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Roma. Politica. Il ritorno del garofano. Stefania Craxi capogruppo di Forza Italia al Senato.

Roma. Politica. Il ritorno del garofano. Stefania Craxi capogruppo di Forza Italia al Senato.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
In politica i simboli contano. Eccome se contano. A volte più degli uomini, più dei programmi, più delle stesse parole che si sprecano nei corridoi del Palazzo. E il simbolo che il 26 marzo è tornato a fare capolino nel centrodestra italiano non è un segretario, non è una corrente, non è una mozione congressuale. È un cognome. Craxi.

L’elezione di Stefania Craxi a capogruppo di Forza Italia al Senato, dopo le dimissioni di Maurizio Gasparri, non è il solito trasloco di poltrone che il lessico parlamentare traveste da “avvicendamento”. No. È qualcosa di più. È un messaggio. Ed è anche una sfida. Perché portare la figlia di Bettino alla guida dei senatori azzurri significa mettere fine, almeno simbolicamente, a un esilio durato più di trent’anni: quello del socialismo riformista buttato fuori dalla porta della storia e costretto per decenni a bussare alla finestra.

C’era infatti un’Italia, non piccola e non irrilevante, che dal 1992 in poi è rimasta politicamente orfana. Un’Italia socialista, laica, modernizzatrice, atlantica, produttiva. Un’Italia che non si riconosceva né nel giustizialismo d’accatto né nel sovranismo da comizio di provincia. Un’Italia che non chiedeva ospitalità, ma dignità. E oggi quella dignità sembra ritrovare un indirizzo.

Stefania Craxi non arriva a Palazzo Madama come un soprammobile commemorativo, né come una reliquia sentimentale per nostalgici del garofano. Arriva con una storia politica precisa, con un profilo netto, con idee che piaccia o no hanno una coerenza rara in tempi di trasformismo molecolare. Atlantismo, garantismo, difesa dell’impresa, centralità della politica estera, diffidenza verso le mode populiste della piazza giudiziaria: non sono slogan buoni per tutte le stagioni, ma i pilastri di una cultura politica che per troppo tempo è stata raccontata solo dai suoi nemici.

Ed ecco il punto. Forza Italia, con questa scelta, pare dire a sé stessa e agli altri che non vuole più limitarsi a custodire il mausoleo del berlusconismo. Vuole tentare un’altra cosa: diventare il luogo di una sintesi nuova tra liberalismo, riformismo e moderatismo produttivo. Insomma, smettere di vivere di rendita e provare a vivere di identità.

Che su questa operazione aleggi il consenso forte di Marina Berlusconi non sorprende. Anzi, chiarisce. Perché da tempo il vero nodo del partito è questo: restare una fotografia ingiallita del fondatore o diventare una forza politica capace di parlare a quel ceto medio che lavora, produce, paga e non si sente rappresentato né dai furori ideologici della destra urlata né dal paternalismo inconcludente della sinistra salottiera. La nomina di Stefania Craxi indica la seconda strada.

Naturalmente c’è chi storcerà il naso. C’è sempre qualcuno che, davanti a un cognome pesante, tira fuori il repertorio delle obiezioni prefabbricate: il passato, le ombre, le memorie divisive, le ferite mai cicatrizzate. Ma la politica non è un corso di terapia di gruppo. È scelta, collocazione, direzione. E la direzione qui è abbastanza chiara: riportare al centro della scena una tradizione che fu spazzata via non solo dai processi e dagli scandali, ma soprattutto da una gigantesca ipocrisia nazionale.

Il craxismo, si badi, non fu un santino. Ebbe colpe, errori, arroganze. Ma fu anche una visione dell’Italia: moderna, occidentale, insofferente verso il moralismo degli impotenti e il massimalismo dei puri. Averlo ridotto per anni a caricatura è stata una comodità per molti e una verità per pochi. Oggi, con Stefania Craxi in una posizione così rilevante, quella caricatura comincia a incrinarsi. E non per un’operazione di nostalgia, ma per necessità politica.

Perché quali sono i terreni sui quali questa svolta può misurarsi? Anzitutto il garantismo. Tema impopolare finché non tocca la pelle di chi applaude alle manette altrui. Stefania Craxi su questo non ha mai balbettato. E Forza Italia, se vuole distinguersi davvero, dovrà avere il coraggio di farne una bandiera autentica: una giustizia che giudichi, non che perseguiti; uno Stato che tuteli i cittadini, non che li sospetti per principio.

Poi c’è la politica estera. E qui si gioca una partita più seria di quanto sembri. In un Mediterraneo incendiato, in un Occidente incerto, in un’Europa spesso afona, il profilo internazionale di Stefania Craxi può ridare a Forza Italia una voce non ornamentale. Una voce atlantica, certo, ma non servile; europea, ma non burocratica; mediterranea, ma non velleitaria. In altre parole: politica estera, non turismo diplomatico.

Infine, la questione forse più importante: l’aggregazione di un’area dispersa. Da anni piccoli movimenti, reduci, laici, liberaldemocratici, socialisti in cerca d’autore, moderati nauseati dal tifo da curva si aggirano in una terra di nessuno. Potrebbero trovare qui un punto di raccolta. Non un museo del Novecento, ma un’officina. Non una commemorazione, ma una proposta.

S’intenda: nessuna nomina basta da sola a cambiare la storia di un partito. I simboli contano, sì, ma poi bisogna riempirli di sostanza. E tuttavia ci sono momenti in cui una scelta di persona vale come una dichiarazione politica. Questo è uno di quei momenti. Perché con Stefania Craxi capogruppo al Senato, Forza Italia non rende omaggio a un passato ingombrante: tenta di usarlo come leva per il futuro.

Il garofano, per anni, è stato trattato come un fiore appassito. Adesso qualcuno prova a rimetterlo in acqua. Resta da vedere se rifiorirà. Ma già il fatto che sia tornato sul tavolo della politica italiana, e non nel cimitero delle memorie proibite, è una notizia. E forse anche qualcosa di più: un avvertimento a chi credeva che certe storie fossero finite per sempre.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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