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Reggio Calabria, il "miracolo" dei due mesi: la poltrona non è un tatuaggio. La Strad(n)a staffetta Pazzano-Scordino

 La politica, quando ha ancora un volto

L'Editoriale di Luigi Palamara


Si percepisce qualcosa di stonato – e dunque interessante – nel piccolo teatro della politica locale quando, invece di assistere alla consueta farsa delle poltrone, si intravede un gesto che somiglia alla responsabilità. Non è eroismo, sia chiaro. Non ancora. Ma nemmeno il solito mercanteggiare da retrobottega.

Nell’aula Pietro Battaglia di Palazzo San Giorgio, a Reggio Calabria, è andata in scena una di quelle rare anomalie: un passaggio di consegne senza urla, senza tradimenti, senza coltelli nascosti sotto il banco. Saverio Pazzano lascia il posto a Valentino Scordino. Due mesi appena. Una miseria, direbbe il cinico. Un’occasione, ribatte chi ancora crede che la politica non sia soltanto un mestiere ma, ogni tanto, un servizio.

E qui sta il punto.

In un Paese – e in un Sud che di questo Paese è la cartina tornasole più spietata – dove gli ultimi mesi di una consigliatura sono il regno delle spartizioni, delle deleghe arraffate all’ultimo minuto, delle promesse senza futuro, c’è chi sceglie di fare esperienza. Non di accumulare potere, ma di condividerlo. Non di occupare, ma di preparare.

Pazzano lo dice con una semplicità che quasi disarma: non è una strategia, è una scelta. Una scelta maturata in cinque anni di riunioni settimanali, di lavoro condiviso, di quella parola abusata – “movimento” – che qui, almeno a sentirli, sembra voler dire qualcosa di più di un’etichetta elettorale.

Ma attenzione: la buona volontà non basta a fare buona politica. E infatti, tra le righe, emerge la solita, antica malattia italiana: regolamenti approvati e mai applicati, soldi pubblici spesi e dispersi, commissioni che dovrebbero essere trasparenti e invece restano opache. Centinaia di migliaia di euro per portare online le attività consiliari, e poi il nulla. O quasi.

È la fotografia perfetta di un Paese che legifera bene e governa male. Che scrive regole e poi le dimentica. Che premia i dirigenti anche quando i risultati non arrivano. Una burocrazia che non è solo inefficiente: è, peggio, irresponsabile.

E allora quei due mesi di Scordino diventano un banco di prova. Non per lui soltanto – esperto insegnante, già dentro un’altra istituzione malata e nobile insieme come la scuola – ma per tutti. Perché la politica si misura sempre nello spazio stretto tra ciò che si promette e ciò che si realizza.

Scordino dice di essere emozionato. E fa bene. Diffidate di chi non lo è. L’emozione è il residuo umano della responsabilità. Quando sparisce, resta soltanto il professionista del potere, che non sente più nulla e dunque non risponde più a nessuno.

E poi c’è un altro segnale, piccolo ma ostinato: una sede che non vuole essere una sede. Una “casa del popolo”, parola che sa di Novecento e di polvere, ma che forse – proprio per questo – merita di essere rispolverata. Una radio, incontri, musica, storie. La politica che esce dal palazzo e prova a tornare tra la gente.

Funzionerà? Probabilmente no, o almeno non subito. La realtà è più dura delle intenzioni, e Reggio Calabria non è una città che si lascia incantare facilmente. Ma il tentativo, quello sì, merita attenzione.

Perché la verità è che la politica italiana non è morta. È peggio: è diventata prevedibile. E quando qualcosa rompe lo schema – anche solo un passaggio di consegne fatto senza cinismo – allora vale la pena fermarsi a guardare.

Non per applaudire. Non ancora.

