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Le dimissioni di Daniela Santanchè. L’obbedienza e il rancore.

Le dimissioni di Daniela Santanchè. L’obbedienza e il rancore.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Alla fine, Daniela Santanchè ha scritto la parola che in politica pesa più di un atto notarile e meno di un sentimento sincero: “obbedisco”. Una parola antica, quasi militaresca, che sa di disciplina e insieme di umiliazione. Non la parola di chi se ne va davvero; la parola di chi vuole che resti agli atti una verità: non me ne vado io, mi ci mandano.

Ed è questo il nocciolo della sua lettera a Giorgia Meloni. Non una lettera di dimissioni, ma una lettera di rivendicazione. Non il congedo composto di chi riconosce l’inopportunità politica della permanenza, bensì il memoriale stizzito di chi intende difendere, prima ancora della poltrona perduta, il proprio orgoglio ferito. Santanchè non si dimette: certifica che è stata fatta dimettere. E pretende che il Paese lo sappia.

C’è, in quelle righe, tutta la psicologia del potere quando smette di sorridere nelle fotografie e comincia a presentare il conto. La ministra ringrazia, sì. Ma ringrazia come si ringrazia dopo uno schiaffo, con la guancia ancora calda. Dice di aver svolto l’incarico “al meglio delle sue possibilità e senza alcuna controindicazione”, e già in questa formula c’è il rifiuto dell’addebito politico. Come a dire: non esco perché ho fallito, esco perché serve un sacrificio.

E infatti il tono più che dimesso è risentito. Santanchè tiene a precisare che il suo certificato penale è “immacolato”, che sulla vicenda della cassa integrazione non c’è nemmeno rinvio a giudizio, che non intende passare per capro espiatorio né del referendum né di altri inciampi del governo o del partito. Insomma: si ritira, ma non accetta la colpa. Fa un passo indietro, ma lasciando impronte ben visibili sul pavimento.

È una lettera che dice molto non soltanto di lei, ma del costume politico italiano. Da noi le dimissioni non sono quasi mai assunzione di responsabilità; sono una guerra di versioni. Nessuno lascia davvero: ciascuno negozia il modo di essere raccontato mentre lascia. Il problema non è il gesto, ma il verbale del gesto. Non il fatto, ma la didascalia. Santanchè vuole che resti inciso che la sua uscita non è una resa morale, né giudiziaria, né amministrativa: è un atto di fedeltà imposto dalla convenienza del capo.

Qui entra in scena Giorgia Meloni. Perché questa lettera, più che salutare la premier, la chiama in correità politica. “Se esco, è perché lo chiedi tu.” Una maniera elegante solo in apparenza per spartire il peso della decisione. Santanchè non cade sola: trascina nella propria caduta il timbro dell’autorità che l’ha voluta e poi scaricata. È il messaggio neppure troppo cifrato di chi dice all’amica, prima ancora che alla presidente del Consiglio: mi allontano per te, ma non per questo ti assolvo.

C’è anche un’ombra di dramma personale, quasi un piccolo melodramma borghese, in quella chiusa sull’amicizia e sul futuro del movimento. Ma è un sentimento subito corretto dalla puntura dell’amarezza. Perché il vero protagonista della lettera non è il dolore: è il rancore disciplinato. Quello che sa inchinarsi senza piegarsi. Quello che pronuncia “cari saluti” come altri direbbero: prendo atto, ma non dimentico.

In fondo, le dimissioni di Santanchè raccontano una regola eterna della politica: si resta finché si è utili, si cade quando si diventa costosi. Il resto è letteratura difensiva. E questa lettera lo è, con una certa abilità persino brutale. Non pulisce l’immagine della ministra, ma ne illumina il carattere: combattivo, orgoglioso, insofferente all’idea stessa di apparire sconfitta.

Ha scritto “obbedisco”. Ma tutto, in quella pagina, grida il contrario. Non l’obbedienza, bensì la protesta. Non la resa, ma l’ultima zampata.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

La lettera della Santanchè alla Meloni.

"Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione.

Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del Turismo
 Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio.

Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d'animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio. Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l'On Delmastro che pure paga un prezzo alto. Chiarito questo non ho difficoltà a dire 'obbedisco' e a fare quello che mi chiedi. 

Non ti nascondo un po' di amarezza per l'esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento, cari saluti, Daniela".

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