Non serve uno sceriffo, basterebbe un uomo di Stato: Giovanni Muraca e quella strana idea di riparare prima i tubi e poi l’asfalto.

Reggio Calabria, tre nomi per un trono di spine: tra Canale e Battaglia, Muraca gioca la carta della coerenza. "Se perdo, resto" (Ed è già una notizia)

L'Editoriale di Luigi Palamara


A Reggio Calabria, città che troppo spesso ha conosciuto la stanchezza della politica e l’abitudine alle promesse, le primarie del 15 marzo non sono soltanto una competizione interna al centrosinistra. Sono, prima di tutto, un momento di verità. Tre nomi si contenderanno la candidatura a sindaco: Giovanni Muraca, Massimo Canale e Mimmetto Battaglia. Tre percorsi diversi, tre storie politiche differenti. Ma tra questi nomi ce n’è uno che, al di là delle appartenenze, racconta qualcosa che in politica si vede sempre meno: la coerenza di una presenza civile.

Giovanni Muraca non è un politico nato nei corridoi ovattati dei palazzi. Non è uno di quelli che imparano la città dalle statistiche o dai dossier. La città l’ha attraversata, ascoltata, frequentata. Prima da uomo delle istituzioni e poi da consigliere comunale, assessore e Consigliere Regionale. E quando parla di legalità non lo fa con l’enfasi di chi cerca uno slogan, ma con la naturalezza di chi considera la legalità una condizione normale della vita pubblica.

Qualcuno ha sintetizzato la cosa con una frase diventata quasi uno slogan: “il primo sindaco poliziotto”. In realtà la questione è molto più semplice e molto più seria. Non serve essere poliziotti per governare una città. Ma serve avere un senso dello Stato. E Muraca, piaccia o non piaccia, questo senso lo ha sempre mostrato.

Certo, nella vita e nella politica si sbaglia. Sarebbe sospetto il contrario. Gli uomini che non ammettono errori appartengono a una categoria che la storia ha già giudicato: quella dei presuntuosi o degli ipocriti. Muraca non appartiene a quella categoria. Anzi, è stato lui stesso a dire una cosa che oggi suona quasi rivoluzionaria nella politica italiana, disarmante: sì, qualcosa cambierei. Non è una confessione di debolezza. È una prova di maturità.

La politica locale, specie al Sud, spesso ama i grandi progetti raccontati nei convegni e dimenticati nelle periferie. Muraca invece parla di cose che sembrano piccole, ma che sono enormemente concrete: togliere la terra ai lati delle strade perché l’asfalto non si rovini dopo un mese; rifare prima le condotte dell’acqua e poi l’asfalto; programmare gli interventi invece di rincorrere le emergenze. Non è poesia amministrativa. È normalità. Ed è proprio la normalità che a Reggio Calabria, da troppo tempo, sembra un lusso.

Questo non significa rinunciare alla visione. Muraca parla del mare, del porto turistico, del fronte costiero, di una città che deve tornare a vivere della sua vocazione naturale. Ma lo fa partendo da un presupposto semplice: prima bisogna far funzionare la città. Prima bisogna rimettere in ordine ciò che già esiste.

Il 15 marzo gli elettori del centrosinistra sceglieranno tra lui, Massimo Canale e Mimmetto Battaglia. Saranno loro a decidere chi guiderà la coalizione alle prossime elezioni comunali. È il gioco della democrazia, e Muraca lo sa bene. Non a caso ha già detto una cosa che in politica si sente raramente: se perderò, sosterrò chi vincerà.

È una frase che vale più di molte promesse.

Perché la politica, prima di essere competizione, dovrebbe essere responsabilità verso la città. E chi entra in una battaglia democratica sapendo accettare anche la sconfitta dimostra già di aver capito qualcosa che molti politici dimenticano: le istituzioni vengono prima delle ambizioni personali.

Muraca la sua partita se la giocherà fino in fondo. Senza scorciatoie e senza scoramenti. Con il passo di chi sa che la politica, se vuole essere credibile, deve tornare a camminare tra le persone.