Ma per capire se, sotto le macerie delle abitudini, esiste ancora un’idea di politica che non sia soltanto occupazione del potere, ma esercizio – imperfetto, fragile, ma ostinato – di responsabilità.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

Reggio Calabria, il "miracolo" dei due mesi: la poltrona non è un tatuaggio. La Strad(n)a staffetta Pazzano-Scordino. La politica, quando ha ancora un volto L'Editoriale di Luigi Palamara Si percepisce qualcosa di stonato – e dunque interessante – nel piccolo teatro della politica locale quando, invece di assistere alla consueta farsa delle poltrone, si intravede un gesto che somiglia alla responsabilità. Non è eroismo, sia chiaro. Non ancora. Ma nemmeno il solito mercanteggiare da retrobottega. Nell’aula Pietro Battaglia di Palazzo San Giorgio, a Reggio Calabria, è andata in scena una di quelle rare anomalie: un passaggio di consegne senza urla, senza tradimenti, senza coltelli nascosti sotto il banco. Saverio Pazzano lascia il posto a Valentino Scordino. Due mesi appena. Una miseria, direbbe il cinico. Un’occasione, ribatte chi ancora crede che la politica non sia soltanto un mestiere ma, ogni tanto, un servizio. E qui sta il punto. In un Paese – e in un Sud che di questo Paese è la cartina tornasole più spietata – dove gli ultimi mesi di una consigliatura sono il regno delle spartizioni, delle deleghe arraffate all’ultimo minuto, delle promesse senza futuro, c’è chi sceglie di fare esperienza. Non di accumulare potere, ma di condividerlo. Non di occupare, ma di preparare. Pazzano lo dice con una semplicità che quasi disarma: non è una strategia, è una scelta. Una scelta maturata in cinque anni di riunioni settimanali, di lavoro condiviso, di quella parola abusata – “movimento” – che qui, almeno a sentirli, sembra voler dire qualcosa di più di un’etichetta elettorale. Ma attenzione: la buona volontà non basta a fare buona politica. E infatti, tra le righe, emerge la solita, antica malattia italiana: regolamenti approvati e mai applicati, soldi pubblici spesi e dispersi, commissioni che dovrebbero essere trasparenti e invece restano opache. Centinaia di migliaia di euro per portare online le attività consiliari, e poi il nulla. O quasi. È la fotografia perfetta di un Paese che legifera bene e governa male. Che scrive regole e poi le dimentica. Che premia i dirigenti anche quando i risultati non arrivano. Una burocrazia che non è solo inefficiente: è, peggio, irresponsabile. E allora quei due mesi di Scordino diventano un banco di prova. Non per lui soltanto – esperto insegnante, già dentro un’altra istituzione malata e nobile insieme come la scuola – ma per tutti. Perché la politica si misura sempre nello spazio stretto tra ciò che si promette e ciò che si realizza. Scordino dice di essere emozionato. E fa bene. Diffidate di chi non lo è. L’emozione è il residuo umano della responsabilità. Quando sparisce, resta soltanto il professionista del potere, che non sente più nulla e dunque non risponde più a nessuno. E poi c’è un altro segnale, piccolo ma ostinato: una sede che non vuole essere una sede. Una “casa del popolo”, parola che sa di Novecento e di polvere, ma che forse – proprio per questo – merita di essere rispolverata. Una radio, incontri, musica, storie. La politica che esce dal palazzo e prova a tornare tra la gente. Funzionerà? Probabilmente no, o almeno non subito. La realtà è più dura delle intenzioni, e Reggio Calabria non è una città che si lascia incantare facilmente. Ma il tentativo, quello sì, merita attenzione. Perché la verità è che la politica italiana non è morta. È peggio: è diventata prevedibile. E quando qualcosa rompe lo schema – anche solo un passaggio di consegne fatto senza cinismo – allora vale la pena fermarsi a guardare. Non per applaudire. Non ancora. Ma per capire se, sotto le macerie delle abitudini, esiste ancora un’idea di politica che non sia soltanto occupazione del potere, ma esercizio – imperfetto, fragile, ma ostinato – di responsabilità. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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