La resa di Nathan: se vivere nel bosco diventa un reato e lo Stato spegne il sorriso dei bambini
L’Editoriale di Luigi Palamara
In un altro editoriale sono stato accusato di fare propaganda solo perché ho preferito parlare della “legge del cuore”, l’unica legge che – a mio avviso – non sbaglia mai.
E molti di voi mi hanno aspramente criticato perché non ho raccontato come si è arrivati alla decisione di intervenire sulla cosiddetta “famiglia del bosco”.
Critiche legittime.
La critica è il sale del confronto civile.
Ebbene, oggi provo a proporre un’altra riflessione, prendendo spunto dalle parole di Nathan, il padre di quei bambini.
Ci sono tristezze che fanno rumore.
E poi ci sono tristezze silenziose. Quelle più difficili da sopportare.
La tristezza dei bambini appartiene a questa seconda categoria.
Non grida.
Non protesta.
Non scrive articoli sui giornali.
Si limita a stare negli occhi.
Ed è proprio lì che Nathan dice di averla vista nei suoi figli: negli occhi.
“I miei figli sono tristi fin dal primo giorno”, racconta.
Non è il capriccio di chi vuole un giocattolo nuovo.
Non è il malumore di un pomeriggio andato storto.
È nostalgia.
Nostalgia di casa.
Ma attenzione: quando quei bambini dicono “vogliamo tornare a casa”, non parlano di una casa qualunque. Non parlano di un appartamento in città, di un condominio con ascensore e citofono.
Parlano di un bosco.
Un bosco a Palmoli.
Un casolare tra gli alberi.
Un camino acceso.
Un orto lavorato con le mani sporche di terra.
Per tre anni quella famiglia ha vissuto così.
Senza schermi a scandire le ore.
Senza traffico.
Senza rumore.
Il tempo lo decidevano le stagioni.
Il sole del mattino.
La pioggia sul tetto.
Il vento tra i rami.
Una vita semplice.
E oggi la parola “semplice” sembra quasi un reato.
Nathan racconta che non chiedevano privilegi.
Non cercavano l’eccezionale.
Chiedevano solo di vivere nel bosco con i propri figli.
Una richiesta modesta.
Talmente modesta che oggi appare quasi rivoluzionaria.
Perché nel mondo moderno puoi fare quasi tutto.
Puoi vivere dentro uno schermo.
Puoi passare la vita tra cemento e neon.
Puoi lavorare venti ore al giorno per pagare una casa che non vivi.
Ma provate a vivere nel bosco.
Allora arrivano le norme.
Le regole.
Le decisioni.
Le autorizzazioni.
E improvvisamente quella vita non è più possibile.
Non è più consentita.
Nathan non urla.
Non si ribella con slogan.
Fa qualcosa di molto più amaro: si adegua.
Collegherà la casa alla rete elettrica.
Metterà l’acqua corrente.
Amplierà il casolare.
I figli studieranno online.
L’unschooling diventerà homeschooling.
Insomma: entreranno nel sistema.
Ma mentre racconta questa scelta, Nathan dice una frase che merita di essere ascoltata:
“A volte, per restare fedeli a ciò che ami, devi imparare ad adattarti”.
È una frase semplice.
Eppure contiene una domanda enorme.
Che società è quella in cui vivere vicino alla natura diventa un problema amministrativo?
Che civiltà è quella in cui i bambini chiedono di tornare nel bosco… e gli adulti non sanno spiegare perché non si può?
Nathan non sta combattendo una rivoluzione.
Sta solo cercando di difendere un piccolo paradiso.
Un pezzo di terra.
Un camino acceso.
Una famiglia insieme.
E forse la domanda vera non riguarda quella famiglia.
Riguarda tutti noi.
Perché se un giorno i bambini cominceranno a essere tristi non perché hanno perso la connessione Wi-Fi… ma perché hanno perso il bosco, allora il problema non sarà di Nathan.
Sarà della nostra civiltà.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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