E forse, in una città che ha bisogno prima di tutto di fiducia, non è poco.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

Primarie a Reggio, il lusso della normalità: Muraca sfida i sogni con i bulloni (e ammette pure gli errori). Non serve uno sceriffo, basterebbe un uomo di Stato: Giovanni Muraca e quella strana idea di riparare prima i tubi e poi l’asfalto. Reggio Calabria, tre nomi per un trono di spine: tra Canale e Battaglia, Muraca gioca la carta della coerenza. "Se perdo, resto" (Ed è già una notizia) L'Editoriale di Luigi Palamara A Reggio Calabria, città che troppo spesso ha conosciuto la stanchezza della politica e l’abitudine alle promesse, le primarie del 15 marzo non sono soltanto una competizione interna al centrosinistra. Sono, prima di tutto, un momento di verità. Tre nomi si contenderanno la candidatura a sindaco: Giovanni Muraca, Massimo Canale e Mimmetto Battaglia. Tre percorsi diversi, tre storie politiche differenti. Ma tra questi nomi ce n’è uno che, al di là delle appartenenze, racconta qualcosa che in politica si vede sempre meno: la coerenza di una presenza civile. Giovanni Muraca non è un politico nato nei corridoi ovattati dei palazzi. Non è uno di quelli che imparano la città dalle statistiche o dai dossier. La città l’ha attraversata, ascoltata, frequentata. Prima da uomo delle istituzioni e poi da consigliere comunale, assessore e Consigliere Regionale. E quando parla di legalità non lo fa con l’enfasi di chi cerca uno slogan, ma con la naturalezza di chi considera la legalità una condizione normale della vita pubblica. Qualcuno ha sintetizzato la cosa con una frase diventata quasi uno slogan: “il primo sindaco poliziotto”. In realtà la questione è molto più semplice e molto più seria. Non serve essere poliziotti per governare una città. Ma serve avere un senso dello Stato. E Muraca, piaccia o non piaccia, questo senso lo ha sempre mostrato. Certo, nella vita e nella politica si sbaglia. Sarebbe sospetto il contrario. Gli uomini che non ammettono errori appartengono a una categoria che la storia ha già giudicato: quella dei presuntuosi o degli ipocriti. Muraca non appartiene a quella categoria. Anzi, è stato lui stesso a dire una cosa che oggi suona quasi rivoluzionaria nella politica italiana, disarmante: sì, qualcosa cambierei. Non è una confessione di debolezza. È una prova di maturità. La politica locale, specie al Sud, spesso ama i grandi progetti raccontati nei convegni e dimenticati nelle periferie. Muraca invece parla di cose che sembrano piccole, ma che sono enormemente concrete: togliere la terra ai lati delle strade perché l’asfalto non si rovini dopo un mese; rifare prima le condotte dell’acqua e poi l’asfalto; programmare gli interventi invece di rincorrere le emergenze. Non è poesia amministrativa. È normalità. Ed è proprio la normalità che a Reggio Calabria, da troppo tempo, sembra un lusso. Questo non significa rinunciare alla visione. Muraca parla del mare, del porto turistico, del fronte costiero, di una città che deve tornare a vivere della sua vocazione naturale. Ma lo fa partendo da un presupposto semplice: prima bisogna far funzionare la città. Prima bisogna rimettere in ordine ciò che già esiste. Il 15 marzo gli elettori del centrosinistra sceglieranno tra lui, Massimo Canale e Mimmetto Battaglia. Saranno loro a decidere chi guiderà la coalizione alle prossime elezioni comunali. È il gioco della democrazia, e Muraca lo sa bene. Non a caso ha già detto una cosa che in politica si sente raramente: se perderò, sosterrò chi vincerà. È una frase che vale più di molte promesse. Perché la politica, prima di essere competizione, dovrebbe essere responsabilità verso la città. E chi entra in una battaglia democratica sapendo accettare anche la sconfitta dimostra già di aver capito qualcosa che molti politici dimenticano: le istituzioni vengono prima delle ambizioni personali. Muraca la sua partita se la giocherà fino in fondo. Senza scorciatoie e senza scoramenti. Con il passo di chi sa che la politica, se vuole essere credibile, deve tornare a camminare tra le persone. E forse, in una città che ha bisogno prima di t

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