il maestro scosse la testa.

«No. Le guerre non finiscono così.»

Abbassò la voce.

«Ma quando un missile passa dove tutti dicevano che era impossibile… il mito dell’invincibilità si incrina.»

Mastro Rocco abbassò il volume della televisione.

«Sapete cosa mi ricorda?» disse.
«La partita a scacchi che faceva mio padre.»

Nino si voltò.

«Che c’entra?»

Il barista prese dal cassetto una vecchia scacchiera consumata.

«Diceva sempre: ogni scudo crea una lancia.»

Don Ciccio scosse il capo.

«E ogni mossa crea una risposta.»

Peppino guardò la montagna.

L’Aspromonte sembrava immobile.

Ma chi ci viveva sapeva che dentro si muovevano acque, frane, radici.

Movimenti lenti che un giorno cambiano il paesaggio.

Proprio allora passò davanti al bar compare Michele, il vecchio pastore.

Aveva il bastone di legno d’ulivo e il cane dietro.

Si fermò sulla porta.

«Chi parrati di guerra?» chiese.

«Del mondo», rispose mastro Rocco.

Il pastore guardò la televisione.

Poi alzò gli occhi verso la montagna.

«Lu mundu», disse piano, «esti sempri in guerra.»

Nino chiese:

«Compare Michele… ma allora chi vince?»

Il vecchio sorrise appena.

«Figghiu meu… nessunu esti invincibili.»

Indicò la parete scura dell’Aspromonte.

«Vedi quella roccia?»

«Sì.»

«Pure quella sembra eterna.»

Fece una pausa.

«Ma dentro l’acqua scava piano.»

Il vento attraversò la piazza.

Da lontano arrivò il suono di una campana.

Don Ciccio guardò il cielo sopra la montagna.

«Le certezze degli uomini sono come le nuvole», mormorò.
«Quando si aprono… si vede il vuoto.»

Peppino spense la sigaretta.

«E il vuoto fa paura.»

Il maestro lo guardò.

«Sì.»

Poi aggiunse:

«Ed è proprio quando fa paura che la storia ricomincia.»

Fuori, sull’Aspromonte, la notte era ormai scesa.

La televisione continuava a parlare di guerra.

Ma la montagna restava immobile.

Antica.

Indifferente.

E sopra il paese il cielo sembrava avere, per la prima volta, una piccola crepa.

Ma fuori, sull’Aspromonte, il silenzio era più antico di tutte le notizie del mondo.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara

La crepa nel cielo Il Narratoriale di Luigi Palamara Sull’Aspromonte la sera arriva sempre in silenzio. Prima si spegne il mare laggiù nello Stretto, poi le montagne diventano viola e gli ulivi trattengono l’ultima luce come se non volessero lasciarla andare. Il vento scende lento dalle creste e attraversa il paese. Nella piazza restava accesa soltanto la luce del bar di mastro Rocco. Dentro, la televisione raccontava il mondo. Missili, deserti, città lontane. Peppino, che per trent’anni aveva fatto il muratore in Germania, stava seduto vicino alla finestra. Guardava lo schermo e scuoteva la testa. «Mastru Roccu», disse piano, «dicono che pure gli scudi adesso si rompono.» Il barista smise di asciugare il bicchiere. «Gli scudi si rompono sempre», rispose. «Solo che gli uomini lo scoprono tardi.» In quel momento entrò don Ciccio, il maestro in pensione. Il bastone batté piano sul pavimento. «Che succede stavolta?» chiese. Peppino indicò la televisione. «Israele è stato attaccato dai missili ipersonici dell’Iran. Dicono che sono velocissimi… più veloci del suono. Alcuni sono riusciti a superare pure gli scudi.» Sul televisore scorrevano parole difficili: Iron Dome. David’s Sling. Arrow. Tre scudi nel cielo. Tre cerchi costruiti per fermare ogni attacco. Per anni avevano detto al mondo che nessun missile poteva attraversarli. Ma ora i giornalisti parlavano di armi nuove, missili ipersonici capaci di cambiare traiettoria e ridurre il tempo di reazione dei radar. Armi che facevano sembrare meno invincibili anche le difese più sofisticate. Il vecchio maestro rimase a guardare lo schermo qualche secondo. Poi disse piano: «Quando un uomo pensa di essere intoccabile, è proprio allora che comincia a tremare.» Seduto nell’ombra c’era Nino, il più giovane del paese. Aveva vent’anni e il telefono sempre in mano. «Ma quelli hanno i sistemi più avanzati del mondo», disse. «Tre livelli di difesa.» Don Ciccio sorrise appena. «Figliolo, la storia è come questa montagna.» Indicò la parete scura dell’Aspromonte. «Vedi quelle crepe?» «Sì.» «Quelle non le ha fatte la guerra.» Fece una pausa. «Le ha fatte il tempo.» Il vento portò odore di legna bruciata. Peppino accese una sigaretta. «Quindi dici che è finita?» chiese. Il maestro scosse la testa. «No. Le guerre non finiscono così.» Abbassò la voce. «Ma quando un missile passa dove tutti dicevano che era impossibile… il mito dell’invincibilità si incrina.» Mastro Rocco abbassò il volume della televisione. «Sapete cosa mi ricorda?» disse. «La partita a scacchi che faceva mio padre.» Nino si voltò. «Che c’entra?» Il barista prese dal cassetto una vecchia scacchiera consumata. «Diceva sempre: ogni scudo crea una lancia.» Don Ciccio scosse il capo. «E ogni mossa crea una risposta.» Peppino guardò la montagna. L’Aspromonte sembrava immobile. Ma chi ci viveva sapeva che dentro si muovevano acque, frane, radici. Movimenti lenti che un giorno cambiano il paesaggio. Proprio allora passò davanti al bar compare Michele, il vecchio pastore. Aveva il bastone di legno d’ulivo e il cane dietro. Si fermò sulla porta. «Chi parrati di guerra?» chiese. «Del mondo», rispose mastro Rocco. Il pastore guardò la televisione. Poi alzò gli occhi verso la montagna. «Lu mundu», disse piano, «esti sempri in guerra.» Nino chiese: «Compare Michele… ma allora chi vince?» Il vecchio sorrise appena. «Figghiu meu… nessunu esti invincibili.» Indicò la parete scura dell’Aspromonte. «Vedi quella roccia?» «Sì.» «Pure quella sembra eterna.» Fece una pausa. «Ma dentro l’acqua scava piano.» Il vento attraversò la piazza. Da lontano arrivò il suono di una campana. Don Ciccio guardò il cielo sopra la montagna. «Le certezze degli uomini sono come le nuvole», mormorò. «Quando si aprono… si vede il vuoto.» Peppino spense la sigaretta. «E il vuoto fa paura.» Il maestro lo guardò. «Sì.» Poi aggiunse: «Ed è proprio quando fa paura che la storia ricomincia.» Fuori, sull’Aspromonte, la notte era ormai scesa. La televisione continuava a parlare di guerra. Ma la montagna restava immobile. Antica. Indifferente. E sopra il paese il cielo sembrava a

♬ audio originale - Luigi Palamara

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